West side story – la recensione del remake di Steven Spielberg

Nel 1961 il musical West side story, realizzato a quattro mani da Robert Wise e Jerome Robbins, infiamma il pubblico globale riscontrando un livello di gradimento senza pari. La pellicola, trasposizione cinematografica dell’opera teatrale omonima ideata da Sondheim, Bernstein e Laurents, stupisce per il suo duplice carattere marcatamente finzionale (connaturato al genere musicale) e al contempo fermamente realista e radicato nel contesto socio-culturale della sua realizzazione, quello degli anni Cinquanta-Sessanta statunitensi.

Enorme successo di pubblico, il film si fa apprezzare anche in occasione delle premiazioni più prestigiose, mentre scolpisce le proprie canzoni nella memoria collettiva della popolazione mondiale, diventando un fenomeno leggendario riconosciuto, apprezzato e citato ancora oggi.

La critica internazionale a posteriori si riferirà al film come ad un grandioso requiem del genere musicale, identificando nel lungometraggio di Wise e Robbins al contempo uno dei suoi esemplari più illustri e forse l’ultimo grande musical della tradizione del genere.

Nel 2014 Steven Spielberg – uno dei pochi maestri del cinema contemporaneo che avrebbe potuto assumersi il rischio di cimentarsi in un tale azzardo – dichiara di voler realizzare un remake dell’intoccabile caposaldo del 1961. Dopo anni di intensa lavorazione vede così la luce, nel 2021, un inedito West side story nella sua versione spielberghiana. Per la sceneggiatura il regista sceglie uno dei suoi più fidati collaboratori, il drammaturgo Tony Kushner (già autore di Munich e Lincoln dello stesso Spielberg e dell’iper-drammaturgico Barriere – Fences di Denzel Washington).

A dimostrazione dell’aderenza nei confronti della fonte del 1961, in questa sua nuova versione il musical dura 156 minuti, appena sei in più rispetto alla versione originale. Nonostante le rischiose premesse alla base del progetto, il film ha scatenato un pressoché unanime plauso da parte di pubblico e critica, come testimoniano le innumerevoli nomination alle più ragguardevoli premiazioni cinematografiche.

La trama di West side story

La versione di Spielberg si colloca in tutto e per tutto nel segno dell’originale che l’ha preceduta, a partire dalla trama, che rimane sostanzialmente invariata. Nella newyorkese Manhattan degli anni Cinquanta le giornate scorrono segnate dal conflitto intestino tra due giovani gang, la prima costituita da immigrati europei di seconda generazione e la seconda da immigrati portoricani.

I due gruppi, guidati rispettivamente da Riff (Mike Faist) e Bernardo (David Alvarez) si contendono il predominio sul quartiere, contrapponendosi quotidianamente e in modo violento. Innumerevoli figure intimano loro di placare gli animi: su tutti, oltre alle forze dell’ordine, nel caso di Riff interviene il fraterno amico Tony (Ansel Elgort), che ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze dei conflitti, e per Bernardo la fidanzata Anita (Ariana DeBose) e la sorella minore Maria (Rachel Zegler), che lo incoraggiano a vivere il tanto osannato american dream senza preoccupazioni e spirito di belligeranza.

La polarizzazione che divide il quartiere viene però complicata quando, durante un evento, proprio Tony e Maria si incontrano e si innamorano. Nella più classica delle riletture della shakespeariana tragedia di Romeo e Giulietta, la frequentazione tra i due viene prima scoperta e poi fortemente ostacolata dai due gruppi rivali.

Gli stessi Tony e Maria sembrano vivere un dilaniante conflitto interiore, ma non riuscendo a negarsi alla predestinazione che li ha fatti incontrare cercano di convincere amici e familiari a desistere dal battersi. Tuttavia, in ragione di pretestuosi torti e offese ricevute, proprio le due bande sceglieranno di contrapporsi in un ultimo e definitivo scontro, ma i risvolti e le implicazioni rischiano di diventare particolarmente tragici per entrambe le parti in causa.

West side story

West side story – Spielberg riporta in auge il musical con un remake minuziosamente fedele all’originale

Se il film di Spielberg non viene classificato come remake shot-for-shot dell’originale del ‘61 è solo per alcuni impercettibili dettagli. Nell’economia complessiva della pellicola infatti, spicca una fortissima volontà di aderenza nei confronti dell’originale, motivo per cui sono numerosi gli elementi che tornano invariati a sessant’anni di distanza.

Il regista, maniacalmente rispettoso nei confronti del materiale di partenza, tenta di attenersi nel modo più fedele possibile all’originale e agli elementi che l’hanno reso iconico. Tutte le canzoni che hanno attraversato i decenni giungendo sino a noi e rendendo memorabile il primo West side story fanno il loro ritorno del tutto invariate, forse per amplificare ulteriormente nel pubblico un certo debito nostalgico.

In questo senso, appare già una dichiarazione d’intenti la prima performance del film (la sequenza, in apertura, giocata sulla ritmica dello schioccare delle dita dei protagonisti) che torna pressoché identica a come era stata ideata sessant’anni fa.

In questa logica di totale mimesi con l’originale, appare curioso il montage in apertura del film (che introduce la sequenza ritmica sopracitata), orpello spielberghiano inedito rispetto alla pellicola di Wise e Robbins. Si tratta infatti di una concatenazione di inquadrature che riportano sullo schermo uno scenario di cantiere, di rovine, di distruzione urbana.

Appare lecito pensare, tanto più ragione del posizionamento favorevole, che si tratti di una metaforica dichiarazione di intenti da parte del regista e degli autori. Le rovine dello scenario newyorkese sembrano suggerire in effetti una necessità di recupero, di restauro, in definitiva di ricostruzione; probabilmente la medesima ricostruzione di cui necessita il musical inteso come genere filmico nella sua totalità.

In tempi in cui, in effetti, la pellicola musicale in quanto tale si dimostra deficitaria e sufficientemente degna di questo nome solo se sostenuta dalla “stampella” della fusione con altri generi cinematografici – come suggerisce ad esempio, proprio in tempi recenti, l’unione tra musical e biopic che ha portato al sorgere del discretamente acclamato Tick, tick… Boom!forse per ricostruire il musical è necessario ripartire dai suoi capisaldi.

Di qui, la logica esigenza manifestata dal cinema odierno, e da Spielberg per esso, di ricorrere, recuperandolo, ad uno dei più iconici (e forse l’ultimo) musical di sempre. Il medesimo che, storiograficamente parlando, in un certo qual modo ha segnato l’ultima gloriosa pagina precedente il tramonto di quello che indiscutibilmente è, assieme al western, il genere cinematografico statunitense per eccellenza.

Al di là della colonna sonora, il debito nei confronti dell’originale è sia a livello di trama (rimasta pressoché identica) che di temi. In questo, giocando come fa la versione del 1961 con il grande filone del sogno americano, che ha influenzato molto del cinema e della letteratura di metà Novecento, West side story di Spielberg ripropone il leitmotiv dello scarto che intercorre tra campanilismo e xenofobia.
Una problematica che, per quanto urgente del contesto dei turbolenti Fifties e Sixties che hanno portato alla realizzazione dell’originale filmico, appare altrettanto attuale nel panorama statunitense odierno. In questo senso, la capacità della pellicola di parlare tanto al pubblico di sessant’anni fa quanto a quello di oggi potrebbe essere determinante nella definizione delle motivazioni che hanno portato ad un tale apprezzamento del remake.

West side story

West side story – la regia e le interpretazioni demarcano l’unico scarto presente con l’originale

Data l’estrema e totalizzante volontà di mimesi con l’originale del ‘61, il West side story di Spielberg si allontana da esso (non necessariamente in positivo) solo per quegli elementi che non possono fare a meno di differire. Su tutti, a livello prettamente cinematografico e non di contesto drammaturgico né tantomeno realizzativo, spiccano il lavoro della macchina da presa e quello degli interpreti, seguiti in modo più stemperato dalle scenografie.

Per ciò che concerne la macchina da presa, Spielberg ha la brillante intuizione di farla danzare tanto quanto fanno i personaggi, rendendola a tutti gli effetti uno degli attanti del musical. Il regista in questione ha indubbiamente la maestria (e i mezzi economico-produttivi, non secondari) per impostare un lavoro di questo tipo, in cui la macchina da presa, esponenzialmente meno fissa rispetto all’originale, si diletta in virtuosismi di movimento che avvalorano il film nella sua interezza.

Per quanto riguarda il cast, invece, in ciò che si delinea come un ensemble composto quasi esclusivamente da esordienti uno dei pochi volti conosciuti risulta essere l’Ansel Elgort di Baby driver e Il cardellino. L’attore però si muove sui binari di una modalità performativa marcatamente impostata che, per quanto perfettamente in linea con il modus operandi interpretativo degli anni Sessanta a cui appartiene l’originale, risulta velatamente anacronistico se messo in relazione con i tempi di realizzazione odierni.

Al suo fianco si colloca una freschissima Rachel Zegler, che riporta suo il personaggio alla giovinezza dell’originaria Giulietta di shakespeariana memoria. Spicca indubbiamente in questo cast a natura corale l’interpretazione della vivace, enfatica e catalizzante Anita DeBose, anche se nonostante la sua bravura risulta inevitabile domandarsi in quanta parte la recente candidatura all’Oscar sia invece determinata dall’ottima scrittura del personaggio (che, peraltro, aveva portato altrettanta fortuna a Rita Moreno nel 1961).

West side story

A visione ultimata, come spesso accade di fronte ad un remake, sorge spontaneo un interrogativo: si sentiva effettivamente il bisogno di un secondo West side story? – volendo replicare, la risposta potrebbe essere una soltanto: no – e una versione come quella che propone Spielberg, pressoché copia carbone dell’originale, dà veramente poco valore aggiunto al suo pubblico se non quello di una rinnovata freschezza insita nella qualità dell’immagine stessa.

In quest’ottica, forse, il plauso riscosso dal film nei circuiti cinematografici rischia di risultare vagamente ridondante e più legato all’enfasi che a lungo ha pervaso il progetto che non al risultato finale in sé. Ciononostante, è altrettanto doveroso ammettere che forse nessun altro regista al mondo al di là dell’iconico Spielberg avrebbe potuto cimentarsi in un’operazione del genere, mettendosi in gioco e rischiando a livelli raramente visti prima, per poi uscirne vincente.

Se un remake ci doveva essere, in questo senso, è un bene che sia stato realizzato da un maestro del suo calibro, che ha scongiurato qualsivoglia esito fallimentare a differenza di quanto sarebbe potuto accadere a chiunque altro. A modo suo, oltre a portare a compimento un lungometraggio oggettivamente ben strutturato e realizzato, contemporaneamente il regista sfoga la sua ammirazione per un cult che ha segnato la sua giovinezza e riporta in auge i riferimenti ad una determinata cultura cinematografica, riqualificando, per mezzo di quelli, il musical stesso come genere.

Frutto della summa di questi procedimenti è un opera maestosa, un grande omaggio evidentemente colmo d’affetto nei confronti dell’originale ma anche un manifesto del musical in quanto stendardo dell’intrattenimento più intrinsecamente finzionale, scenografico e variopinto.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

West side story è il remake realizzato da Steven Spielberg dell'ormai iconico musical del 1961. L'operazione messa in atto dal regista si muove sul piano della quasi totale aderenza con l'originale, di cui recupera la maggior parte degli elementi, introducendo però un'inedita mobilità della macchina da presa. Il risultato, per quanto non necessario, è un maestoso e magnetico musical magistralmente realizzato.
Eleonora Noto
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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