È sempre difficile approcciarsi e fare previsioni su cosa proporranno le nuove opere di un regista come Steven Spielberg. Nel corso della sua straordinaria carriera ci ha accompagnato nei mondi più disparati, partendo da lontano, con la fantascienza (Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T.), spostando il suo sguardo nel cuore delle coscienze americane (Il colore viola, Salvate il sodato Ryan) e mondiali, oltre che autobiografiche (Schindler’s List) e passando, sempre con grande credibilità, dai registri più fantasiosi a quelli decisamente più terreni, da Jurassic Park a The Terminal, da Hook a Munich, da Il GGG a Lincoln. Insomma la storia del cinema è passata per questa mente e l’impressione è che, di fronte a un nuovo film di Spielberg, si apra sempre una finestra,  e che essa si spalanchi verso lo spazio infinito, da esplorare magari su una bicicletta volante.  E così, nel 2018, dopo aver messo a segno uno dei migliori film d’impegno civile degli ultimi anni con The Post, il quattro volte Premio Oscar torna al suo primo amore, la fantascienza, e lo fa apportando un tocco inedito di esperienza unita al già cristallino talento delle origini. Arriva così in sala Ready Player One.

Ready Player One
Tye Sheridan nel ruolo di Wade Watts

Tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Cline, vero e proprio caso letterario del 2010 negli Stati Uniti, la vicenda è ambientata nel 2045, a Columbus, Ohio. Le città e le metropoli di tutto il mondo sono ormai diventate delle gigantesche baraccopoli, dove si è costretti a vivere di espedienti, a causa dell’inquinamento e della sovrappopolazione dilagante. L’unico svago possibile per l’intera umanità si chiama OASIS, un mondo virtuale dove chiunque può essere qualsiasi avatar e intraprendere una serie infinita di avventure e sfide. L’ideatore e genio visionario dietro a questa piattaforma si chiama James Halliday, che, dopo essere morto, lancia, attraverso il suo avatar Anorak l’Onniscente, un’ultima missione destinata a tutti i giocatori del mondo: collezionare le tre chiavi nascoste in OASIS e raggiungere l’easter egg finale, che garantisce al fortunato il pieno controllo del mondo virtuale. Alla sfida partecipa anche il giovane Wade Watts (Parzifal nel gioco), che ben presto si alleerà con altri giocatori (tra cui la misteriosa Art3mis) per raggiungere l’agognato premio ed evitare che la multinazionale IOI, guidata dal temibile Nolan Sorrento, possa inglobare anche OASIS, diventando di fatto padrona del mondo.

Ready Player One

A superare per fascino la già molto accattivante trama ci pensa la messa in scena. Ready Player One si configura come il trionfo assoluto del citazionismo e della riproposizione di alcune delle suggestioni di culto degli anni ’70, ’80 e ‘90. Sono più di cento le citazioni tratte dal mondo del cinema, dei videogiochi, della TV, dei fumetti, della musica e in generale della cultura pop di questi tre decenni. Del resto il romanzo da cui trae origine il film fu da subito considerato di fatto impossibile da trasportare al cinema, per via delle complicatissime vicende giudiziarie che certamente l’acquisizione dei diritti di tutte le opere che vengono anche solo nominate di sfuggita in esso avrebbero portato con sé. Un’operazione impossibile per tutti meno che per Spielberg, che da sempre “si guadagna da vivere sognando” e ha un potere contrattuale e un appeal tali da permettergli di portare sullo schermo qualsiasi cosa il suo cervello desideri. Infatti, l’acquisto dei diritti di tutte le opere citate nel romanzo fu meno ostico del previsto, riscontrando difficoltà solo con Blade Runner, ampiamente citato nel libro e non pervenuto nel film. La vicenda dei replicanti è stata però degnamente sostituita nel film di Spielberg da una straordinaria sequenza in cui lo spettatore ritorna a calpestare la moquette dell’Overlook Hotel di Shining e incontra di nuovo alcuni dei personaggi dell’horror di Kubrick. Pura estasi per qualsiasi cinefilo.

Ready Player One
La “ricostruzione” dell’Overlook Hotel

Insomma, con Ready Player One sembra approdare al cinema il punto di arrivo del postmodernismo, non solo per la già approfondita mole di materiale intermediale citato, ma anche per le sensazioni che quello stesso materiale non può esimersi dal portare con sé. Perché semplicemente guardare al futuro quando dietro alle proprie spalle c’è così tanta bellezza da rievocare e rinfrescare? Questa è stata una delle maggiori domande che il cinema postmoderno ha lanciato agli esperti e agli appassionati della settima arte. C’è chi, nel corso del cinema contemporaneo, ha risposto con una provocazione (vedasi il remake shot for shot di Psycho firmato da Gus Van Sant), chi ha sfruttato la cultura cinematografica precedente come omaggio e rievocazione immediata di atmosfere utili al proprio film (letteralmente tutta la filmografia di Tarantino) e chi ha rievocato i fasti del medium di altre epoche in modo più o meno intelligente, per semplice moda o vezzo estetico (come accade nella stragrande maggioranza dei rimandi a film precedenti nelle pellicole di oggi). Mai nessuno, però, era arrivato a giocare con il passato in modo così roboante da far diventare esso stesso l’essenza di un film di oggi, che sfrutta i mezzi di oggi e che parla alla società di oggi. Ma Steven Spielberg è fatto così: se qualcosa che gli interessa non esiste (non c’è più o non c’è ancora), lui non si lascia abbattere, e, semplicemente, la inventa.

Ready Player One

E dire che i critici di tutto il mondo hanno cercato in tutti i modi di non rassegnarsi a questa realtà, ricercando in Ready Player One alcuni dei temi e delle suggestioni edificanti quasi sempre presenti nei film del regista. Si è potuto leggere dappertutto la definizione di riflessione sull’influenza che la tecnologia imprime sulla società d’oggi, e, in modo particolare sui giovani e le sue conseguenze nel mondo. In realtà Ready Player One non è, né si propone di essere, nulla di tutto ciò. È innanzi tutto il perfetto film digestivo, da guardare per svagarsi, meglio se in compagnia degli amici. Coniuga perfettamente due ingredienti dall’altissimo potenziale come la nostalgia e l’azione, facendo leva sui ricordi d’infanzia di tutti (ogni spettatore è stato testimone di almeno una delle scene riportate in vita nel film) e sfruttandoli come stivale per premere più forte sul pedale dell’acceleratore, e scatenare la gioia degli occhi e l’appagamento massimo nel pubblico. È inutile ricercare nel film qualcosa che non c’è. Spielberg, per una volta, lascia che a riflettere sulle questioni importanti siano gli altri, e pensa solo a divertire, prima di tutto sé stesso (era dai tempi di Jurassic Park che non si vedeva più quel tocco ludico inconfondibile nella sua regia) e poi anche il suo pubblico.

Ready Player One

A ben guardare Ready Player One potrebbe anche rappresentare un inedito approdo del poliedrico regista di Cincinnati. Si può dire che in tutta la sua filmografia precedente Spielberg si sia sempre scisso in due tipi di regia, con pochissime eccezioni. Da un lato lo Spielberg-storico, decisamente impegnato, desideroso di raccontare storie (per lo più vere) accattivanti ma profondamente umane, dove il dato drammatico la fa da padrone. Dall’altro lo Spielberg-narratore/romanziere, onirico raccontatore di favole che trasudano di magia ed esulano, ma solo a prima vista, dal mondo di tutti i giorni. Con questa pellicola Spielberg sembra essere approdato in una posizione intermedia tra queste due tendenze. Certo, il film è prima di tutto azione e divertimento visivo, ma a suo modo contiene anche vasti riferimenti alla storia. Non quella con la “s” maiuscola, ma quella della cultura pop e giovanile, su cui il regista, fin dalle sue origini, ha sempre lavorato con insistenza, costruendo un impero. Essa non è assolutamente considerata meno importante della grande storia, poiché attinge al patrimonio affettivo, oltre che culturale, di almeno due generazioni cresciute nel mondo così magistralmente esaltato nella pellicola. Tutto ciò, senza risultare per nulla autoreferenziale né presuntuoso: ha inserito la sequenza col tirannosauro di Jurassic Park solo in seguito alle insistenze della produzione, ed esso è l’unico prestito dalla mirabolante cinematografia spielbergiana di tutto il film. In effetti, questa scelta dettata dalla modestia, sorprende; come si può non inserire personaggi di culto come Indiana Jones o E.T. in un film interamente costruito sulla leggenda del cinema?

Ready Player One

Il cast funziona molto bene, pur senza poter contare su nomi altisonanti. Il ruolo del protagonista è affidato a Tye Sheridan, mentre quello del genio visionario, un po’ Steve Jobs e un po’ Willy Wonka, è interpretato da Mark Rylance, uno degli attori di cui, negli ultimi anni, Spielberg si è fidato di più, facendogli vincere un Oscar con Il Ponte delle spie e rendendolo assoluto protagonista in Il GGG.

Il film, in conclusione, al di là dello straordinario progetto di cui si è già detto, non presenta la solita chiarezza e solidità a cui ci ha abituato Spielberg. Nel complesso risulta troppo lungo per la storia rappresentata e la gestione del tempo è certamente l’aspetto disturbante che salta più agli occhi. Anche il finale, però, lascia molto a desiderare. Ready Player One si batte, come già detto, per essere un film disimpegnato, fa di tutto per evitare di toccare tematiche tra le più complesse della società odierna, come il rapporto con la tecnologia e la maschera degli avatar che troppo spesso si sfrutta con esagerazione. E allora perché un finale come quello realizzato, così legato alla realtà e, in qualche modo, moralistico verso quella tecnologia quasi ovunque bistrattata e, fino a quel punto, saggiamente non considerata con giudizi di valore nel film?

Ready Player One
L’ormai sodale di Spielberg Mark Rylance nel ruolo di James Halliday

Di Ready Player One, a prescindere da questi macroscopici difetti, si ricorderà la straordinaria capacità immaginifica di un genio del cinema contemporaneo e il meraviglioso omaggio nei confronti della settima arte. Da questo punto di vista l’opera è quasi commovente.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars