Steven Spielberg è l’autore che, forse, ha forgiato nel modo più indelebile l’immaginario collettivo della seconda metà del ‘900. Al di là del clamoroso successo di pubblico, si parla proprio dell’immaginario cinefilo. La potenza del cinema come creazione di meraviglia è forse incarnata nell’intera opera di Spielberg, che ha fatto sognare grazie ad alieni, squali, dinosauri e professori di archeologia. Ma Spielberg non si esaurisce negli anni ’90. La seconda parte della sua carriera, che forse non ha avuto ancora il tempo di sedimentarsi nella mente del grande pubblico; è costellata di capolavori.
Non che l’impronta seriosa nei suoi primi film mancasse (era presente, in realtà, anche e soprattutto nelle sue pellicole più spettacolari); ma la piena maturità degli anni 2000 lo ha portato a cimentarsi in maniera più diretta con la storia (soprattutto quella americana) e con la società. Lo Spielberg maturo non è più quello del grande spettacolo – posta la grandezza di quello spettacolo -; ma è un regista che riflette in maniera lucida sul suo paese, su se stesso e sul suo cinema. Quello stesso cinema che lo ha portato ad essere sul tetto del mondo. La seguente sarà una classifica dei suoi migliori dieci film post 2000, sperando di far avvicinare più spettatori possibili alla sua parte di carriera meno conosciuta, mentre nelle sale cinematografiche, in questi giorni, è presente il suo ultimo film, Disclosure Day.

10. A.I. – Intelligenza Artificiale (2001)
A.I. – Intelligenza Artificiale è il film con il quale Spielberg entra nel millennio. Il regista rivoluzionario che ci ha traghettato in nuove ere cinematografiche esordisce, negli anni 2000, quasi da profeta. A.I. è un film polimorfo, che racconta la storia di un futuro prossimo dove si potranno acquistare dei robot dalle sembianze di bambini. Il protagonista è proprio uno di questi robot, David, acquistato da una famiglia con un figlio affetto da una grave malattia. Alla guarigione di quest’ultimo, però, nasceranno screzi tra lui e David, che si comporta come un vero figlio, diventando dipendente dall’affetto materno.
La storia produttiva della pellicola è risaputa: il progetto originario era nelle mani di Kubrick, che però lo passò a Spielberg prima della sua morte. Ciò che rende A.I. una delle pellicole più intriganti dell’intera filmografia spielberghiana è la sua visione estremamente cinica sulla natura umana. È un film che non viene incontro allo spettatore, che si troverà spaesato davanti ad una rappresentazione di un rapporto madre-figlio ai limiti del patologico. Tra i film più cupi di Spielberg, A.I. è il perfetto nuovo primo capitolo per la carriera dell’autore, che comincia a descrivere l’umanità e il progresso tecnologico con occhi ancora più cinici.

9. Ready Player One (2018)
Ready Player One (qui la recensione) non fu ben accolto dalla critica e da larga parte del pubblico alla sua uscita. È stato, comunque, l’ultimo grande successo di Spielberg al box office, con oltre 600 milioni di incasso globali. Per molti fu solo un inutile sfoggio di CGI mista ad un citazionismo estremo. Per altri un film con una storia banale e un approfondimento dei personaggi poco marcato. Nulla di più lontano dalla realtà. Ready Player One è uno dei film di fantascienza e di avventura migliori degli ultimi dieci anni, che riflette in maniera potente sulla deriva della contemporaneità.
Ready Player One è il racconto di un futuro prossimo dove l’inquinamento e la sovrappopolazione hanno spinto numerose città a diventare baraccopoli. Per evadere da questa vita le persone si trasferiscono in una realtà virtuale chiamata OASIS, dove passano la maggior parte del tempo. Alla morte del creatore della piattaforma, il suo avatar lancerà a tutti gli utenti una sfida: trovare, superando le relative sfide, tre easter egg, per poter diventare i proprietari di OASIS. Al di là delle vicende strettamente narrative, il film sembra quasi il racconto di un autore che riflette sulle conseguenze del suo operato. Sotto la patina di film leggero per ragazzi, Ready Player One nasconde un abisso di significato profondo quasi quanto OASIS stesso.

8. Disclosure Day (2026)
L’ultimo film di Spielberg è già un punto di riferimento per un certo tipo di fantascienza e per un certo tipo di lavoro sull’immagine. È uscito da poco, dunque non si è ancora sedimentato e non è stato possibile storicizzarlo, ma merita sicuramente un posto in questa top 10. Spielberg torna alla fantascienza con alieni dopo più di vent’anni e fa sue tutte le conquiste di questo ventennio costellato dai film che troveremo più avanti in classifica. Perché Disclosure Day (qui la recensione) è un film figlio della senilità di Spielberg, che non poteva concepire questa sua ultima pellicola se non dopo oltre cinquant’anni di carriera.
Non poteva essere il “semplice” film sugli alieni (non che lo abbia mai fatto); ma è il risultato dell’attenta riflessione socio-politica che ha affrontato nelle pellicole post 11 settembre. Disclosure Day è una pellicola che guarda al cinema, alla sua storia e alla storia del suo autore per poter parlare dell’importanza delle immagini, del modo in cui ne usufruiamo e sulla possibilità di esserne ingannati o meno. Spielberg ci parla di empatia, di verità, di un mondo sull’orlo del precipizio; ma ci parla soprattutto di conoscenza. Conoscenza delle leggi del mondo e dell’altro. È un film non semplice, che richiederà tempo prima di essere metabolizzato.

7. West Side Story (2021)
West Side Story (qui la recensione) non è semplicemente un remake. Certo, è la riproposizione del capolavoro di Wise e Robbins del 1961 (che era il film preferito del padre di Spielberg); ma è molto di più. La storia la conosciamo tutti, anche non conoscendola: due gang rivali del West Side si contendono il territorio. Da un lato gli immigrati portoricani di prima generazione, gli Sharks; e dall’altro i Jets, immigrati europei di seconda generazione. In mezzo, una storia d’amore impossibile tra la sorella del capobanda degli Sharks, Maria, e il co-fondatore dei Jets, Tony, che ha ormai messo la testa a posto.
Tralasciando la componente musical del film che vive delle meravigliose canzoni dell’opera originale, riarrangiate e con coreografie molto più dinamiche (complice la regia vertiginosa di Spielberg); West Side Story è forse il film sul razzismo di Spielberg, ben più di Amistad. Come l’originale, la pellicola inizia con una ripresa dall’altro, ma nell’opera del ’61 si spostava dallo skyline di lower Manhattan per addentrarsi nel West Side. In quello del ’21, invece, la telecamera indugia già sui luoghi del film; che però sono ridotti in macerie. La lotta tra le due gang rivali è una lotta per una terra che non c’è, che sta per essere spazzata via. Un film necessario.

6. Lincoln (2012)
Di questa parte della carriera spielberghiana, Lincoln è il film forse più pesante. Sceneggiato dal Pulitzer Tony Kuchner su soggetto di Doris Kearns Goodwin, Lincoln è il racconto degli ultimi mesi di vita, e di mandato, del sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America; mentre combatte per far approvare il XIII Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che avrebbe abolito la schiavitù. L’aggettivo pesante non è utilizzato a caso: è un film che si nutre del peso che porta sulle spalle il Lincoln di Daniel Day-Lewis (in una delle sue migliori interpretazioni). Un peso che unisce ideali da perseguire, sentimenti personali e mediazione.
Lincoln è l’ideale primo capitolo di una trilogia che continuerà con Il Ponte delle Spie e The Post. In comune, queste pellicole hanno il ritratto delle problematiche che soggiacciono al perseguimento di ideali democratici. Lincoln, in particolare, mostra i chiaroscuri dietro il processo che ha portato ad uno dei risultati più umani, e allo stesso tempo difficoltosi, per la società americana. Per perseguire la democrazia è necessario un dialogo anche, e soprattutto, interiore; perché la democrazia non è una linea retta. Le decisioni non vengono prese senza contraddittorio, ma vanno soppesate e discusse. Lincoln è un film sul fardello che porta chi vuole perseguire la giustizia.

5. Minority Report (2002)
Minority Report, tratto dall’omonimo romanzo di Philip K. Dick, è una delle vette fantascientifiche di Spielberg. In questo caso non abbiamo a che fare con alieni, ma con un futuro prossimo dove, grazie a tre individui chiamati Precog, la polizia può prevenire i reati e arrestare i futuri criminali. Il dilemma etico è eclatante: si possono arrestare persone che avevano solo l’intenzione di commettere un reato? Non è semplice rispondere, visto che nella città dove questa metodologia viene applicata, viene sostanzialmente azzerato il crimine. In più, i Precog sembrerebbero essere infallibili: si è certi che il crimine verrà commesso se non si intervenisse.
Come sempre per le opere tratte da Dick la componente filosofica è centrale (si pensi a Blade Runner); ma come sempre in Spielberg il tutto viene declinato anche, e soprattutto, in una riflessione sulla macchina cinema. Il protagonista manipola le immagini dei Precog per cercare di comporre lui stesso il crimine che accadrà, esattamente come farà Sammy in The Fabelmans quando manipola le immagini che lui stesso ha girato. Minority Report è una vertigine teorica sul montaggio cinematografico e una lettura cinica sulla natura umana, che è fallibile e, per questo, imprevedibile.

4. Il Ponte delle Spie (2015)
Il Ponte delle Spie (qui la recensione) è un altro tassello fondamentale della filmografia spielberghiana. Scritto dai fratelli Coen, sembra quasi un seguito di Lincoln. Se nel biopic sul presidente americano ci si era concentrati sulla difficoltà del processo democratico, Il Ponte delle Spie continua questo discorso riflettendo sulla necessità di mantenere intatte le basi della democrazia, garantendo la divisione dei poteri. Il film racconta le vicende realmente accadute di James B. Donovan, avvocato a cui viene affidato il compito di difendere la spia sovietica Rudol’f Abel’. Le difficoltà da affrontare, ovviamente, sono quelle derivanti da un’opinione pubblica che mal vede la difesa legale di una spia sovietica durante la guerra fredda.
La pellicola, d’un tratto, avrà anche ulteriori sviluppi, che vedranno il protagonista coinvolto in vicende ancora più grandi di lui, che richiedono però massima segretezza e discrezione (sotto quest’aspetto ricorderà Munich). Ma ciò su cui riflette la pellicola non è solo l’importanza della divisione dei poteri, ma anche e soprattutto sulla fermezza del singolo di fronte a delle regole che ritiene giuste, e per le quali metterebbe a rischio la vita. Il Donovan di Tom Hanks è il prototipo di protagonista spielberghiano: un uomo qualunque che si trova di fronte ad una sfida più grande di lui, ma che proprio per questo la affronta nella maniera più stoica possibile. Un ritratto appassionante di un uomo tutto d’un pezzo.

3. The Post (2017)
The Post (qui la recensione) è il film dove Spielberg riflette, calato nella Storia con la “S” maiuscola, sulla verità celata che deve riemergere. Si dimentica forse troppo spesso che il regista de Lo Squalo flirta da sempre col “celato”; che cinematograficamente si riflette nel fuori campo. Il celato che però, ad ogni costo, deve essere visto, conosciuto. Riflette su questo tema sin dalla sua prima pellicola, Duel; e lo declina durante tutto l’arco della sua carriera in svariate dimensioni. Quella scelta per The Post è la dimensione storica: le difficoltà che incontrò il Washington Post per la pubblicazione dei Pentagon Papers, documenti che avrebbero mostrato al mondo la verità sulla Guerra del Vietnam.
The Post sembra quindi riflettere in maniera lucida su concetti come verità, conoscenza, segretezza. Tutti concetti che Spielberg riprende proprio nella sua ultima pellicola, declinata però nella fantascienza retrò. Disclosure Day è un film inevitabilmente figlio di The Post, che a sua volta è l’esigenza spielberghiana di parlare di temi a lui cari senza l’orpello del “genere”. Perché ciò di cui parla The Post, a ben vedere, è ciò di cui parlava Minority Report. The Post è uno spettacolare spaccato di cinema, oltre che di storia, che restituisce allo spettatore una vicenda messa in scena magistralmente, e lo tiene incollato grazie alla vertiginosa suspance che Spielberg riesce a imbastire.

2. The Fabelmans (2022)
The Fabelmans (qui la recensione) è il racconto semi-autobiografico dell’infanzia di Spielberg: del suo innamoramento del cinema, della voglia di riprodurlo, dei suoi primi cortometraggi. Ma è anche il racconto dei suoi traumi, delle sue insicurezze, del difficile rapporto tra il padre e la madre e delle loro diverse nature. Il tutto condensato in quasi due ore e mezza di meraviglia. È un film testamento senza esserlo. È un punto di non ritorno, ma non di arrivo. The Fabelmans è la favola dell’infanzia di un regista che rivive i suoi ricordi mediante il suo cinema. Si potrebbe giocare – come Spielberg ha sempre fatto lui stesso – e individuare tutti i riferimenti alle sue pellicole disseminati per tutto il film.
Ma come sempre per i figli della New Hollywood le citazioni non sono fini a loro stesse. Il cinema è il protagonista del suo film autobiografico, e come poteva essere altrimenti per l’autobiografia di un regista? Il film è una magica riflessione sulla potenza delle immagini, di cosa possono fare, mostrare e creare. Capaci di rivelare la verità ma anche, e soprattutto, di costruire una meravigliosa bugia. Sammy (Steven) gira, monta, fotografa; in una parola manipola le immagini. The Fabelmans è forse l’esplicitazione massima di quello che fu Minority Report, oltre ad essere il prodromo di Disclosure Day.

1. Munich (2005)
Munich (qui la recensione) è un capolavoro. La prima posizione, in questa classifica, poteva essere ricoperta da quasi tutte le pellicole di cui si è discusso. Ma Munich, ad oggi, è forse il film che deve essere primo. Sia per motivazioni storiche ma anche, e soprattutto, per motivazioni cinematografiche. Il film è il racconto, tratto dal romanzo Vendetta, dell’operazione Ira di Dio; attuata in gran segreto da Israele per rispondere all’attacco terroristico palestinese delle Olimpiadi di Monaco del 1972, dove undici atleti israeliani vennero uccisi nello sgomento generale. È, forse, il primo attacco terroristico della storia ad essere anche, e soprattutto, un attacco terroristico mediatico: le televisioni di tutto il mondo tennero col fiato sospeso chi assisteva all’evento.
E tra gli innumerevoli spunti di questo capolavoro c’è proprio una riflessione sulla medialità del terrorismo. Munich è un film figlio dell’11 settembre (l’evento terroristico mediatico più importante di sempre) e sugli stralci della ferita più grande che l’occidente abbia mai subito. E la grandezza del cineasta sta nel muoversi sul filo sottile dell’equilibrio. Criticato aspramente all’epoca per “non aver preso una posizione netta”; dopo vent’anni è quasi commovente vedere il cineasta (ebreo) di Schindler’s List mantenere l’equidistanza su un evento fatto di chiaroscuri, inganni e opacità. Munich è il racconto dello sgretolarsi progressivo dell’umanità. È uno sguardo cinico, e per la prima volta forse anche disilluso, su una situazione senza via d’uscita. Un film grande, oltre che un grande film.

