The Fabelmans – L’amarcord autobiografico di Spielberg

The Fabelmans è il regalo di Steven Spielberg a Steven Spielberg per omaggiare la sua infanzia, la sua famiglia, la sua vocazione. The Fabelmans è fenomenologia di un sogno che poi è diventato carriera monumentale, quella benedetta passione che lo ha atterrito e sedotto da bambino e non lo ha più lasciato, portandolo ad essere uno dei registi più iconici ed amati della storia di Hollywood. Una materia densa e vicina all’intimità dell’artista, talmente delicata da spingerlo a rimandare la realizzazione del film per almeno vent’anni, timoroso della reazione critica dei suoi familiari e del suo sentire rispetto ad un carburante così personale.

The Fabelmans

L’estate del 2020 porta via l’ultimo pezzo di sangue di casa e Spielberg dà l’addio al padre, Arnold (103 anni): un distacco doloroso e significativo da cui riemerge nel 2021 con la stesura definitiva di quello che sarà The Fabelmans, grazie anche alla mano del fedele Tony Kushner con cui aveva firmato già le pellicole osannate di Lincoln, Munich e il recente West Side Story.

The Fabelmans

The Fabelmans è quasi “Spielberg al grado zero”: non ci si nasconde più dietro nulla e nessuno, non ci sono filtri, ne obliquità, non si evoca, non si rimanda a terzi, non è la storia, la cronaca, la fantascienza, il regno animale, il repertorio di tradizione, a parlare per lui, non si simboleggia più; siamo sostanzialmente di fronte all’autobiografia dell’uomo-bambino-regista, con annessa grazia romanzata di chi incarta se stesso perchè questo è ciò che serve trasformare il dolore in altro.

The Fabelmans è la presa di petto della propria vita nella sua essenza dinamica, con le ferite e le scoperte, con la stupefacenza e lo scotto gioioso e critico che deve pagare chi trova un dono e lo persegue, con il peso ed il regalo di un desiderio che riempie e significa l’esistenza sua e degli altri.

The Fabelmans

The Fabelmans trama

Il piccolo Sam, alter ego dello stesso Spielberg, viene portato a sei anni dai suoi genitori al cinema per la prima volta: terrorizzato dalle immagini giganti proiettate, assiste, con gli occhi spalancati dallo stupore, alla sequenza di un treno che si infrange su di una macchina. Il film è Il più grande spettacolo del mondo di B. De Mille e il bambino resta folgorato dalla visione, al punto da volerla ricreare per poterla rivedere tutte le volte che vuole ed esorcizzarne la paura.

Così prova con la sua prima telecamera a ricostruire quella realtà vista su grande schermo, ed inizia da qui la sua affezione verso la settima arte, un cordone ombelicale, fisico e psichico che non lo abbandonerà mai.

La sua famiglia è un gruppo di adulti numeroso, appassionato, che intreccia chiasso, amore e rischiosi non detti, e che si sposta dall’Arizona a Los Angeles, per seguire le orme del lavoro del padre Burt (Paul Dano), appassionato pioniere dell’informatica, capace di inventare e costruire da sè i giocattoli per i propri figli, mentre Mitzy (Michelle Williams) la madre, ex-pianista, dedita alla crescita degli amati figli, riempie casa di sorrisi e fragilità poetica, pronta ad assecondare ogni input artistico del suo Sam, ragazzo incapace di separarsi dallo zio preferito Ben (Seth Rogen), a sua volta miglior amico del padre.

The Fabelmans

Sam adolescente (Gabriele Labelle) cresce in una tribù di sorelle, genitori, zii, reali ed acquisiti, nonni, un club a volte allargato, a volte ristretto: lui lo abita sempre con una telecamera tra le mani, un’idea da rincorrere e realizzare, impegnato in prime prove maldestre di storie da tradurre in azione riprendibile, invenzioni faidatè di un mestiere che diventerà leggenda.

Recite con i propri familiari, storie del far-west, scene e scenate di guerra, melodrammi d’epoca, filmini di feste scolastiche, Sam si cimenta e sperimenta il cinema, qualcosa che è sempre stato più di un hobby, qualcosa che diventa la sua bibbia; nel frattempo cresce, cambia scuola, cambia casa, si difende dai bulli che lo ghettizzano anche perché ebreo, si innamora di una cattolica invasata di Gesù, si diploma, si iscrive ad una facoltà che non sopporta e poi decide di tentare questa professione definitivamente.

The Fabelmans

Sam attraversa tutto, anche la crisi del rapporto tra madre e padre, che cambierà profondamente la sua vita, ed ogni dettaglio della visione è inquadrato, svelato e reso intellegibile dalla macchina da presa, cartina tornasole dei componenti della vita, occhio esterno che legge ciò che noi non vediamo, mentore magico che intreccia sguardi, corpi e condotte, migliorandole, peggiorandole, immortalandole in una versione amplificata di significante e significato.

The Fabelmans recensione

Premio del pubblico al Toronto Film Festival del 2022, presentato in anteprima alla 17.Festa del Cinema di Roma in coproduzione con Alice nella Città che ne ha, meritoriamente, ottenuto i diritti, The Fabelmans ha quella malinconia e quella purezza che tanto piace a chi sogna ed ha sognato cinema. Ritrova il suo Spielberg più delicato, che da gigante si fa bambino in prima linea per raccontare una storia comune in modo straordinario, con il controllo amorevole e la spassionata dolcezza di uno spirito innamorato da sessant’anni di ciò che fa, in pieno possesso ancora di un cuore caldo.

The Fabelmans

Ogni singolo fotogramma è lo studio di un punto di vista, primi piani, carrellate, grandangoli, per saltare da un volto ad un altro, in situazioni tranquille o in criticità inattese, che donano alla vicenda il ritmo infallibile spielberghiano e la sua chirurgica pulizia dell’immagine. I frame ripercorrono la modalità con cui Sam gestisce tutto il suo menage familiare, dai film che si è fatto al riguardo, ai film che, di fatto, ha fatto al riguardo.

Spielberg è orchestratore al millesimo di un ritratto familiare dall’atmosfera rara e favolistica, che possiede la grazia di cose a cui si vuole bene, pezzi di cuore fuori dal tempo e dalle brutture della storia, in un orizzonte narrativo in cui ciò che accade nel resto del mondo non c’è. Ci sono solo Sam, le sue ossessioni, i suoi tentativi di far avvenire una morte in scena in modo che non sia “fake!” e la sua famiglia, una sinfonia individuale e collettiva insieme, che trasuda amore, ma in quell’amore si perde, disorientata dal bivio manicheo di sentimenti e ragione, di piedi per terra e musica da camera, di istruzioni per l’uso e danze a piedi scalzi in campeggio.

The Fabelmans

La madre ed il padre due universi di affetto vicini ma non del tutto collimanti, due migliori amici che non vogliono dirselo, due carezze gentili che non possono più mentirsi: la loro scissione non vista, l’allontanamento, il reinventarsi un equilibrio, il farsi forza da sé, perché altro/altri non c’è, la semplicità e la complessità di diventare grandi sapendo che ogni cosa può cambiare, sta cambiando, è già cambiata mentre la pellicola che riprende attimi di vacanza familiare lo sa già.

The Fabelmans racconta questo sforzo, questa traversata, questo provenire dalla terra paterna e dall’aria materna, un insieme di sapori ed odori che costituiscono l’imprinting di ogni artista, il suo ingegno primigenio, un serbatoio ineluttabile a cui tornare, che accompagna i percorsi di chi ha a che fare con l’arte, come un punto di partenza che è anche doveroso ritorno, con cui fare i conti prima o poi.

E Spielberg, da par suo, lascia che a fare i conti con il suo grande schermo sia sempre e solo il grande schermo: atto di coraggio e di sfida immaginifica, che ha lo scopo di testimoniare come si possa non annoiare nè tradire se stessi indipendentemente dall’età e dai tipi di film fatti, prova provata che questo mestiere esiste per un colpo di testa, per un’invenzione continua, per uno sbaglio corretto e per una correzione sbagliata, per una necessità non detta ma fatta di salvarsi, di sopravvivere, per un atto di fede nella vita stessa.

The Fabelmans è anche il ringraziamento di un figlio alla propria mamma, figura così complessa e particolare, che ha saputo accendere i quesiti di una mente infervorata, senza spaventarli dell’impresa che pur andava disegnando.

The Fabelmans

Commovente e divertente la dimensione di disciplina artigianale che questo film restituisce all’arte cinematografica, la quale esiste e si affina con intuizioni domestiche, personali, spicciole, capaci di trasformare la quotidianità in sogno, la carta igienica in bende per mummie, un armadio in una cripta da cui spuntano scheletri, il ketchup in sangue truculento, un buco in un fotogramma di pellicola nell’effetto speciale di un proiettile sparato.

Occhio strizzato in una lente puntata su qualcosa che scorre avanti ed indietro ed improvvisamente prende vita, forbici e scotch per montare insieme i pezzi di quel qualcosa e dare azione a quella vita, flash repentini sugli autori che lo hanno ispirato e sui lavori che firmerà: il cinema di Spielberg si conferma qui ispirazione continua e salvifica, tentativo giocoso di un bambino di dare senso all’esistenza, specie quando questa lo sovrasta.

(from left) Reggie Fabelman (Julia Butters) and Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle) in The Fabelmans, co-written, produced and directed by Steven Spielberg.

The Fabelmans cast

Il cast è un boquet composito di scelte eleganti e mirate: dalla grazia euforica della Williams, che cerca ad ogni piè sospinto di trovare una voce originale per questa figura materna, enigmatica e determinante nella crescita del figlio, buon compromesso tra la caducità dell’arte e la volitività del contemporaneo, alla composta tenerezza di Dano, attore di rara intelligenza e singolare presenza, in grado di farsi ricordare nella sua unicità schietta, ragionata, minimale ed in questa sede, molto dolce.

The Fabelmans
(from left) Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle), Mitzi Fabelman (Michelle Williams), Burt Fabelman (Paul Dano), Natalie Fabelman (Keeley Karsten), Reggie Fabelman (Julia Butters) and Lisa Fabelman (Sophia Kopera) in The Fabelmans, co-written, produced and directed by Steven Spielberg.

LaBelle ha la parvenza fisica dello stesso Spielberg, l’acume necessario negli occhi, nonchè un ordine interiore e uno zelo esteriore tali da essere l’ombra luminosa del regista; rumore musicato ed emotività sul punto di tracimare per il Bennie di Rogen, caloroso, estroverso, un passo indietro con il cuore avanti, bloccato tra il non detto e una confessione negli occhi.

The Fabelmans

I colori di un fumetto, che assomigliano ad una carta regalo abbelliscono la confezione calibratissima che The Fabelmans ci offre sorridente, dove tutto ha un sapore antico e moderno insieme, ed ogni particolare non mente, è vivido e scalda anime. Rifulge e risuona ironico, drammatico, comico, romanzato, in una cornice che distribuisce soddisfazione amarcord ai più spassionati ed un buon grado di godibilità anche ai più impigriti.

Un David Lynch nei panni della burbera sfinge di John Ford, incontrato per caso e per non caso sul finire della parabola, oracola a mo’ di sbrigativo e buffo mentore, che per un regista tutto sta nel posizionamento dell’orizzonte: in alto è interessante, in basso anche, ad altezza occhi no.

The Fabelmans

Perché il punto di vista è tutto e non può andare mai sprecato in qualcosa di banale: scovarne uno attraverso il quale valga la pena stare ad osservare è il comandamento di ogni regista. Per darsi in pasto ad un sogno, ci vogliono una vita da lanciare, talento e poche regole chiare. E Spielberg, si sa, prende tutto in parola: da qui all’eternità.

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Sam incontra il cinema da bambino e non lo lascia più: dall'infanzia, all'adolescenza, all'inizio della maturità, il sogno di diventare regista in una famiglia divisa ed unita insieme. Omaggio al nucleo familiare che c'è dietro all'artista Spielberg, in particolare una madre musicista e creativa; fenomenologia amata ed amabile di una passione che è diventata carriera monumentale. Il cinema che mistifica e che rivela, che salva la vita e la riscrive, che nasce per un colpo di testa e resta sogno distintivo, ipoteca sulla morte e sulla propria identità. Spielberg al grado zero, anima buona nel suo divertito, malinconico, amarcord della vita.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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