Psyco, la recensione del Capolavoro di Hitchcock

Se si deve scegliere tra i film di Alfred Hitchcock quale sia il migliore, si rischia di scontrarsi con diverse difficoltà. Allo stesso modo non è semplice scrivere delle recensioni dei suoi lavori, in quanto la tecnica della maggior parte dei film del regista merita un’analisi talmente approfondita che un solo articolo non può sicuramente esserne all’altezza. Ciò vale, sicuramente, per Psyco, film considerato il suo capolavoro, nonché il suo più grande successo commerciale. Molti non avrebbero dubbi a definirlo il migliore del regista, per quanto ardua sia la scelta.

È tratto dall’omonimo romanzo del 1959 di Robert Bloch che si basa su una storia vera, quella del serial killer Ed Gein. Psyco ha gettato le basi per un nuovo mondo nel cinema di thriller e dell’orrore. La famosissima scena della doccia è iconica e conosciuta anche da chi non ha visto il film integralmente. Ma cos’ha Psyco di così straordinario?

Psyco

Psyco, uno dei MacGuffin più famosi

Per spiegare la trama di Psyco, bisogna conoscere una tecnica usata spesso da Alfred Hitchcock, che l’ha resa famosa ma il cui nome fu ideato dal suo amico sceneggiatore Angus MacPhail. Per MacGuffin intendiamo un espediente narrativo, qualcosa cioè che in un film serve a distogliere l’attenzione degli spettatori da ciò che sarebbe davvero rilevante. Nel caso di Psyco, abbiamo uno degli esempi più calzanti e celebri di tale tecnica.

La trama infatti prende il via con un MacGuffin: la protagonista, interpretata da Janet Leigh, fugge dalla città dopo aver rubato dei soldi, ma sappiamo bene che questo fatto non conta nulla ai fini reali del film. Invece, quando li nasconde in una busta, questa viene continuamente inquadrata. Di proposito Alfred Hitchcock vuole fare in modo che lo spettatore pensi che il fulcro della vicenda sia quello.

Partendo quindi da questa tecnica, abbiamo la vera trama: l’arrivo al Bates Motel, l’incontro con Norman Bates, interpretato da Anthony Perkins, e quindi naturalmente l’omicidio della protagonista con la famosissima scena della doccia.

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L’accoltellamento dura 22 secondi per un totale di 35 inquadrature, si tratta di una delle scene più famose della storia del cinema. Sia da un punto di vista ‘visivo’, sia per la colonna sonora che accompagna la scena, che in origine doveva essere senza alcun suono. La caratteristica straordinaria di Psyco si vede già in questo iconico momento: non occorre vedere davvero una scena, bensì suggerirla, in quanto pur essendo classificabile come horror, sicuramente nel film non ci sono scene oggettivamente disturbanti fisicamente, ma l’atmosfera che si crea è di un’inquietudine potente e sopraffina.

L’interpretazione di Anthony Perkins

Anthony Perkins ritornerà nel suo iconico ruolo anche nei sequel del film, ma diretto da Alfred Hitchcock è naturale l’attore abbia dato il meglio di sé. Il ruolo di Perkins è estremamente complesso, perché, e di questo si deve ringraziare certo il romanzo, l’originalità della risoluzione della storia si regge tutta sui suoi sguardi. L’attore avrà un’interpretazione analoga ne Il Processo di Orson Welles, adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Franz Kafka.

Anche lì tutto si regge sul suo modus e su poche parole, su un disperato grido d’aiuto nell’ignoto e nella non consapevolezza. Norman Bates è vittima di se stesso e della sua malattia mentale, non ne è pienamente consapevole, e durante il dialogo con la sua ospite spiegherà come tutti ci sentiamo stretti nella nostra trappola, avvinghiati. Fin da questo primo dialogo, la costruzione del personaggio si delinea attraverso diverse vie. Da un lato, muove a compassione, dall’altro la pietas che suggerisce quella che sembra una difficile condizione viene messa a dura prova dal fatto che Norman sia estremamente inquietante.

La completezza dell’interpretazione consente allo spettatore di provare suspense ma anche confusione, consapevole che Norman ha alibi di ferro perché anzi, sconvolto, è lui a pulire il sangue dopo il delitto. La soluzione è terrificante quanto eccezionale, ripresa da diversi libri e film, basti pensare al recente La psichiatra di Wulf Dorn, scrittore di thriller, che ha un finale assai simile.

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Psyco esplora i demoni che abbiamo dentro

Quando il principale antagonista coincide allora con il protagonista, ed è Norman stesso il principale nemico di sé, che cosa accade? Accade che Psyco analizza brillantemente la follia, grazie anche alla sempre fervente passione di Alfred Hitchcock per la psicanalisi e la salute mentale, temi che riprenderà in tantissimi film. Psyco è tuttavia diverso in quanto costruito come un ingranaggio perfetto.

Apparentemente, la trama ha tutto: un furto, un omicidio, un’ambientazione misteriosa a fare da contorno. Eppure, il film è interessante per le piccole eccezionali trovate che contiene. Ad esempio un brillante uso di correlativi oggettivi, ovvero quegli oggetti che nel cinema servono a suggerire emozioni e sensazioni dei personaggi o atmosfere della storia, in quanto non sempre nelle scene dei film si può dire qualcosa a parole, ma va comunicata altrimenti.

In Psyco, su questa linea, troviamo la presenza ad esempio di tantissimi specchi, che simboleggiano la tematica del doppio. Come Norman è diviso, così lo specchio crea due entità, due mondi separati. Si fa sovente anche uso di una luce particolare che contrappone ancora di più bianco e nero, nel segno di una sempre più importante partecipazione dello spettatore.

Anche chi guarda Psyco deve sentirsi diviso, combattuto, e soprattutto attonito di fronte all’orrore tacito di essere, come dice Norman, avvinghiati nella propria trappola.

L’iconica scena finale

Lo psichiatra Fred Richmond, quando ci avviciniamo alla fine del film, rivela come Norman abbia ucciso la madre e si sia scisso in due personalità, una delle quali riproduce lei. Non si ricorda di aver ucciso la donna in quanto, a causa di un complesso di Edipo patologico, era morbosamente geloso del suo nuovo compagno, poiché ha rimosso tutto tramite una identificazione proiettiva (che ritroviamo in altri film di Hitchcok, come in Io ti salverò).

Il film è sostanzialmente un thriller, abbiamo la nostra soluzione, conosciamo il colpevole. Ma Hitchcok ci stupisce con una trovata geniale: sentiamo parlare Norman come fosse sua madre e Anthony Perkins sorride, con un ghigno incredibilmente spaventoso. Non contento, il regista ha scelto di inserire un effetto tale per cui nel viso di Norman si possa riconoscere il teschio della madre. Un lavoro a dir poco meticoloso che porta a costruire uno dei migliori thriller di tutti i tempi.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Silvia Argento
Silvia Argento
Laureata triennale in Lettere Moderne e due magistrali in Filologia Moderna e Editoria e scrittura cum laude. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice, autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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