“Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia realtà o sogno”. Ciò che è certo è che da questa realtà che chiassosamente ci violenta ogni giorno saremmo pronti a fuggire. Vorremmo allargare le braccia, lasciarci scompigliare i capelli dalla brezza del mattino, accogliere il domani senza avvertire il peso del presente gravare sulle nostre spalle. In un mondo ossessionato dalla ricerca di un’originale identità di cui vestirsi, è possibile concedersi una pausa da noi stessi? Potremmo indossare le vite degli altri, una volta abbandonata l’illusione che la nostra ci appartenga sul serio?
“Ferro 3 – La casa vuota” (빈집 – Bin-jip) è un’elegante e silente ribellione al frastuono, una storia sospesa nell’aria, che continua a volteggiare nella nostra memoria leggera come una piuma, indelebile come una cicatrice a cui ci si affeziona con il passare degli anni.

Ferro 3 – La casa vuota

Non siamo così diversi da una casa vuota, oppressa da oggetti dimenticati. Oggetti che ci rammentano quale vita abbiamo scelto. Oggetti che dimentichiamo di riparare non appena il sapore della nostra esistenza inizia ad annoiare. Ma in fuga dal tedio rumoroso della vita, in cerca di un rifugio fuori dal tempo, quale casa potremmo abitare se non la nostra?

Un poetico estro e una spontanea intensità hanno reso il cinema del sudcoreano Kim Ki-duk un canto di cui non ci si vuole più privare. Il suo linguaggio non è mai sceso a compromessi con la grande industria cinematografica: i suoi film sono taglienti e impalpabili, corporei e intangibili, ardenti ed algidi. Kim riceve le attenzioni della critica con “L’Isola” (2000), pellicola intrisa del suo stile personale ed ermetico. Con il suo ispirato ciclo stagionale “Primavera, Estate, Autunno, Inverno e ancora Primavera” (2003) il regista dipinge una straordinaria metafora della vita, conquistando definitamente le menti pragmatiche degli spettatori occidentali. “Ferro 3 – La casa vuota” conferma il puro splendore che il cinema di Kim Ki-duk sa evocare. La pellicola vince il Leone d’Oro a Venezia e si imprime nella nostra memoria come eccezionale esempio di narrazione: immagini e silenzi, dramma e lirismo descrivono l’incanto della sospensione.

Ferro 3 – La casa vuota

Solo la macchina da presa di Kim avrebbe saputo impressionare l’occhio dello spettatore tanto da far ribollire i cuori, tanto da far esplodere gli animi. Solo quando, al termine della visione, si avverte la misteriosa sensazione che i nostri organi non abitino più nella abituale posizione si comprende di aver assistito ad un’opera di autentica meraviglia. Questo è esattamente ciò che accade con “Ferro 3 – La casa vuota”: lo spirito dell’arte invade lo schermo e sazia il nostro desiderio di evasione. Per chi sa ancora leggere fra le righe “Ferro 3” è acqua fresca nella torrida e assordante banalità narrativa dei nostri tempi.

Il ferro 3 è la mazza da gol meno utilizzata dai giocatori, quella esclusa dal gioco, il cui manico viene sfiorato distrattamente mentre si decide di impugnarne vigorosamente un altro. Solo, fuori dal gioco, dimenticato nella custodia, invisibile in mezzo a manici più attraenti. Così deve sentirsi Tae-Suk (Hee Jae): lui che quasi non esiste, lui che si impadronisce della vita degli altri per qualche ora, vestendo identità sempre nuove, con un sorrisetto compiaciuto.

Tae-Suk, un po’ “vagabondo” Charlot, un po’ Bruce Lee, si introduce nella abitazioni, mentre i proprietari sono fuori: si fa la doccia, si accomoda sul divano, mangia ciò che è nel frigorifero, veste gli abiti riposti nell’armadio. Si comporta esattamente come faremmo noi, in casa nostra. Tae-Suk però aggiusta gli oggetti che hanno smesso di funzionare, quelli di cui abbiamo smesso di occuparci. E scatta anche fotografie. Un turista con la voglia di stupirsi davanti agli angoli di un’esistenza a cui noi abbiamo smesso di rivolgere interesse.

In una delle case in cui si abbandona all’intimità altrui c’è una ragazza, Sun-hwa (Lee Seung-yeon). La sua bellezza è macchiata dai segni evidenti dei maltrattamenti a cui la sottopone il bestiale marito. I due giovani si intendono, comunicano senza proferire parola, si capiscono senza fornire spiegazioni. Vagheranno insieme nelle case degli altri, nelle vite degli altri: un appassionato vagabondare con numerosi cambi di residenza. A separarli sarà l’incapacità del mondo di cogliere la purezza delle loro intenzioni, a riunirli il fantasma evocato dall’amore.

Ferro 3 – La casa vuota

Sguardi, cenni, gesti: elementi di una scrittura cinematografica che esprime le proprie potenzialità espressive concedendo pochissimo spazio ai dialoghi a favore di un linguaggio più istintivo, viscerale, emotivo. Le parole sembrano inadatte ad esprimere il carico emotivo che muove i protagonisti. Gli oggetti, le immagini, il loro accostamento e il loro contrasto si fanno carico di tutta la funzione comunicativa. Tae-Suk e Sun-hwa vivono in un mondo altro, che non capiamo. Ci vivono accanto senza appartenere a nulla, sono fatti di una materia leggera, effimera, lieve. E mentre li vediamo occupare i nostri spazi, così tangibili e umani, ci domandiamo quale sia il confine fra realtà e sogno, e se questo esista davvero.

Kim Ki-duk, prima artista-pittore, poi regista, ci regala un’opera di vera meraviglia: un’ancora di salvezza per chi coraggiosamente custodisce ancora il sogno di un’espiatoria evasione.

Voto Autore: 4.5 out of 5 stars