Boston, 1975. Tre bambini stanno giocando sulla strada quando un’auto si ferma e due uomini autoritari, rimproverandoli, ne fanno entrare uno all’interno della vettura con il pretesto di portarlo dalla madre perché venga punito. Il povero Dave verrà sequestrato per quattro giorni e violentato dai due energumeni, salvo poi riuscire a fuggire.
E’ questo il suggestivo e inquietante incipit di Mystic River, film del 2003 diretto da quanto più vicino a un dio del cinema immortale abbiamo ancora oggi a Hollywood, ovvero il sempreverde Clint Eastwood.

Mystic River

Venticinque anni dopo i tre bambini hanno percorso strade differenti ma tutto sommato appaganti. Dave è sposato e ha un figlio a cui vuole un gran bene e con cui passa molto tempo a giocare, Sean, il duro del gruppo, è diventato detective e Jimmy, una moglie e tre figlie, ha un negozio e il vizio del crimine, in particolar modo del furto, tanto da essere stato per due anni in prigione, molto tempo prima. Le loro vite, non più comunicanti da molti anni, si intrecciano nuovamente quando Katie, la figlia diciannovenne di Jimmy, viene massacrata da ignoti dopo una serata con le amiche. Il detective Sean ha un gran daffare e quando scopre che uno dei più credibili sospettati del misfatto sembra proprio essere quel Dave per il quale sia lui sia Jimmy provano un inevitabile quanto irragionevole senso di colpa, l’indagine si trasforma in un bilancio esistenziale e in un trionfo del “E se invece…”.

Mystic River

Tratto dal romanzo La morte non dimentica, uno dei casi letterari del 2001, per lo meno negli USA, Mystic River si connota come un thriller praticamente perfetto, con delle interpretazioni magistrali da parte di tutti e tre i protagonisti e con una regia dell’ex Joe il Monco  superata forse solo dal suo lavoro in Million Dollar Baby. D’altra parte i premi vinti da Mystic River possono tranquillamente denotare il film come un ottimo lavoro. Candidato a sei Premi Oscar, se ne è portati a casa due per le interpretazioni di Sean Penn, fantastico nel ruolo di Jimmy, e di Tim Robbins, memorabile uomo adulto segnato da un terribile trauma infantile, nel ruolo di Dave. L’accoglienza più che positiva del pubblico, che ha permesso alla pellicola di incassare 156 milioni di dollari in tutto il mondo, di fronte ad un budget di 30, ha poi fatto il resto, rendendo il thriller di Eastwood uno dei migliori titoli di quegli ultimi anni.

Mystic River

Il fatto è che l’ex cowboy quando si mette dietro alla macchina da presa difficilmente sbaglia il colpo, realizzando praticamente sempre pellicole dall’altissimo valore tecnico e artistico. In particolar modo l’abilità registica di Eastwood viene resa in Mystic River dal personaggio di Dave. In un film dove tutti i personaggi hanno poche luci e moltissime ombre, il personaggio di Robbins è senza dubbio il più oscuro, quello che ha risentito di più del passato (e come potrebbe essere altrimenti). Ecco che allora il modo più immediato di rendere tale aspetto sullo schermo è quello di farlo apparire perennemente in situazioni di illuminazione contrastata, se non addirittura nel buio più totale.

Tuttavia Dave non è un uomo segnato indelebilmente dal passato soltanto nel proprio intimo, ma che trascina nel suo alone di oscurità anche chi gli sta accanto. In primis la moglie Celeste (una Marcia Gay Harden candidata all’Oscar), ma poi anche gli interlocutori sporadici con cui entra in contatto. Questo trascinamento avviene sia nelle parole sia nelle immagini. Ogni volta che Dave deve parlare di questioni importanti con qualcuno, ecco comparire l’oscurità, per certi aspetti vera protagonista della pellicola. Accade prima nella scena in cui Dave rivela il suo terribile segreto alla moglie, sia nella scena della “resa dei conti” con Jimmy. Curioso è il fatto che l’unico momento in cui appare la luce su Dave, è proprio ai titoli di coda della sua esperienza “giudiziaria”. Dire di più sarebbe uno spoiler grosso come una casa.

Questa scelta registica ha il grande merito di far capire praticamente senza dover far uso di parole ripetitive, almeno dal punto di vista dello spettatore che da subito sa quello che è successo al piccolo Dave, tutto il travaglio psicologico che c’è all’interno del Dave adulto. E l’effetto è sublime.

Se il personaggio di Sean è il più semplice dei tre, risultando a dire il vero in certi punti troppo abbozzato e di conseguenza facendo meno presa sullo spettatore (vedasi la misteriosa relazione con la moglie, poco comprensibile nel suo sviluppo), sicuramente altrettanto interessante è la figura di Jimmy.

Il personaggio interpretato da Sean Penn è un uomo abituato a farsi strada da solo nella propria esistenza, pensando poco alle conseguenze sul lungo termine e più a quelle nell’immediato. E’ il classico predatore della vita: giovanissimo, ha messo incinta una ragazza (da quella relazione è nata Katie), pochi anni dopo è finito in prigione per il tradimento di un amico fidato, e una volta uscito ha ricominciato da capo, con una nuova moglie e due ulteriori figlie, oltre a un negozio di discreto successo, sulle spalle. Ha conquistato tutto ciò che un qualsiasi uomo può sognare, e l’ha fatto, per giunta, completamente da solo.

Mystic River

Tuttavia la vicenda raccontata dal film lo trasforma in una vittima della vita, e un leone come lui non può accettare serenamente di vivere come una pecora qualsiasi. Dunque si fa strada nel suo animo l’idea di provvedere da solo anche alla giustizia nel caso spinoso dell’omicidio di sua figlia. Arriva a promettere allo stesso cadavere di Katie di prendere con le sue sole forze il colpevole e di ucciderlo senza pietà. Peraltro questa sua tendenza omicida è recidiva, come ci dice lo stesso Jimmy in una delle scene migliori del film. Anche nel primo caso, essa era però stata la reazione d’orgoglio di un uomo in qualche modo decaduto, che vuole ritornare sul trono, senza pensare troppo a quali conseguenze potrebbe portare il suo agire. Non c’è machismo o superficialità dietro al suo essere violento, ma soltanto una mente e un animo sofferente e orgoglioso.

Non è un caso che chi gli sta vicino, prima fra tutte la moglie, siano con lui nella sua battaglia, pur sapendo che essa è a dir poco folle. E’ un uomo arrivato che non vuole vedere in alcun modo scalfita la sua sudata condizione di serenità, e che, se minacciato, è in grado di fare qualsiasi cosa.

La storia, le interpretazioni, la sceneggiatura e la regia di Eastwood remano tutte nella stessa direzione riuscendo a produrre nello spettatore un effetto di straniamento. Mystic River è un film che lavora molto sulla facoltà immaginativa di chi guarda, in particolar modo della sua abilità nella previsione degli eventi. Se praticamente guardando qualsiasi film, l’audience, anche inconsciamente, sia chiaro, si pone delle domande e quindi avanza delle ipotesi riguardo allo sviluppo della storia proiettata sullo schermo, nel film del 2003 questa componente, oltre a non essere impercettibile, diventa parte integrante dell’esperienza cinematografica. Il regista riesce a farci credere tutto e il contrario di tutto, portandoci in una direzione e confermandone il grado di verità, per poi smentirla categoricamente con poche battute o poche inquadrature. E’ un castello di carte che viene costruito sempre meglio dallo spettatore, ma che, al primo vento, anche leggero, crolla inesorabilmente a terra.

In quest’ultimo aspetto sta la forza della pellicola, e  in generale dei grandi thriller. La macchina da presa che alla fine del film inquadra le acque del Mystic (River), oltre che suggestiva chiusura ad effetto, diventa anche manifesto programmatico di ciò che la pellicola ha voluto rappresentare: nientemeno che la mutevolezza e la futilità delle cose umane.

Voto Autore: 4 out of 5 stars