Nelle sale da oltre due settimane con Disclosure Day (qui la recensione), Spielberg è tornato di nuovo a far parlare di sé come non accadeva, forse, da Ready Player One. I suoi ultimi progetti, forse più riflessivi e lontani dallo stile degli esordi, sono stati in larga parte riconosciuti dalla critica ma molto meno visti dal grande pubblico, che al nome di Spielberg continua ad associare i grandi capolavori del secolo scorso. È su quei capolavori che larga parte della cinefilia contemporanea si è formata. Con il senso di meraviglia, con lo stupore (come lo stesso Spielberg si stupì guardando Il Più Grande Spettacolo del Mondo); e forse anche con un progressivo allontanamento.
In questa classifica però cercheremo, dopo che ormai l’autore ha raggiunto le 35 pellicole dirette, di riguardare alle sue vette del passato che attraversano tre decenni (anni ’70, ’80 e ’90) sia per andare al di là della semplice nostalgia, ma anche e soprattutto per guardare più in profondità in quei film che possono sembrare, a prima vista, solo delle grandi favole spettacolari. Spielberg utilizza a suo favore la formula del blockbuster moderno – che in un certo qual modo contribuisce a formalizzare – per parlare dei suoi temi più cari: i rapporti familiari, la paura e la meraviglia per l’ignoto, il ritratto di uomini qualunque in situazioni straordinarie. Ma soprattutto il suo spasmodico amore per il cinema e per le immagini. Dopo la Top 10 post-2000, ecco la Top 10 del secolo scorso, per rivivere i suoi più grandi successi.

10. Duel (1971)
Iniziare la classifica con Duel (qui la recensione) è una scelta ponderata. Molto probabilmente pellicole come Indiana Jones e L’Ultima Crociata gli sono superiori, ma la quota Indiana Jones sarà presente in classifica più avanti. La cosa più importante è riconoscere la genialità di una pellicola come questa, che nasce come un film per la televisione e che verrà poi riproposto al cinema in versione estesa. L’alba del cinema di Spielberg sembra quasi l’alba del cinema stesso: un film fatto di movimento (la storia è quella di un inseguimento); come la parola cinema, che vuol dire arte delle immagini in movimento.
La vicenda è quella di un uomo comune, insoddisfatto della propria vita, con un rapporto coniugale fatto di litigi e malintesi. Mentre è in viaggio per lavoro nel deserto del Mojave (il film inizia dalla città e si sposta nel deserto, tanto caro a Spielberg) supera un’autocisterna. Il suo conducente, però, non la prende bene; e inizierà un’avventura fatta di inseguimenti e controinseguimenti. L’autocisterna assumerà i tratti di un vero e proprio mostro, col conducente che non si vedrà mai in volto. Una riflessione sulle paure della piccola borghesia, ma anche e soprattutto un thriller che anticiperà le forme e lo stile de Lo Squalo.

9. L’Impero del Sole (1987)
Troppo spesso dimenticato, L’Impero del Sole è uno dei film più densi della carriera di Spielberg, che firma un’opera sui campi di concentramento (quelli giapponesi per i cittadini anglofoni) prima di Schindler’s List. Il protagonista è il giovane Jamie, interpretato da un già talentuosissimo Christian Bale. A differenza del precedente Il Colore Viola, dove si nota una distanza da parte del regista nei confronti delle tematiche trattate; ne L’Impero del Sole (tratto dall’omonimo romanzo semi autobiografico di James Ballard) Spielberg si sente maggiormente a casa.
Ancora non pienamente maturo per il racconto diretto del massacro della sua gente, L’Impero del Sole ha comunque in seno tutti gli elementi del suo cinema, inseriti in un contesto orribile. Come sempre nel suo primo periodo, il punto di vista prediletto è quello del bambino, dunque gli orrori e le angherie che il piccolo Jamie subisce sono filtrate dallo sguardo innocente di un protagonista che, nonostante tutto, vuole sembrare più grande di quanto appaia. Adora gli aeroplani, è pieno di domande e scambia il bagliore della bomba atomica per l’anima che abbandona il corpo di una donna che le muore davanti. Un’epopea da riscoprire.

8. 1941 – Allarme a Hollywood (1979)
Per molti una delle pellicole minori del regista, che si allontana dallo stile a cui aveva abituato con Lo Squalo e Incontri ravvicinati. Si posiziona esattamente in mezzo ai due precedenti e al primo Indiana Jones ed E.T.. Sembra quasi una deviazione dalla via maestra, una sbandata. Ma anche se letta così, è tutto perfettamente coerente con il profondo animo anarchico e distruttivo di 1941 – Allarme a Hollywood. Girato con una libertà creativa assoluta, che aveva guadagnato grazie alle due pellicole precedenti, il film è una profonda satira sul cinema americano, sulla famiglia americana e sulla guerra.
L’idea è semplice: il film fa leva sulla paura che serpeggiava negli Stati Uniti dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, infatti tutti sono in massima allerta sulla costa occidentale (dove si trova, appunto Hollywood). Un sommergibile giapponese si aggira in quelle acque, guidato da Toshiro Mifune (attore feticcio di Kurosawa). Il film è posteriore alla fine della Guerra del Vietnam, e prende in giro aspramente anche l’esercito americano e il suo ordinamento. L’anarchia che serpeggia durante tutta la durata della pellicola, che sembra l’esasperazione di quelle di John Landis; fu poco apprezzata dal pubblico all’epoca, che ne decretò il flop. A posteriori, 1941 risulta essere una delle vette teoriche del regista.

7. Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta (1981)
Il primo capitolo della saga di Indiana Jones (qui la recensione) è forse il più grande film d’avventura del cinema moderno. La portata della sua estetica va ben oltre il cinema (influenzerà videogiochi e, più in generale, l’immaginario collettivo sui cercatori di tesori). Ma la sua grandezza risiede soprattutto nel suo profondo animo “cinefilo”. Il personaggio di Indy è stato creato da Spielberg e da George Lucas, che lo modellarono su James Bond, su Han Solo di Star Wars (sempre interpretato da Harrison Ford); restituendogli tratti soprattutto comici. Il film lo presenta tramite un’ombra, sicuro di sé, in pieno controllo della situazione; ma subito ribalta la situazione mettendolo in situazioni dove si dimostra impacciato e capace di cavarsela solo per il rotto della cuffia.
La vena comica della pellicola è mutuata anch’essa dalla storia del cinema: Lucas e Spielberg scrissero un personaggio e una storia che ricordasse i classici dell’avventura che i due grandi registi vedevano da giovani. Il film è uno dei tanti della carriera del regista che dialoga in maniera attiva col cinema anche e soprattutto in senso teorico, col logo della Paramount che entra nel film, facendone attivamente parte. Ma al di là delle vertigini metacinematografiche, I Predatori dell’Arca Perduta è un’avventura da vivere per il suo ritmo, la sua storia e i suoi personaggi, che bucano lo schermo e fanno divertire lo spettatore intrattenendolo dalla prima all’ultima scena.

6. Salvate il Soldato Ryan (1998)
Salvate il Soldato Ryan (qui la recensione) è uno di quei film, come Schindler’s List, che col tempo parte della cinefilia ha rivalutato in negativo; sempre con l’idea che Spielberg faccia film buonisti e, in questo specifico caso, patriottici e retorici. Il film, va detto, ha in sé due anime ben distinte. Da un lato una fotografia e una messa in scena quasi documentaristica, il cui apice è la scena iniziale dello sbarco in Normandia, che è una delle vette della storia del cinema tutto (non solo di quello bellico o di quello del regista). Questo lato non risparmia la crudezza e gli orrori della guerra. L’altro lato invece è il lato più fittizio e filmico, che rimane nelle interazioni tra i personaggi e negli ideali puri sottostanti il conflitto.
Ma la forza del film risiede proprio in questa dualità. Spielberg nutre speranza nell’umanità; così come altri grandi registi della storia del cinema. La disillusione non fa parte della sua poetica (quantomeno non quella di questi anni), che anzi indaga prima di tutto l’umano e la sua natura. Spielberg riesce a trovare speranza in ogni suo personaggio, anche e soprattutto in quelli più ambigui. La sua inquadratura simbolo è proprio il primo piano sul volto dei suoi attori; che in questo specifico caso, per altro, apre e chiude il film. Il film ritorna sull’adagio ebraico del salvare una vita per salvare il mondo (che ricorda Schindler’s List); ma i chiaroscuri rimangono, soprattutto nell’immagine grigia della bandiera americana a fine film; a conferma della lettura poco attenta che vorrebbe Spielberg “patriottico”.

5. Lo Squalo (1975)
Prima volta per Spielberg che dirigerà un film che diventerà il più alto incasso della storia del cinema. Verrà superato solo da Star Wars due anni dopo. Lo Squalo (qui la recensione) è un film seminale sotto innumerevoli punti di vista, a partire da quello più “superficiale”: inventa il blockbuster contemporaneo (che poi verrà riforgiato da Spielberg stesso con altre sue pellicole) mischiando azione, tensione ed elementi anche horror. Ma ciò che lo rende un film seminale, più maturo dell’esordio Duel (col quale condivide ben più di un elemento); è il fatto che costruisce una vera e propria impalcatura autoriale intrisa di post modernismo e degli elementi della New Hollywood.
Spielberg è a tutti gli effetti un autore degli anni ’70 che condivide con gli Scorsese, con i De Palma e con i Coppola un profondo amore per il cinema. Lo Squalo lo dimostra offrendo una versione nuova e all’aperto del capolavoro di Hitchcock, Psyco. Come la pellicola del maestro inglese, anche Lo Squalo è perfettamente diviso in due parti, e costruisce la tensione sull’atmosfera e sul fuori campo; senza contare la colonna sonora di Williams che si basa proprio sul tema principale della pellicola hitchcockiana. Ma Lo Squalo è anche la fucina delle idee che poi riproporrà ossessivamente durante tutta la sua carriera: un uomo comune che incontra lo straordinario e che, addirittura, lascia la famiglia per affrontarlo; ma anche e soprattutto il ritratto cinico della società.

4. E.T. l’extraterrestre (1982)
E.T. (qui la recensione) è una favola, e questo è risaputo. È la storia di un bambino, Elliott, che incontra per caso un alieno lasciato sulla terra dalla sua famiglia di extraterrestri “biologi”. L’incontro si trasformerà in un’amicizia ben più che profonda, che coinvolgerà anche i fratelli di Elliott e mai gli adulti (inquadrati, tranne la madre, sempre dalla cintola in giù fino al finale). La pellicola è uno dei simboli anni ’80, sul quale l’immaginario contemporaneo di quel decennio di basa; oltre ad avere una delle inquadrature più iconiche della storia del cinema, che diventerà il logo della casa di produzione di Spielberg, la AMBLIN, il cui spunto è il capolavoro di De Sica Miracolo a Milano.
Ma quella inquadratura – il volo in bici di Elliott ed E.T. – sta a simboleggiare ben di più. Come sempre nelle pellicole di fantascienza di Spielberg l’alieno è solo un pretesto. Lo è in Disclosure Day e lo è stato anche – come vedremo più avanti in classifica – in Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo. La sceneggiatura del film si basa su un soggetto del regista stesso, che voleva parlare del trauma che aveva vissuto da bambino alla separazione dei genitori, e dell’amico immaginario con cui parlava per affrontarlo. E.T. è l’amico immaginario con cui Spielberg interagiva, che ad un tratto lo ha lasciato ma che gli ha permesso di crescere. Ma come dice l’alieno sul finale del film, “Sarò sempre qui”. La voglia di meraviglia, anche dopo cinquant’anni di carriera, è sempre rimasta.

3. Jurassic Park (1993)
Può sembrare strano trovare Jurassic Park così in alto (qui la recensione). Dopotutto è un semplice film d’avventura con al centro gli effetti speciali e una trama banalotta fatto per incassare il più possibile (lo fece: fu il più grande incasso di sempre prima dell’arrivo di Titanic). Niente di più lontano dalla realtà. Il film, tratto dal romanzo di Crichton, è il racconto del sogno di un miliardario, John Hammond, di aprire un parco divertimenti la cui attrazione fossero i dinosauri, riportati in vita grazie all’ingegnerie genetica. Prima dell’apertura del parco però, i finanziatori vogliono il parere di esperti del campo (verranno chiamati il paleontologo Alan Grant, la paleobotanica Ellie Sattler e il matematico Ian Malcolm) per una valutazione della sicurezza. Nulla, ovviamente, andrà come previsto.
Ma cosa rende Jurassic Park un film così epocale? La profonda riflessione che Spielberg fa sulla sua stessa creatura. La pellicola è una delle vette (se non la vetta) della storia degli effetti speciali. Fu il più grande sfoggio (superiore al precedente Terminator 2) di computer grafica mai visto al cinema e una clamorosa sperimentazione in termini di coesistenza tra animazioni digitali e animatronics. Ebbene, nel film non si fa altro che riflettere sulla dialettica tra analogico e digitale. Sulle loro profonde differenze e sulle loro peculiarità, facendo emergere i punti di forza, e di debolezza, di entrambi gli approcci. Il parco e i dinosauri sono il film stesso, e Ian Malcolm, quando esprime perplessità sull’ingegneria genetica, sembra quasi essere perplesso sulle potenzialità della digitalizzazione al cinema (i cui effetti ritroveremo nel secondo capitolo e nella riflessione di Ready Player One). Un film monumentale per la sua vertigine teorica.

2. Schindler’s List (1993)
Sembra quasi superfluo parlare di un film come Schindler’s List. È un film ormai storicizzato, storico nel senso che rientra a pieno diritto nella storia del cinema; ma anche ostracizzato da una parte della cinefilia contemporanea visti, forse, gli innumerevoli premi vinti all’epoca e vista, forse, una visione opaca della poetica di Spielberg. Abbiamo visto, invece, quanto una lettura “buonista” della sua opera sia, a ben vedere, quantomeno parziale. Schindler’s List è, a questo proposito, il film manifesto. Il personaggio protagonista, Oskar Schindler, è presentato sin da subito con chiaroscuri (la fotografia di Kaminski, nella sua prima collaborazione col nostro; è una delle sue vette).
La pellicola è forse la prima del regista che sembra non offrire una luce di speranza, nonostante il racconto ne sia di per sé intriso: la conclusione è forse il manifesto del senso di impotenza nei confronti di un male troppo grande. L’atto di Schindler è un atto sicuramente di salvezza, ma inevitabilmente parziale (poche centinaia di persone a fronte di sei milioni). Ed è forse sulla parzialità che il film riflette, anche e soprattutto nella famigerata scena della bambina col cappotto rosso. Con quella scena, che da molti è stata criticata come se facesse una gerarchia tra le vittime; in realtà Spielberg ritrae il punto di vista di un uomo fallibile che viene impressionato da un elemento tra gli altri: l’impotenza di fronte alla totalità, la speranza di poterne salvare una parte (in sintonia col precetto del Talmud del salvare una vita per salvare il mondo intero).

1. Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (1977)
Una scelta che potrebbe sembrare, per molti, sacrilega; dopo che alla fine del millennio Spielberg ci ha offerto due ritratti in parallelo di due facce della seconda guerra mondiale (Schindler’s List e Salvate il Soldato Ryan); ma è presa con cognizione. Posizionare qui Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo significa chiudere un cerchio tornando al passato, così come Spielberg stesso ha fatto con il suo ultimo lavoro, Disclosure Day; che è, tra le altre cose, un ritorno alle origini. Alle origini delle immagini, dello stupore, del fascio luminoso della sala. E cosa sono le luci degli UFO di Incontri Ravvicinati se non il più grande atto d’amore per la sala?
Il film è il racconto di un padre che per seguire le immagini che lo tormentano decide di abbandonare addirittura la famiglia. Immagini che tenta disperatamente di riprodurre e che poi ritroverà nella realtà: un monte da scalare. Ben prima di E.T., dunque, Spielberg utilizza l’alieno anche in termini messianici, rivelativi, trascendenti. Incontri Ravvicinati sembra un po’ il sunto di tutto ciò che verrà dopo, oltre ad essere un capolavoro del cinema tutto. Un film che utilizza suggestioni da B-Movie e complottiste (in voga negli anni ’70) per parlare di temi universali; con una messa in scena vertiginosa degna di un veterano, che però all’epoca aveva solo trent’anni. Un punto di non ritorno.

