mercoledì, 21 Agosto, 2021

Arca russa – recensione del film in piano sequenza di Sokurov

Arca russa è una ricostruzione storico-fantastica del 2002, diretta dal regista russo Aleksandr Sokurov. Capolavoro di maestria e tecnica cinematografica, il film è costituito da un unico piano sequenza.

La pellicola, presentata in concorso al 55° Festival di Cannes in ragione delle sue peculiarità registiche, è un mirabolante omaggio alla storia e all’arte russa.

Arca russa

Arca russa: trama esile ma fantasioso impianto narrativo

In un tempo imprecisato, presumibilmente prossimo al presente, un uomo si risveglia nel Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo. L’anonimo protagonista di Arca russa, che mai sarà visibile allo sguardo dello spettatore, presta i suoi occhi al pubblico per permettergli di osservare ciò di cui fa esperienza nel suo vagare tra le sale del maestoso edificio.

Parallelamente al suo muoversi nel palazzo avrà luogo un misterioso viaggio nel tempo che attraversa il Settecento, l’Ottocento e il Novecento. Quest’ultimo gli permetterà di vedere, all’interno degli ambienti che visita, personalità leggendarie della storia russa. Grazie a questo favolistico impianto narrativo, il protagonista vivrà spaccati di quotidianità di Pietro il Grande, l’imperatrice Caterina II, lo zar Nicola I e lo zar Nicola II.

Oltre ai nobili che abitano le sale, proseguendo in questo oscillante viaggio nel tempo il protagonista arriverà a poter osservare i visitatori del museo Ermitage e le opere che esso ospita. Nel suo avanzare tra gli spazi del palazzo, il protagonista risulterà perennemente invisibile a coloro che lo circondano. Sin da subito, tuttavia, avrà modo di incontrare una presenza, l’unica a cui risulterà visibile: quella del diplomatico francese marchese Astolphe de Custine, che lo affiancherà nel suo percorso.

Arca russa: l’incredibile regia rende il film unico nel suo genere

Storicamente, il piano sequenza ha costituito una sfida con cui i più grandi registi hanno voluto misurarsi per sancire la propria maestria. Se già nel ‘48 Sir Alfred Hitchcock, con il suo Nodo alla gola, volle mettersi alla prova per realizzare un film in dieci piani sequenza uniti dai cosiddetti “tagli fantasma”, dieci anni dopo Orson Welles seguì il suo esempio realizzando con questa tecnica la scena iniziale, ormai passata alla storia, del suo L’infernale Quinlan e ancora nel 1998 l’acclamatissimo Brian De Palma nel suo Omicidio in diretta tenta di replicare.

Non sono mancati esempi nostrani, come nei casi di Professione: reporter (Antonioni, 1975) o Una giornata particolare (Scola, ‘77). Ma mai alcun regista aveva avuto l’ambizione di realizzare un intero film in puro piano sequenza, senza ricorrere a stacchi di montaggio impercettibili in momenti di buio. Ciò finché, con Arca russa, Sokurov si è cimentato nella realizzazione di un unico piano sequenza in soggettiva lungo 99 minuti, attraversando ben trentatré sale dell’Ermitage. Un’impresa titanica da un punto di vista tecnico, per la quale sono state effettuate, giocoforza, riprese in digitale.

Arca russa

Ciò che desta ancor più stupore è il sapere che il film che vediamo è stato ottenuto solo al quarto tentativo. A seguito di un primo tentativo interrotto dopo soli cinque minuti, e dopo altri due tentativi, proprio quando la luce stava cambiando e le batterie della strumentazione si stavano esaurendo, al quarto tentativo con la sua fedele steadicam Sokurov è riuscito ad ottenere il lodevole Arca russa che è oggi visibile.

Curiosamente, dopo il capolavoro del regista russo, in molti altri si sono cimentati con la tecnica della ripresa continua ma nessuno è riuscito ad ottenere un risultato minimamente paragonabile. Se l’ineccepibile Alfonso Cuarón può dire di averci provato per alcune scene dei suoi I figli degli uomini (2006) e Gravity (2013), altrettanto si può affermare per l’amico Alejandro González Iñárritu con lo spettacolare Birdman (2014).

E se ormai il piano sequenza è una tecnica sdoganata anche nel piccolo schermo (l’episodio eps3.4_runtime-error.r00 dell’acclamata Mr. Robot), evidentemente non perde il suo fascino, come dimostrano le lodi ricevute dalla scena iniziale in piano sequenza del recente Pieces of a woman (Kornél Mundruczó, 2020).

Arca russa

Storicamente il cinema russo ha sfidato il concetto di montaggio: se capisaldi come Ėjzenštejn e Vertov lo hanno arricchito di significati valorizzandone il ruolo, con Arca russa Sukorov lo annienta, tentando il tutto per tutto in un’unica ripresa. Questo ha ovviamente comportato la necessità di ricorrere ad una troupe immane, colossale, composta da più di duemila comparse, ottocento attori, tre orchestre e 22 assistenti alla regia.

Grazie allo sforzo congiunto di tutti loro, il pubblico ha modo di fruire di una pellicola unica nel suo genere, in cui le inquadrature dalla forte plasticità, dalla preponderante componente estetica, non risultano dissimili ai dipinti esposti nel museo, catturati dalla macchina da presa del regista.

Arca russa cast: moltissime comparse ma pochi personaggi

Il regista dietro alla macchina da presa, in ragione dei suoi commenti e del suo sé narrante, si delinea sin da subito come il protagonista. Un eroe peculiare, tuttavia, in quanto sola voce narrante, mai visibile ma onnipresente.

Nel suo percorso il protagonista incontra innumerevoli personaggi, più o meno celebri, alcuni solo abbozzati, altri più definiti, grandi protagonisti della storia e figure di contorno. Ma solo uno sarà il suo vero compagno di viaggio: il bislacco e a tratti polemico marchese de Custine, interpretato da Sergey Dreyden.

A visione terminata, tuttavia, si ha la sensazione che la vera coppia di protagonisti in Arca russa sia un’altra: il museo e la storia russa. Omaggiati, analizzati, lodati, spiegati per tutta l’interezza del film, il maestoso e affascinante ambiente museale dell’Ermitage e la storia degli illustri nobili russi dominano indiscutibilmente la trama, scena dopo scena.

La maestria tecnica dimostrata in Arca russa nasconde alcune lacune sul livello della sostanza

Arca russa è indubbiamente un meraviglioso esercizio di stile. Ma data la quantità di attenzione dedicata alla regia, inevitabilmente altre componenti filmiche risultano essere state messe da parte.

Se Arca russa emoziona, accade per la maestria con cui è stato realizzato; se commuove, lo fa per l’impeccabile uso della macchina da presa. Questo lo rende comunque un film meritevole, ma denota uno scarso impegno negli ambiti della sceneggiatura, delle interpretazioni e dell’emotività: impegno non inesistente, ma certamente più esiguo rispetto a quello in campo registico.

Se la sceneggiatura si sforza di essere chiara, talvolta le parole del protagonista sfociano nel didascalico, e le sue riflessioni tendono ad esasperare una meta-testualità desiderata ad ogni costo.

Probabilmente però, se pari attenzioni fossero state rivolte a questi compartimenti, il film sarebbe stato più trascurato dal punto di vista registico e non avrebbe potuto diventare un monumento di tecnica quale è ad oggi giustamente considerato. Ben venga perciò l’esercizio di stile, se produce risultati come questo capolavoro del cinema recente, unico nel suo genere e indubbiamente irripetibile.

Arca russa

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Con Arca russa il regista russo Aleksandr Sokurov si misura con la temutissima tecnica del piano sequenza, estendendolo fino a comprendere l’intera durata del film, realizzato senza alcuno stacco di montaggio. L’impeccabile regia si appoggia su uno sfondo storico dalla base quasi favolistica. Il film è un omaggio alla storia russa brillantemente riuscito, ma anche un perfetto esercizio di stile registico, seppur pecchi di qualche ingenuità sul piano della sceneggiatura.
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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