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I migliori film del decennio 2000-2009

Con la chiusura dei cinema e la posticipazione di molte uscite di film interessanti, è il momento di guardare indietro nel tempo e andare a riscoprire i film migliori degli anni duemila. La redazione di MovieMag ha stilato una lista dei migliori film del decennio dal 2000 al 2009 (qui trovate quella del decennio 2010-2019). Come la precedente, questa lista non si pone l’obiettivo di stilare una classifica ma come una selezione delle opere che hanno caratterizzato o rivoluzionato questo decennio ricchissimo, che ha portato alla luce o perfezionato notevoli registi come Paul Thomas Anderson, Christopher Nolan, Clint Eastwood, e che ci ha regalato capolavori indimenticabili e piccole perle da vedere e rivedere.

Mulholland Drive (2001)

I migliori film del decennio 2000-2009

Il capolavoro del 2001 di David Lynch non poteva mancare. Forse il più intellegibile tra i film conturbanti di Lynch, Mulholland Drive è onirico e al tempo stesso intimista, un viaggio nella mente femminile e nelle paure contemporanee che vede un’intensissima Naomi Watts nel ruolo della protagonista.

Il petroliere (2007)

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Film che fece incetta di nomination all’Oscar, Il petroliere ne vinse due meritatissimi: Daniel Day Lewis, per l’interpretazione del magnate senza scrupoli Daniel Plainview, e per la fotografia curata da Robert Elswit, storico collaboratore di Paul Thomas Anderson. Da Il petroliere, P.T. Anderson comincia una serie di film che possiamo dire monografici, incentrati su biografie, reali o fittizie, di grandi figure ambivalenti, come sarà anche The Master e Il filo nascosto. Il petroliere è un grande ritratto di un uomo senza scrupoli che rappresenta l’altra faccia del sogno americano.

Il nastro bianco (2009)

Un villaggio agricolo tedesco ignaro di essere sull’orlo della Prima Guerra Mondiale. Vita in ambienti spogli: uomini duri, donne servili, un rigido pastore protestante che premia (ovvero castiga) col nastro del titolo la virtù notturna dei suoi giovani figli. Bianco/nero accecante che sembra scelta asettica e invece scatena le ombre. Succedono cose strane: una caduta da cavallo provocata, una morte nei campi, brutalità sul piccolo erede del severo barone e su un ragazzino handicappato. Un insegnante giunto da fuori osserva, si innamora, capisce. Dietro l’algido candore: ipocriti orrori, relazioni proibite, vendette sociali(ste), ottusa educazione ultrarigida impartita a virgulti ariani pronti per babbo Adolf. Ma Michael Haneke non allude solo a covate malefiche made in Germany. Il suo film è un atto d’accusa alle frustranti frustate che una generazione impartisce sempre alla seguente: funny games che danno frutti marci. Haneke è un artista nitido (la sublime scena del pianto contadino col cadavere non in vista) e un Autore feroce: si trema ascoltando il disprezzo del medico vedovo per la triste infermiera sua amante: parole omicide, quelle che ogni donna teme. Giusta Palma d’oro a Cannes, complice Isabelle Huppert, ex pianista in conflitto d’interessi.

Il pianista (2001)

I migliori film del decennio 2000-2009

Dopo l’imprescindibile Schindler’s list, del 1993, fu il turno di Roman Polanski dare la sua firma a un film sull’Olocausto. E Il pianista, con voto quasi unanime della redazione, rimane ancora oggi uno dei film più commoventi e poetici sulla tragica pagina di storia. Con una sapiente distribuzione di crudezza e pathos, Il pianista resta una pellicola che non lascia indifferenti e alcune scene, in particolare quella della sonata davanti all’ufficiale, non finiranno mai di colpire lo spettatore. Il film ha anche il merito di regalarci la più bella performance di Adrien Brody, per la quale si aggiudicò giustamente l’Oscar nel 2001.

Non è un paese per vecchi (2007)

I fratelli Coen, per quanto brillanti nella commedia, non sono estranei ai film drammatici e noir, e Non è un paese per vecchi può essere considerato un noir dei giorni nostri ambientato nel polveroso deserto del Texas. L’adattamento dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy vede un ritratto implacabile della violenza insensata che confluisce nel personaggio dello spietato Anton Chigur, interpretato da un Javier Bardem dall’espressione impassibile che si aggiudicò l’Oscar per migliore attore non protagonista. La pellicola vinse anche miglior film, regia e sceneggiatura non originale.

Memorie di un assassino (2003)

Distribuito nei cinema italiani proprio quest’anno, dopo il trionfo di Parasite agli Oscar 2020, Memorie di un assassino è un asciuttissimo film di investigazione diretto nel 2003 da Bong Joon-Ho, all’epoca distribuito da noi solo in DVD, nonostante avesse vinto il premio del pubblico al Torino Film Festival. In Corea del Sud, negli anni ’80, un serial killer semina il terrore tra le donne di una cittadina di provincia. Una riflessione sul male come forza imprendibile, che si nasconde tra tutti noi, Memorie di un assassino ha più di un elemento in comune con il fincheriano Zodiac, anch’esso nella nostra lista, e un finale indimenticabile che guarda dritto nel cuore dello spettatore.

Le vite degli altri (2006)

Esplicita denuncia lontana da ogni vendetta e dotata di coinvolgente forza drammatica. Giusto Oscar come miglior film straniero. Berlino Est, 1984, un grigio agente spione ligio a un comunismo bisognoso di controllo e delazioni deve sorvegliare un famoso autore teatrale e l’attrice con cui convive, concupita da un ministro. Scopre così l’autore degli articoli di critica al regime pubblicati all’estero ma, invaso da spifferi di vitalità che lo raggiungono in soffitta, decide di coprirlo. E di aiutarlo, rischiando in prima persona, quando i suoi superiori perquisiscono la casa e arrestano la donna. Caduto il muro, riceverà una toccante ricompensa. Straordinarie facce protagoniste: Ulrich Mühe (fu Mengele in “Amen”), Sebastian Koch, Martina Gedeck, il cattivo Ulrich Tukur.

Se mi lasci ti cancello (2004)

Forse il titolo più contestato in Italia per la sua traduzione che lo vuole assimilare alle commedie romantiche, il titolo originale evoca in realtà un verso di Alexander Pope. Eternal Sunshine of the Spotless Mind è sicuramente più appropriato al tono malinconico del film, che mescola una premessa surreale a una complicata e dolorosa storia d’amore. Il film che più ha parlato alla sua generazione sulle ansie dell’amore e della perdita, Eternal Sunshine of the Spotless Mind rimane il capolavoro indiscusso non solo del regista francese Michel Gondry, ma anche e soprattutto dello sceneggiatore Charlie Kaufman. Le due menti creative, per il resto piuttosto divergenti, trovano qui il giusto equilibrio tra parossismo narrativo, peculiarità stilistica dello sceneggiatore, e onirismo fanciullesco tipico del regista. Indimenticabile anche l’eccellente prova drammatica del protagonista Jim Carrey.

Love exposure (2008)

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Una pura estasi cinefila, che passa dallo scult al sublime nell’arco di pochi secondi anche all’interno di una singola scena, giostrando proprio su questa differenza di stili e atmosfere per creare un affresco unico e irripetibile, che inorridisce ed emoziona all’interno dello stesso insieme.
Love Exposure osa e osa senza freni e limiti di sorta in un melting pot iconoclasta e grottesco.

Moulin Rouge! (2001)

La Traviata e Madonna, Elton John e Mary Poppins, il tango e Randy Crawford, Evita e Sting. Tutto in pentola in nome di quell’amor ch’è palpito e serviti in vorticosa salsa musical nell’accecante cartapesta di una Pigalle di fine 800, viziosa eppure disneyana. Ben fatto e ‘strafatto’: trip deciso ad estasiare. Nicole Kidman è da Olimpo delle Dive (Oscar negato, seguirà risarcimento), il cast bohémienne eccelle, la musica conquista e commuove. Con Moulin Rouge! l’australiano Baz Luhrman, che portò Shakespeare (e Leo Di Caprio) a Verona Beach, dirige una festa barocca per occhi kitsch rubando tutto quanto fa melodramma. Un balocco sovraccarico, incalzante, eccessivo; perfettamente inutile e leziosamente perfetto come dev’essere ogni opera d’arte.

La città incantata (2001)

Fiore all’occhiello dello Studio Ghibli, La città incantata è riconosciuto come il capolavoro di Miyazaki. Un film che riesce a rendere la complessità dell’infanzia e allo stesso tempo della vita, grazie all’assortimento dei memorabili personaggi di contorno, primo tra tutti il Senza Volto. Forte di una protagonista attiva e intelligente, una trama ricca e i disegni dello studio Ghibli, il film vinse non a caso l’Oscar per il film di animazione e rimane ancora oggi un immancabile coming of age fantastico.

Bastardi senza gloria (2009)

Definito dai critici dell’epoca il capolavoro di Tarantino dopo l’iconico Pulp Fiction, Bastardi senza gloria rimane, a distanza di dodici anni, un esempio magistrale di sceneggiatura. Tarantino infatti sembra qui perfezionare non solo la struttura “a capitoli” che lo contraddistingue, ma soprattutto la divisione tra una prima parte statica, fatta di unità di luogo e azione e dialoghi ricchi di sottintesi e di tensione, a una seconda metà in cui scatena tutto il divertimento più pulp e sanguinolento. Neanche a dirlo, vinse la statuetta per la miglior sceneggiatura originale, ma anche per il miglior attore non protagonista, dato all’allora sconosciuto Christoph Waltz, che questo film aiutò a lanciare.

City of God (2002)

La divina città è una favela brasiliana, vista con gli occhi dell’11enne Buscapè: dagli hippy alla cocaina, passando per la discomusic. Pupille allenate al candido cinismo tipico di chi cresce contemplando un mondo violento (e di chi coltiva il demone della fotografia). Montaggio vorticoso a ritmo di Bossanova, affresco corale di giovani vite bruciate, legge del più forte in cattedra. Le gang di Rio de Janeiro che subiscono il destino convinte di addentarlo. Il film di Fernando Mereilles è piaciuto a tutti, ma non agli abitanti del sobborgo in questione. Che rilanciarono il dilemma: documento efficace o compiaciuta vetrina di vita violenta? Denuncia o supermercato? Il successivo folklore strumentale di “The Constant Gardener” avrebbe sciolto ogni dubbio sulla mano del regista

Kill Bill 1 e 2 (2003, 2004)

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Tuta gialla a righe nere, capelli biondi e katana in mano. Anche per chi non ha visto il film il look è inconfondibile. È Black Mamba, protagonista di questo revenge movie diviso in due volumi, usciti uno nel 2003 e uno nel 2004. Concepiti insieme, li consideriamo per questo un unico slot sulla nostra lista. Kill Bill si basa su una premessa semplice riassunta nel titolo: unico scopo della protagonista è quello di uccidere l’uomo che le ha rovinato la vita. Per farlo, dovrà affrontare nemici di entità sempre più pericolosa e affrontare prove di varia natura, dalle arti marziali all’uso della katana. Divertito e divertente, Kill Bill è soprattutto un sentitissimo atto di amore di Tarantino verso il cinema che più ama, dagli action movie di serie zeta orientali fino ai noir.

Old Boy (2003)

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Old Boy, presentato a Cannes 2004 dove ha ottenuto il Gran Premio della Giuria, è film emblematico di tutto questo alterno inebriarsi e sfiancarsi dei cinque sensi rivolti allo schermo. Secondo film della “Trilogia della vendetta”, firmata da Park Chan-Wook, che comprende anche Mr. Vendetta e Lady Vendetta, Old Boy è un film che colpisce allo stomaco con mano violenta ma abile, sanguinaria più nello strazio che la ispira che nei liquidi che sparge.

Million Dollar Baby (2004)

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Gli anni duemila sono stati gli anni della svolta per Clint Eastwood. Dal volto dell’ispettore Callaghan, già negli anni ’90 Eastwood si dà alla regia con film di tutto rispetto come Mezzanotte nel giardino del bene e del male, ma è definitivamente nel 2003 che entra nell’olimpo dei registi drammatici con l’intenso Mystic River, che ha di poco mancato questa lista. Con Million Dollar Baby, Eastwood ritorna su una storia dal taglio epico che tratta un argomento poco affrontato, all’epoca come adesso. Una magnifica Hilary Swank interpreta la boxeur Maggie, che trova nel burbero allenatore Frankie (lo stesso Eastwood) un mentore e addirittura un padre, nel momento in cui dovrà chiedergli di fare una scelta difficile.

Parla con lei (2002)

Pedro Almodovar è sempre stato attratto dal torbido, da tutto ciò che è comunemente considerato deviato, soprattutto a livello sessuale, e dalla millenaria dicotomia tra eros e thanatos, amore e morte. Ma è nel 2002 con il controverso Parla con lei che il regista spagnolo riesce a restare perfettamente sul filo del rasoio tra scandalo ed incomprensione, orrore ed empatia, trattando un argomento che è esso stesso confine tra due stati diversi, ovvero il coma. Una riflessione che ha turbato molti animi, proprio per la magistrale delicatezza con cui è affrontata. Il film vinse l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.

Il cavaliere oscuro (2008)

Il Cavaliere Oscuro è forse il film più amato dell’universo di Batman, complice una visione oscura e spietata di Gotham, grazie alla sapiente regia di Nolan sorretta da una sceneggiatura perfetta, e soprattutto l’indimenticabile interpretazione del mancato Heath Ledger, che ricevette l’Oscar postumo per il personaggio del Joker, a cui diede una sua personale reinterpretazione. Il gesto serpentino della lingua, le cicatrici sulle guance, il trucco gocciolante. Tutto è stato essenziale per creare un personaggio che ruba la scena a Batman per carisma e arguzia pazzia. Nessuno dimenticherà mai Heath Ledger e il suo splendido Joker.

Il labirinto del fauno (2006)

Guillermo del Toro ha portato finalmente a casa la statuetta per la migliore regia nel 2017 con La forma dell’acqua, ma il suo film più personale resta senza dubbio Il labirinto del fauno, oscura favola che vede la piccola Ofelia alle prese con gli orrori della dittatura di Franco e quelli di un mondo parallelo, gestito da un fauno crudele. Il film di formazione raggiunge punte di macabra evasione fanciullesca ed esplora il lato più oscuro non solo della Storia ma anche dell’infanzia. Ricevette tre Oscar per i costumi, il trucco e la fotografia.

Lettere da Iwo Jima (2006)

L’altro lato della medaglia della gloria, il controcampo di Flags of Our Fathers: il film sulla bandiera a stelle e strisce issata da 6 eroi Usa e getta, con foto tarocca, utile a celebrare. L’invasione dell’isoletta pietrosa vista dai 20.000 giapponesi asserragliati nei suoi crateri. Resistenza impossibile: portarsi dietro più nemici possibile (alla fine saranno 7.000) o riscattarsi col suicidio agli occhi dell’imperatore che Sokurov, ne Il sole, rivela essere un fantoccio distratto? La morale e lo stile di Eastwood vibrano limpidi: dietro gli inchini e lo sguardo fisso nel Sol Levante, i ragazzi giapponesi sono uniti a quelli yankee dall’inutilità del gesto tragico, dai topi in gola, dalla memoria rivolta a famiglie lontane. In 5 settimane e con pochi ciak, come piaceva al suo maestro Don Siegel, il vecchio Clint realizza un nobile capolavoro: didattica di Storia e sentimenti.

In the mood for love (2000)

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Tacciato talvolta di manierismo, Wong Kar-Wai esprime in questo film di muta seduzione tutto il suo potenziale stilistico, raccontando una storia quasi senza dialoghi e quasi senza trama. È un film sostanzialmente di regia: attraverso i dettagli, le inquadrature e il montaggio, la tensione tra i due non-amanti è palpabile e lo spettatore trattiene il fiato fino alla fine. Tutto il film è elegantemente seducente: dalla musica, all’onnipresente rosso dei vestiti e delle scene, al framing domestico. Fu candidato alla Palma d’Oro a Cannes 2000.

A History of Violence (2005)

I migliori film del decennio 2000-2009

Citando Hopper fin dalla prima inquadratura, il film si pone come una riflessione sulla alienazione della società data dalla sua violenza intrinseca. Un solido thriller, tratto dall’omonima graphic novel di John Wagner, che riflette su temi cari a Cronenberg, come la ricerca dell’identità e la successiva schizofrenia. Vede un ottimo Viggo Mortensen, con cui Cronenberg collaborerà anche al seguente La promessa dell’assassino.

Memento (2000)

I migliori film del decennio 2000-2009

Il film che ha consacrato Nolan al pubblico internazionale e quello che più di tutti, nella storia recente, ha dato al montaggio il vero ruolo da protagonista. La storia di vendetta dell’amnesico Leonard Shelby riesce ancora ad evocare suspense e angoscia, anche a chi conosce il finale a sorpresa. Il film ha il merito di essere ricco di idee e ingegnoso nello sviluppo, e il protagonista tatuato per non dimenticarsi il suo obiettivo ha fatto storia. Vinse l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale e il miglior montaggio.

Ferro 3 (2002)

Una figura insostanziale, una casa vuota, un amore silenzioso. Una mazza da golf. Sono questi gli elementi di Ferro 3, un film unico nel suo genere, aereo ma implacabile, ansiogeno ma serafico. Kim Ki-Duk è un regista che riesce sempre a portare la sua cifra stilistica nonostante la varietà dei generi che affronta e la quantità dei film che produce, con una media di uno all’anno. Un film imprescindibile agli amanti del cinema coreano, e in generale a chi vuole continuare a farsi sorprendere dalla settima arte.

The Departed (2006)

Remake dell’action thriller di Honk Kong Internal Affairs, The Departed usa la premessa originale per esplorare le sostanziali similitudini di due mondi opposti, ovvero quello della “giustizia” e quello della “criminalità”. Lo scambio di ruoli dei due protagonisti, che si infiltrano l’uno nell’ambiente dell’altro, è fondamentale per smascherare le ipocrisie e le corruzioni di entrambi i mondi. The departed diventa anche una riflessione sulla paternità e sui peccati che i figli ereditano dai padri. Vinse quattro oscar, miglior film, regia, montaggio e sceneggiatura non originale. Fu snobbato Di Caprio, già in lizza quell’anno per l’interpretazione in Blood Diamond.

Arca russa (2002)

Dall’intenso Aleksandr Sokurov (Moloch, Il sole, Alexandra), un fluviale viaggio lungo le stanze dell’Hermitage di San Pietroburgo e nella Storia della Madre Russia: grandi domande, grandi slanci, grandi contraddizioni. Un piano sequenza oceanico (la macchina non stacca mai, per tutto il film) sfocia in una struggente uscita a sciame da un mondo e dalle sue illusioni. La morale dice molto: del futuro si sa tutto, cerchiamo di conoscere il passato.

I segreti di Brokeback Mountain (2006)

Con i Segreti di Brokeback Mountain, il taiwanese Ang Lee sfonda in pieno il genere romantico, ritornando alla declinazione omosessuale dopo il gioioso Il banchetto di nozze. Qui però, Lee esplora i tormenti dell’amore clandestino che due uomini si portano avanti per 15 anni, a lato della loro vita ufficiale, fatta di lavoro, mogli e figli. L’esplorazione dei personaggi è sempre profonda e attenta, in particolare quella di Ennis del Mare, interpretato magistrale dal compianto Heath Ledger.

Zodiac (2007)

Il serial killer del titolo operò nella zona di San Francisco dal 1968 al 1974: omicidi, aggressioni, minacce, rivendicazioni ai giornali. Divenne Scorpio per Eastwood, non fu mai arrestato. Lo braccarono due detective (Mark Ruffalo e Anthony Edwards), un giornalista (Robert Downey jr), un vignettista (Jake Gyllenhaal). Chi abbandonò il caso, chi affogò nell’alcol, chi decifrò i codici del criminale rimanendone ossessionato. David Fincher realizza il poliziesco che da lui non ti aspetti: estenuante nell’edificarsi tra sbagli e sbadataggini di un’indagine ostinata eppure negligente, troppo succube di burocrazia e perizie. Il tocco di Seven, Fight Club e The Game si fa attendere 135 minuti: guizzi di macchina tra angoscia e specchi a caccia del thriller fin lì (rin)negato.

The Prestige (2006)

I migliori film del decennio 2000-2009

Un thriller d’epoca a più strati, un’avventura illusionista instancabile, ma anche un’avvincente riflessione sul bisogno di chi guarda di acquisire certezze contraddette, ovvero sul bisogno di meraviglia dello spettatore. Una pellicola densa di sorprese, un regalo sfavillante nella forma e nella sostanza, una pellicola /miniera da cui lo spettatore può scegliere se limitarsi a subirne le fasi, comunque perfettamente coinvolto e soddisfatto, ché questo è un mirabile film di struttura, oppure se farsi risucchiare nel suo gioco ricco di paralleli, di inganni, di metafore automatiche, di passi che sembrano falsi per rivelarsi un attimo dopo perfetti.

Dogville (2003)

I migliori film del decennio 2000-2009

Si può considerare Dogville come una radicale risposta alle regole di Dogma ’95: non più luci naturali, non più attori sconosciuti. Una scenografia spoglia e luci artificiali, come a teatro, le scritte per indicare le case: tutto è fatto per annullare quella sospensione dell’incredulità che è vitale nel cinema. Fin dalla concezione è un film che sfida la stessa nozione di cinema. La progressiva crudeltà e ferocia della cittadina e della protagonista ritraggono una realtà crudele e inesorabile da cui nessuno può fuggire.

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Marianna Cortese
Attualmente laureanda in Lettere Moderne, ho sempre avuto un appetito eclettico nei confronti del cinema, fin da quando da bambina divoravo il Dizionario del Mereghetti. Da allora ho voluto combinare cinema e scrittura nei modi più diversi e ho trangugiato di tutto: da Kim Ki-Duk a Noah Baumbach, da Pedro Almodovar a Alberto Lattuada. E non sono ancora sazia.

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