Recensioni FilmDisclosure Day - Recensione del film di Steven Spielberg

Disclosure Day – Recensione del film di Steven Spielberg

Steven Spielberg torna al cinema, e lo fa con Disclosure Day: col suo genere, la fantascienza. Il primo film mai proiettato in una sala cinematografica girato da lui fu Firelight, del 1964 (aveva solo 17 anni): un progetto amatoriale costatogli 500 dollari che parlava di un gruppo di scienziati che credeva negli UFO e cercava di studiare strani fenomeni che accadevano nella cittadina di Freeport, in Arizona. Sembrava quasi necessario, dunque, tornare al genere delle origini, degli albori; dopo che la sua ultima pellicola è stata il meraviglioso The Fabelmans, che racconta proprio della sua infanzia, della sua passione per il cinema e dei suoi traumi.

L’ultima inquadratura della sua opera autobiografica è un atto rivoluzionario per il suo cinema: Spielberg sfonda per la prima volta nella sua carriera la quarta parete e aggiusta l’inquadratura, dopo che il suo alter-ego nel film riceve un consiglio su dove posizionare l’orizzonte dal “più grande regista di tutti i tempi”. Quel John Ford interpretato da David Lynch che è uno dei suoi padri artistici, insieme a Kubrick, Lean e Hitchcock. Una volta assestata l’inquadratura e posizionato l’orizzonte, Spielberg è pronto a (ri)cominciare e a guardare le stelle. Scopriamo, dunque, se vale la pena spingere questo sguardo al di là di ogni confine.

Disclosure Day

Disclosure Day – Trama

Disclosure Day inizia in medias res: si è catapultati immediatamente al centro dell’azione, senza spiegazioni. Può permettersi di farlo perché lo script di David Koepp (già collaboratore di Spielberg in Jurassic Park e La Guerra dei Mondi) è tra i più semplici. Mentre il mondo è sull’orlo di un nuovo conflitto globale, Daniel Kellner (Josh O’Connor), un membro della WARDEX, un’organizzazione occulta che collabora col governo degli Stati Uniti e che mantiene per esso i segreti più sensibili, decide di ribellarsi e rubare quei segreti per rivelarli al mondo. Documenti che riguardano, ovviamente, contatti con civiltà extraterrestri.

Parallelamente, seguiamo la vicenda della meteorologa Margareth Fairchild (Emily Blunt) che, inspiegabilmente, comincia a comportarsi in maniera imprevedibile e, in diretta televisiva, emettere strani suoni gutturali. Attratta da un posto ignoto e guidata dai soli suoi istinti, verrà anch’essa braccata dalla WARDEX dopo che il video della diretta diventa virale. Il plot è tutto qui, e sarebbe un delitto parlare d’altro per un film che, più che di trama vive di significati.

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Disclosure Day

Disclosure Day – Recensione

Il film inizia con un soggettiva, e la telecamera viene presa a calci. Che Spielberg voglia scuotere lo spettatore è esplicito sin dal primo secondo. Disclosure Day è un film, tra le altre cose, sulla speranza che l’umanità possa tornare a “vedere”. Gli alieni, come sempre nella fantascienza alta, sono solo un pretesto. Sono, ovviamente, centrali nel film; così come lo erano quelli di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, di E.T. e de La Guerra dei Mondi. Ma proprio come in queste tre pellicole, sono un viatico, un sostegno per qualcosa di ancora più grande.

In Incontri Ravvicinati l’alieno era il pretesto per evadere da una vita ordinaria: un padre che, pur di assecondare il suo istinto, abbandona moglie e figli. L’alieno è l’ignoto, è il gettare lo sguardo al di là. In E.T., invece, l’alieno è il rispecchiamento. Il bambino protagonista, Elliot Taylor (le iniziali, guarda caso, sono E.T.) trova nel suo amico stellare la possibilità di superare un trauma ancora vivo (la separazione dei suoi genitori). E.T. è l’amico immaginario in cui Spielberg trovava rifugio durante la sua infanzia. In queste due pellicole l’alieno proviene, però, dallo spazio: è al di là delle stelle che bisogna guardare per poter vivere.

Ne La Guerra dei Mondi, invece, l’alieno è già sempre tra noi. I tripodi escono dal sottosuolo. Sono alieni distruttivi, che uccidono miliardi di persone (anche nel quarto capitolo di Indiana Jones, per altro, si scopre una cosa simile). Nei film spielberghiani post 11 settembre il regista cambia prospettiva. Diventa cinico – ma non disilluso – e si preoccupa di descrivere un’America (e un mondo) nelle sue difficoltà strutturali. Se l’alieno è stato già sempre tra noi, l’umanità è stata sempre cieca; e apre gli occhi troppo tardi. Disclosure Day media tra le due prospettive: l’umanità rimane cieca (perché gli alieni ci sono sempre stati, celati da chi vuole lasciare tutto nel buio); ma può aprire gli occhi, nel giorno della rivelazione, se guarda al di là delle stelle – e dunque in se stessa.

Disclosure Day

L’importanza dello sguardo

Il giorno della rivelazione è il giorno in cui viene rivelata al mondo la verità. Per scoprirla, ci dice il film, occorre vedere. La locandina stessa pone al centro un occhio. La centralità dello sguardo sembra essere il cruccio dei grandi cineasti del ‘900, che nelle loro battute finali tornano a ribadire l’importanza del cinema come forma d’arte. Si pensi a Cameron e al concetto centrale della saga di Avatar: “io ti vedo” (per non parlare dell’atto dello spettatore che indossa gli occhiali 3D). Si pensi a Nolan, e alla scena centrale di Oppenheimer, dove il protagonista guarda la sua stessa creazione di morte.

Spielberg non parla, in questo film, solo del suo cinema; ma del cinema in generale. La profonda riflessione sul tema dello sguardo si accompagna al sovrabbondare di schermi che costellano la pellicola dall’inizio alla fine; ma mai lo schermo cinematografico. Vediamo TV, Tablet, cellulari, PC; ma mai la sala cinematografica. Ma è qui che subentra il colpo da maestro: la sala cinematografica è il luogo nel quale noi spettatori assistiamo alla rivelazione. In un mondo invaso da qualsiasi tipo di schermo, che filtra la nostra percezione della realtà; il cinema – luogo di finzione per antonomasia – diventa il luogo a cui (ri)tornare.

Il viaggio dei protagonisti è un viaggio di ritorno (come sempre nel cinema di Spielberg). E la loro destinazione sarà, senza spoiler, il luogo cinematografico per eccellenza: un set. Un set per ripercorrere i momenti cardine della loro infanzia. Spielberg non poteva che mettere il cinema al centro della narrazione: il luogo per guardare dentro se stessi e, finalmente, vedere la verità per poi dirla al mondo. Il cinema di Spielberg è un cinema profondamente umano, e nonostante la speranza aleggi in ogni sua pellicola, si sente sempre il peso delle scelte e della conquista di quella luce tanto anelata. Ma l’essere umano è pronto a vedere?

Le conseguenze della conoscenza

Il personaggio di Josh O’Connor, Daniel, vuole rivelare al mondo ciò che gli è stato celato per decenni. Ma Spielberg non è mai stato manicheo. La WARDEX non è il male assoluto. Ci sono motivazioni profonde dietro la scelta di tenere all’oscuro l’umanità da questo segreto indicibile. Quali sarebbero le conseguenze? La conoscenza prescinde da ciò che comporta? Bisogna perseguirla nonostante possa distruggere credenze profondamente radicate in noi stessi? Una conoscenza che eliminerebbe le fedi precedenti non correrebbe il rischio di diventare essa stessa una fede, tradendo il suo scopo originario?

Sono solo alcune delle domande che il film pone allo spettatore attraverso i personaggi di Noah Scanlon (Colin Firth) – il capo della WARDEX – e Jane (Eve Hewson), compagna di Daniel. I loro interrogativi, seppur da punti di vista diversi, convergono verso il sospetto che l’umanità non sia pronta. Ma il mondo, come già accennato, è sull’orlo del collasso. Assuefatti da schermi che descrivono il disastro, la possibilità di conoscere è, per Spielberg, la via. Perché conoscere significa capire: capire com’è fatto il mondo nelle sue leggi, e capire com’è fatto l’altro mettendoci nei suoi panni.

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Disclosure Day è dunque, tra le altre cose, un’ode alla conoscenza nel senso più alto del termine. Comprendere il mondo, disvelare il mistero, è la via da intraprendere per allontanarsi da quell’orlo. “Io non voglio essere la religione di nessuno” afferma, d’un tratto, un personaggio. Il regista che ha fatto i conti con le ideologie più atroci della storia, dal nazismo allo schiavismo, dal sionismo al comunismo; non vuole religioni, non vede nella fede una possibile speranza. La vede nella conoscenza. Il film, sotto quest’aspetto, ricorda da vicino una delle sue ultime pellicole, The Post, che racconta gli ostacoli che incontrò la stampa, durante la guerra fredda, per dire la verità.

Il più grande spettacolo del mondo

In The Fabelmans, il film che Sammy vide al cinema, e di cui aveva paura perché era la sua prima volta in una sala cinematografica, era Il Più Grande Spettacolo del Mondo di Cecil B. DeMille. Vedere la famosa scena dello schianto del treno, però, lo ha fatto innamorare. Voleva, in qualche modo, riprodurlo; per averne il controllo. E cos’ha fatto Spielberg, sin dai tempi di Duel, se non il più grande spettacolo del mondo? Il cinema inteso come grande industria, capace di far sognare attraverso la meraviglia di cose mai viste. Spielberg è uno dei maestri, se non il maestro, di questo modo di fare cinema.

Ma i tempi dei fuochi d’artificio sono finiti. Quantomeno di quelli vistosi. Disclosure Day non vuole essere, sotto il profilo squisitamente visivo, la nuova pietra di paragone per i film di fantascienza con alieni. Quel traguardo, Spielberg, l’ha già raggiunto due volte (di più se consideriamo tutti gli altri generi in cui si è cimentato). Allo Spielberg post 2000 interessa una costruzione dell’immagine più squisitamente teorica. Movimenti di macchina vertiginosi, ma mai pomposi. Disclosure Day è, da questo punto di vista, un ulteriore sfoggio mastodontico di padronanza del dispositivo cinematografico.

La fotografia di Kaminski (sodale del regista sin da Schindler’s List) gioca con le luci e con la composizione della scena per restituire un interessante dialogo tra l’asciuttezza della fantascienza anni ’70-’80 e la spettacolarità di quella contemporanea, di cui Spielberg stesso si è fatto portavoce con Ready Player One. Williams ritorna, per l’ennesima volta, a comporre una colonna sonora per il suo caro amico, all’età di 94 anni; e ci regala momenti che ricordano, per intensità, i suoi lavori precedenti. È un film che dialoga, dunque, col passato; anche nei termini più squisitamente tecnici.

Disclosure Day – Conclusioni

Spielberg torna dietro la macchina da presa dirigendo un film che è tutto il suo cinema e anche di più. Un punto esclamativo che guarda al passato ma che guarda anche, e soprattutto, ad un futuro da scrivere. Spielberg non dà risposte. Il giorno della rivelazione ce lo ha fatto vivere. Sta a noi recepire il suo messaggio o lasciare che le sue immagini siano solo alcune tra le tante. Chi si aspetta il blockbuster classico potrebbe rimanere deluso: il plot è tra i più semplici e la spettacolarizzazione fine a se stessa non trova spazio.

Disclosure Day è innanzitutto un film di un autore che parla, attraverso il cinema, dell’umanità. E lo ha fatto da sempre, questo film non fa eccezione. Tra i migliori della sua ultima parte di carriera. Mastodontico nella sua semplicità. Finemente teorico nella sua spiazzante immediatezza.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Disclosure Day è l'ennesima conferma della grandezza di Spielberg, che ci regala una profonda riflessione sull'essere umano e sul cinema stesso. Tra i migliori lavori degli ultimi anni.
Alessandro Bombace
Alessandro Bombace
Appassionato di cinema e filosofia da sempre, quando scrivo guardo ad entrambi per portare analisi il più profonde e originali possibili. Il giochino dei 4 film preferiti? 2001, Persona, Wall-E e Lilo & Stitch

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