È notte a Gotham, notte fonda.

Jim Gordon, l’unico poliziotto onesto della città, si guarda intorno. Vede il buio, lo annusa. Sembra che il giorno sia destinato a non venire mai, eppure a quell’ora tutto appare silenzioso. Ma a Gotham, a differenza di altri posti, il silenzio non ha mai nascosto nulla di buono. In alto, un segnale, quel segnale, uno spiraglio di luce che si staglia nel cielo squarciando le tenebre.
Jim Gordon aspetta da un po’, e comincia ad agitarsi, ma quando finalmente si volta, l’Uomo Pipistrello è lì.

Siamo alla fine di Batman Begins, o meglio lo saremmo, se questo finale in realtà non fosse un inizio. L’inganno sta per svanire.

Il Cavaliere Oscuro

Durante tutta la precedente pellicola, abbiamo avuto la situazione in mano. Abbiamo vinto, e il sapore di quella vittoria sembra ormai impossibile da cancellare. Ed è per questo che proprio non riusciamo a capire come mai Jim Gordon sia così nervoso. Forse per la prima volta, l’ordine regna a Gotham e il crimine ha finalmente paura. Ma non basta. Quando il poliziotto consegna a Batman una strana carta, il mondo sembra caderci addosso. Su quella carta c’è lui: il Joker. I due non sanno chi sia, e non possono saperlo. Noi sì.
Il Cavaliere Oscuro, uscito tre anni dopo, comincia quella notte. Perché ciò che Batman ha affrontato e sconfitto fino a quel momento non è nulla, rispetto a quella carta. E sembra quasi di sentirlo, il Joker, col suo vestito viola e la faccia bianchiccia, sghignazzare alle nostre spalle sussurrando “Vi eravate dimenticati di me?”.

Il Cavaliere Oscuro

Sarebbe magnifico se Heath Ledger, l’uomo dietro quel sussurro, fosse ancora tra noi, anche solo per un attimo. Il tempo di dirgli che no, non l’abbiamo dimenticato, e non lo dimenticheremo mai.

Diciamo la verità: L’abbiamo amato tutti, ma proprio tutti, anche quelli che ormai, quando pensano al Joker, ne hanno in mente un altro, ovvero lo splendido personaggio interpretato da Joaquin Phoenix poco meno di un anno fa. I due però non sono la stessa cosa: Uno ha finalmente capito chi sarà dopo. L’altro nemmeno più ricorda cosa fosse prima.

Più sensato è il confronto con un altro Joker, quello di Jack Nicholson, che diede al pagliaccio un tono molto più fumettistico, infarcendo lo stile di gadget sinistri e atteggiamenti stravaganti che fecero la fortuna del film diretto da quel genio assoluto chiamato Tim Burton.

Il Cavaliere Oscuro

Nel Cavaliere Oscuro non c’è soltanto Batman. L’umanità di Bruce Wayne non è più in questione, fusa ormai completamente con la spessa armatura dell’Uomo Pipistrello. Qualcuno arriva persino a sostenere che di Batman, Gotham non abbia bisogno. Servirebbe invece la giustizia, quella vera, e ce n’è un altro di eroe che va in giro convinto di rappresentarla.
Si chiama Harvey Dent, ed è il nuovo procuratore distrettuale, un uomo che ha un bersaglio disegnato addosso persino quando dorme, ma non gli interessa. È ambizioso, spavaldo, quasi incosciente. Batman e Gordon non sanno come comportarsi con lui, ma impareranno presto a fidarsi, anche perché non c’è altra scelta. Il Joker ha stretto un patto con la Mafia, quella stessa Mafia che tiene le riunioni di giorno, alla luce del sole, perché del buio ha paura, e di Batman ancora di più.

Il Joker lo sa. Lui di paura non ne ha, non sa forse nemmeno cosa sia. E comincerà presto a fare la cosa che gli riesce meglio: seminare il caos, affinché l’Uomo Pipistrello si riveli, scoprendo il volto, tornando umano.

Il Cavaliere Oscuro

C’è qualcosa che volutamente non va nel Cavaliere Oscuro. È una strana sensazione che parte sin dal primo minuto, e si trascina silenziosa per tutta la parte iniziale. Batman sembra lo stesso, forte, granitico, totalmente padrone della situazione, eppure noi non ci sentiamo affatto sicuri. È come se sapessimo già cosa sta per succedere. Come se avvertissimo il controllo lentamente scivolare via. E ben presto, non avremo più dubbi.

Il Cavaliere Oscuro

È difficile indicare esattamente il momento in cui tutto precipita, ma sta di fatto che il Cavaliere Oscuro all’improvviso sembra ingranare una marcia mai vista prima. In pochi attimi, tutto diventa troppo veloce, l’adrenalina comincia a scorrere a fiumi e l’ansia sale, sale e sale ancora, fino a diventare insostenibile. È il caos a dominare. L’ordine e il silenzio sembrano ormai lontani ricordi. Non c’è più nulla di saldo, nemmeno i personaggi di cui abbiamo imparato a fidarci, in cui tutti abbiamo creduto anche solo per un istante.
Uno ad uno, crollano tutti. E noi con loro, ogni singola volta.

Questo secondo capitolo della trilogia raggiunge vette drammatiche mai sfiorate in precedenza. Tutto si condensa. Nero e bianco danzano assieme lasciandosi dietro solo sprazzi di grigio. E quando i titoli di coda giungono finalmente a darci un po’ di tregua, tutto diventa chiaro.
Il Cavaliere Oscuro non è un film. È un lungo tramonto che passo dopo passo striscia verso la notte.

Ed è qui che emerge in tutta la sua forza il paradossale miracolo compiuto da Christopher Nolan: prendere dei simboli amati da tutti, e renderli superflui. Perché Batman, Joker e gli altri, ad una sceneggiatura universale come quella del Cavaliere Oscuro, forse non servirebbero nemmeno. Basterebbero gli uomini. E probabilmente non è un caso se anche il nome di Batman, per la prima volta nella storia della saga, dal titolo scompare.

Perché anche se a muoversi tra i fotogrammi sembrano esserci eroi e antieroi, nulla potrà mai cancellare il fatto che dietro le maschere, sotto le corazze e protetti dal trucco, si nascondano solo dei puri, fragili e semplici esseri umani.

E noi non possiamo fare altro che ringraziarli.

Voto Autore: 5 out of 5 stars