Million Dollar Baby è un dramma umano mozzafiato, impeccabile. Un’opera d’arte dura e cruda, alimentata da un dolore che non può essere mai placato. Non è una versione femminile di “Rocky” e neanche una moderna versione di “Cenerentola”. Il regista e co-protagonista Clint Eastwood ha preso una storia di persone che vivono ai margini della vita e l’ha trasformata in una storia universale sulla sconfitta, la resistenza, il trionfo dello spirito e il rispetto. Il film, acclamato dalla critica e dal pubblico, è tratto da un racconto della raccolta “Rope Burns” di F.X. Toole e si è aggiudicato 4 premi Oscar nel 2005.

Million Dollar Baby

Clint Eastwood ha da sempre caratterizzato le sue opere come una costante analisi sugli emarginati, sui delusi dal sogno americano, sui deboli, ma anche sui forti non riconosciuti tali dalla società. Come regista e attore, ha affrontato diverse tematiche nelle sue storie (anche scomode), ma ha sempre applicato un unico stile, una sorta di realismo nudo, a un’enorme gamma di generi. Come regista in particolare, ha saputo rubare, dietro la macchina da presa, le emozioni della quotidianità interrotta dal destino e/o dalla violenza di altri uomini, diffondendola e poi amplificandola in qualcosa che va aldilà della stessa scena di un film. I suoi film hanno l’abilità di essere così veri da rendere il cinema un allungamento del nostro mondo, dei nostri occhi, dei nostri pensieri. Non è nella pellicola che si registrano suoni ed immagini, ma nel nostro cuore. Come ha mostrato, ad esempio, in Mistyc River” (2003), Eastwood sa che alcune persone affrontano enormi blocchi stradali nella vita per caso di nascita o avvenimenti particolari, veicolo di una morale tragica sulle circostanze negative che possono cambiare radicalmente lo scorrere naturale degli eventi dell’esistenza degli uomini. Alcuni sfidano il loro apparente destino e trionfo, altri accettano la sconfitta e smettono di provare, altri ancora tentano di fallire, e questa è la tragedia umana più crudele. In “Mystic River”, Eastwood ha esaminato un’intera comunità irlandese-americana che ha scritto la propria caduta. In Million Dollar Baby restringe la concentrazione per guardare tre personaggi, una sorta di trinità ferita: Maggie, Frankie e Scrap. Persone molto diverse, eppure unite tra loro attraverso legami che toccano il cuore e l’anima.

Million Dollar Baby

Frankie (Clint Eastwood) ha i suoi demoni. È un uomo ferito, stanco e soffre giornalmente per il rifiuto di sua figlia che restituisce le sue lettere senza neanche aprirle. Si sente anche in colpa per aver lasciato che il suo amico Scrap (Morgan Freeman) continuasse una lotta brutale che gli è costata, non solo la perdita di un importante incontro di boxe, ma anche di un’occhio. Ora gestiscono insieme un posto chiamato “The Hit Pit”, una palestra di boxe fatiscente e logora nel centro di Los Angeles che, nel film, è un luogo di cieli grigio acciaio, strade sporche di piscio, scarsa illuminazione e persone che evitano di uscire. Maggie (Hilary Swank), che ha perso il padre in tenera età, ha lasciato la sua famiglia negli Ozarks, e lavora a Los Angeles come cameriera, fervida nella sua ricerca di un sogno insolito, che è quello di diventare una pugile professionista. Quando si avvicina per la prima volta a Frankie chiedendo di allenarla, lui le ringhia contro dicendo: “Non alleno le ragazze”, ma alla fine dopo il suo costante rancore e il contributo di Scrap, Frankie soccombe e accetta con riluttanza di allenare Maggie. Il film descrive il suo sviluppo come combattente e figlia surrogata di un uomo estraneo alla sua stessa famiglia, disilluso dalla Chiesa cattolica, nonostante la frequenza quotidiana alla messa, e riluttante ad abbassare la guardia. Tra loro si sviluppa una bella relazione, e Frankie – che aveva smesso di correre rischi – inizia a correrli sia a livello professionale che emotivo. Conducendola al trionfo e al fatidico dilemma finale.

Million Dollar Baby

Eastwood impiega il suo tempo nel raccontare questa storia. Million Dollar Baby ha un ritmo che raramente si vede nei film hollywoodiani. È asciutto, senza una parola o un gesto di troppo, ma allo stesso tempo è carico di sbalzi emotivi, con l’alternarsi di sentimenti di sconforto o di smarrimento a sentimenti di gioia e speranza. Il film è straordinario proprio per la ricchezza dei dettagli rivelati sui personaggi, su come interagiscono e diventano indispensabili l’uno per l’altro. Da Frankie a Scrap che scherzano sui calzini bucati che rivela un lato della loro relazione, a come Frankie cerca di essere disinvolto quando scopre che Maggie non può guardare il nastro di un incontro di boxe perché non ha una televisione e un videoregistratore nella sua sporca stanza in affitto. Le relazioni che si instaurano sono meravigliosamente strutturate. Segreti e rimpianti del passato vengono inizialmente nascosti, ma rivelati organicamente e non si risolvono mai facilmente o banalmente. Per la prima metà del film, la trama si muove rapidamente ma prevedibilmente attraverso i passi prescritti e stanchi del genere sport-fantasy. Quante volte i film ci hanno dato l’atleta di talento che ha raggiunto il successo sotto la guida di un allenoratore burbero ma abile? Ma la trama è solo casuale. Questo è un film di carattere ed ha ambizioni molto più grandi. Maggie e Frankie tentano entrambi di redimersi e nel processo si rendono conto di quanto hanno bisogno l’uno dell’altro. È una storia d’amore senza romanticismo. Scrap, con la sua storia di quasi successo e poi apparente fallimento, media la sua ambizione e la protezione di Frankie. I tre formano una sorta di trinità di reciproco amore e sostegno – padre, figlia, spirito – che Frankie ha lottato di capire senza successo nelle sue conversazioni teologiche. Negli ultimi 40 minuti, il film cambia bruscamente direzione ed entra in un vortice discendente che lava via l’illusione e la finzione. Nelle sequenze finali, i tre hanno l’opportunità di scoprire ciò che è veramente prezioso nella propria vita e nella vita degli altri due. La straordinaria sceneggiatura di Paul Haggis cavalca le onde con dignità e, senza batter ciglio, ci porta giù, giù nell’oscurità evitando il melodramma tipico di Hollywood. Raggiunge i dotti lacrimali senza bypassare il cervello.

Million Dollar Baby

La violenza, i nasi rotti, i visi sanguinanti, il tonfo nauseabondo dei colpi su tutto il corpo sono brutali e brutalmente messi a nudo. Million Dollar Baby è un titolo che potrebbe suonare banale e slanciato, stranamente trasandato per un film incentrato principalmente sulla boxe. Eppure paradossalmente non è un film sul pugilato, sebbene le sequenze sul ring siano numerose, particolarmente assorbenti ed esplosive. Girate con due telecamere e virtualmente non coreografate, hanno un’abilità che li rende quasi spaventose da guardare. Ma la boxe è solo un mezzo per raggiungere un fine, sottolineando il dramma umano che ha portato i partecipanti sul ring e ciò che sono disposti a fare per uscire da esso da vincitori. È un film che riguarda la redenzione, l’assunzione di rischi, la ricerca della famiglia e di Dio, l’inseguimento di un sogno, un dilemma morale sconvolgente (l’eutanasia) e la relazione padre-figlia che si sviluppa tra Frankie e Maggie. Clint Eastwood ha anche realizzato la colonna sonora, calma e lirica, appropriata e minimalista, che forza l’attenzione riflessiva sugli interni delle persone piuttosto che sull’azione, sul senso di valore che troviamo nei personaggi e che i personaggi trovano l’uno nell’altro. Sono vulnerabili senza essere deboli, forti senza diventare duri. Sono come la cabina poetica di Yeats, fatta di argilla e acacia. L’arte e l’esperienza di Eastwood e di molti suoi collaboratori danno al film un tocco tradizionale. Anche se tratta di un argomento contemporaneo, ha una qualità drammatica dei vecchi tempi. Significato e sentimento sono portati da cambiamenti di tempo e tonalità. Gran parte di tutto questo lavoro è dovuto alla bellezza e alla struttura della storia, ma anche all’abilità dei tre attori principali che si sfidano con la finezza e la spontaneità dei musicisti jazz.

Voto Autore: 5 out of 5 stars

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