Il tempo non esiste. E’ la dimensione della vita, un valore che noi esseri umani abbiamo voluto e dovuto imporre alla nostra esistenza per creare “l’inganno dei sensi”. Ma per gli scienziati è soltanto una chimera. Così come il Cinema, che restituisce allo spettatore l’illusione di aver vissuto un’esperienza visiva e mentale in prima persona.

Pulp Fiction
“Gliel’ho visto fare, amico, cazzo! Le affogano in quella merda gialla!”

,Allo stesso modo ci sono film che nascono quasi per caso, per poi con il “tempo” (da qui l’inganno) trasformarsi e vivere di luce propria. Altri che diventano inconsapevolmente dei capolavori. Come se, dopo una lunga gestazione, aprissero le ali per volare, come la fenice appena risorta dalle sue ceneri. Non è il caso di Pulp Fiction che nasce capolavoro, fregandosene del tempo, che non esiste, ancora prima di essere realizzato. Il motivo è semplice: Quentin Tarantino ha la volontà di rivoluzionare il Cinema, per proiettarlo nel nuovo secolo. Troppo ancorato, ormai da anni, a vecchi modelli che non generano più interesse.

Pulp Fiction
“ma tu l’hai mai fatto un massaggio ai piedi?”

Cosa fa allora Quentin? Crea nuova materia cinematografica dal nulla? No, al contrario. La assorbe come una spugna (non a caso è un cinefilo incallito), per poi rimestolarla, creando il film capolavoro che segnerà il Cinema moderno, così come fece “Citizen Kane” (in Italia “Quarto Potere”) di Orson Welles nel 1941. Tant’è che, proprio come ” Citizen Kane “, Pulp Fiction è costruito su un montaggio non lineare. Che è possibile vedere una decina di volte, senza essere in grado di ricordare ciò che viene dopo.

Pulp Fiction
“E così lo ha nascosto nell’unico posto in cui sapeva di poter nascondere qualcosa. Il suo culo. Per cinque lunghi anni, ha portato l’orologio nel suo culo. Poi, quando è morto di dissenteria, ha dato l’orologio a me.”

Tarantino scrisse la sceneggiatura (un manoscritto di 500 pagine steso a pennarello su una serie di taccuini) nei coffee-shop di Amsterdam e nei fast food di quart’ordine di Parigi o dovunque andasse a promuovere il suo film precedente, Le Iene (ideale prologo a quello che poi si vedrà in Pulp Fiction).


Per i fratelli Bob e Harvey Weinstein, proprietari della Miramax, l’interprete ideale del personaggio di Vincent, sarebbe dovuto essere Daniel Day Lewis, al quale la sceneggiatura era molto piaciuta. Tarantino fu però irremovibile, arrivando perfino a minacciare che, senza John Travolta, non avrebbe fatto il film. I fratelli Weinstein accettarono le condizioni imposte dal regista e gli lasciarono il campo libero da paletti.

“Sono il Signor Wolf, risolvo problemi.”

Ora Quentin era finalmente libero di giocare nel suo negozio di giocattoli preferito. Senza sprecare un attimo, per il puro divertimento di far “dialogare” i suoi personaggi.
Molti film usano un discorso piatto e funzionale. I personaggi dicono solo quel poco che serve per far avanzare la trama e nulla di più. Non i personaggi di “Pulp Fiction” che sono innamorati delle parole e blaterano fino a superare la soglia della sopportazione, tramutando il tutto in puro divertimento: in Cinema!
Inarrestabile nel suo ritmo, è tanto estenuante quanto esilarante. Tra sparatorie, mexican standoff (o trielli, per i più avvezzi) e altre situazioni violente e al limite del (ir)reale, ci dà l’opportunità di esplorare varie sfaccettature dell’esperienza umana, tra cui rinascita e redenzione.


Vincent e Mia ballano sulle note di ”You can never can tell”, di Chuck Berry

Fu così che, libero dai vincoli inizialmente imposti dalla Miramax, non ancora trentenne e con alle spalle un solo film (Le Iene), rimbalzato dai piccoli festival autorali e diventato subito un cult, Quentin Tarantino si guadagnò con Pulp Fiction il titolo di genio. Ma divise, lacerò e fece discutere la critica di mezzo mondo. Non il pubblico, che lo premiò con incassi strepitosi, aggiudicandosi la Palma d’oro a Cannes nel 1994 (presidente Clint Eastwood) e l’Oscar come miglior sceneggiatura originale su sette nomination.

“…devo pugnalarla tre volte? Nooo! Non devi pugnalarla tre volte, una sola, ma con forza…”

Pulp fiction riprende titolo e atmosfere dalla letteratura “bassa” dei polizieschi popolari, i tascabili usa e getta stampati su carta riciclata ma con “firme” come Raymond Chandler, Jim Thompson, Cornell Woolrich.

Smonta e ricuce, accavalla e riprende alcuni episodi minimalisti di altissima tensione e banalissima quotidianità a Los Angeles. Una giovane coppia (Tim Roth e Amanda Plummer) che rapina gli avventori di un bar. Un gangster (John Travolta) che porta a ballare la donna del capo (Uma Thurman) e se la ritrova quasi cadavere per un overdose di eroina scambiata per cocaina. Un orologio da polso che fa un “oscuro” viaggio attraverso le generazioni. Due killer (Travolta e Samuel L. Jackson) che non sbagliano un colpo, ma casualmente fanno saltare le cervella di un ostaggio, proprio nella loro automobile, subito ripulita da un impeccabile collega (Harvey Keitel). Un pugile (Bruce Willis) che, fatto il doppio gioco in un match truccato, si trova nella tana di due sadici assassini assieme al boss che ha tradito (Ving Rhames).

Pulp Fiction

“Mi chiamo Jerda e non è con le chiacchere che uscirai da questa merda!”

Sorretto da una sceneggiatura straordinaria per ritmo, tensione e dilatazione drammatica, con dialoghi lunghissimi, divertenti e paradossali sulla globalizzazione dei McDonald’s, l’erotismo del piercing o l’importanza dei massaggi ai piedi, Pulp Fiction vive del puro piacere di raccontare. Ma anche di lavorare con attori complici, usati fuori dai loro stereotipi. Come John Travolta, che Tarantino letteralmente salvò dalla deriva post divistica ingrassandolo, imbruttendolo e facendolo recitare sopra le righe. Ma aprendogli così una seconda carriera poi rivelatasi eccellente.

Pulp Fiction
“La verità è che TU sei il debole, e io sono la tirannia degli uomini malvagi. Ma ci sto provando, Ringo, ci sto provando, con grande fatica, a diventare il pastore.”

Al di là dell’estetica e dell’innovazione, di cui abbiamo parlato sopra, Pulp Fiction è un’opera epocale sul piano della produzione e del marketing. Perché è stato il primo film marcato Miramax (cioè una produzione indipendente) a diventare un blockbuster.

Pulp Fiction
“Hai sentito quello che ho detto, pezzo di merda! Con te non ho finito neanche per il cazzo! Ho una cura medioevale per il tuo culo!”

Le storie di Tarantino hanno un tono sornione, apertamente amorale secondo i crismi di un cinema di valori, ma il film è talmente geniale, scorrevole e divertente, da meritarsi l’appellativo di “piccolo gioiello” nell’ambito del cinema di genere, col ghigno del paradosso e la confidenzialità della commedia nera. I suoi personaggi blaterano senza posa e il loro blaterare genera tensione nell’attesa di un colpo d’azione che si rimanda di continuo (dilatando la drammaticità fino ad annullarla) o che arriva quando meno te l’aspetti, scoppiando con il bagliore di un flash nel quale sfugge lo shock, ma ti resta l’emozione.
Tarantino scrive e dirige un film per gli amanti del cinema, e Pulp Fiction è un capolavoro.

Voto Autore: 5 out of 5 stars