Reduce dal successo di Storia di un matrimonio e White noise, Noah Baumbach giunge nuovamente nello scenario del cinema contemporaneo. Torna a manifestare la sua presenza con l’intima commedia emotiva Jay Kelly (132 minuti di durata). Per consegnarlo al suo pubblico conferma la sede privilegiata di Netflix, già dimora dei suoi ultimi progetti. Prima dello streaming, disponibile per gli utenti dallo scorso 5 dicembre, la pellicola aveva fatto già parlare di sé in occasione dei Festival. Era già stata infatti presentata alla scorsa Mostra internazionale del cinema di Venezia. Il progetto torna in primo piano in occasione delle recentemente pubblicate nomination ai Golden Globes, anticamera degli Oscar, dove si è ritagliato uno spazio nella categoria di Miglior Attore Protagonista e Non Protagonista in ambito di commedia. Come di consueto, il regista firma anche in questo caso la sceneggiatura del suo film (stavolta insieme a Emily Mortimer).

Jay Kelly: la trama
Per assurdo che possa sembrare, anche la vita dei divi non è facile. Stare ai vertici dello star system concede onori e glorie, certo. Ma a quale prezzo? Il film tenta di rispondere al quesito esplorando la parabola del fittizio protagonista, il Jay Kelly del titolo (George Clooney). Padre di due figlie, divorziato, l’attore è l’idolo delle folle. Una carriera senza macchie, successi dopo successi, guadagnandosi il benvolere e l’ammirazione di pubblico e industria. Raggiunta la mezza età si ritrova a studiare l’estetica del suo invecchiamento, pennarelli sempre alla mano per annerire le sopracciglia. Lascia più spazio ai vizi, come testimoniano le onnipresenti cheesecake che si fanno trovare ovunque si sposti. Ma, soprattutto, inizia a tirare le somme sulla sua carriera e sul proprio vissuto.
Un lutto inaspettato, quello del regista che avviò la sua carriera, lo conduce ad una vertiginosa crisi di coscienza. Si presenta l’occasione di un tributo a lui rivolto nelle campagne toscane, cui il suo manager di lunga data Ron (Adam Sandler) lo implora di partecipare. Abbandonato più o meno permanentemente da entrambe le figlie, e perso in un’analisi delle sue scelte passate, l’attore acconsente al viaggio verso la Toscana. Nel percorso che intraprende rischia però di mettere ulteriormente a repentaglio le sue relazioni. Se gli riesce molto facile farsi amare dalle masse, questione differente sono i rapporti interpersonali diretti. Jay non ha problemi ad apparire come vincente, eroe, divo invidiabile e al contempo amabile. Ma mentre continua ad affermare la sua immagine nell’opinione popolare il suo privato vacilla sempre di più, rischiando di raggiungere un punto di non ritorno.

Jay Kelly: la recensione
Netflix tenta un approccio contenutistico alla Amarcord in quest’ultima fatica di Noah Baumbach. Il regista e autore finisce così per dare vita ad un progetto emotivo, intimo, dal tono vertiginosamente altalenante. Un progetto che, in definitiva, sembra avere tutte le carte in regola per raggiungere a velocità di crociera gli Oscar 2026. In questo senso, in effetti, le già raccolte nomination ai Globes sembrano essere anticipatrici di un destino non particolarmente improbabile. L’operazione svolta, nel suo nucleo, è delle più genuine. Si affronta l’approfondimento psicologico di un grande volto, solitamente patinato e bidimensionale – tra schermo, locandine e prime pagine delle riviste. Operazione resa tanto più interessante dal fatto che, ad incarnare questo personaggio, è un vero grande volto dei nostri tempi. In questo modo si viene a creare tra il personaggio di Jay Kelly e l’attore che lo interpreta un mirabile gioco di specchi e rimandi.
Nonostante l’approccio tendenzialmente da commedia, le corde che il film tocca sono perlopiù intime. Spesso addirittura tendenti al rimpianto, ad un velo di tristezza che si stende fino a coprire tanto i ricordi quanto il presente. Quello che in Jay Kelly viene passato al vaglio, con lo scorrere dei minuti, è il danno collaterale che si consuma al di fuori del riverbero del riflettore. La portata distruttiva che rimane nell’ombra del divo. In questo caso, la sua incapacità nel costruire rapporti umani privilegiando sistematicamente la carriera nel corso degli anni. A lungo andare tuttavia questo impianto così denso tende ad annacquarsi. Finisce per perdersi in un minutaggio forse eccessivamente dilatato, e occupato per contro da un andamento paradossalmente frenetico. Si indebolisce in una riproposizione di schemi tendenzialmente ripetitivi. Si slabbra, in definitiva, a causa delle dinamiche lievemente fiacche che finisce per mettere in gioco.

Jay Kelly: gli attori che permettono lo studio dell’attore
Baumbach mette in scena un protagonista per cui risulta contro-intuitivo provare compassione. Un uomo che dalla vita ha avuto tutto – tranne, assenza imperdonabile, un animo appagato. Riesce a farlo plasmando Jay Kelly sul suo attore protagonista. Difficile in effetti immaginare un divo “più divo” di Clooney, il cui volto ha segnato gli ultimi decenni dello scenario hollywoodiano. L’efficacia della sua performance si nutre nondimeno delle interpretazioni che lo circondano. Quella di un sorprendente Adam Sandler, ormai deciso su toni più sensibili, cui purtroppo non viene lasciato più spazio nella trama. Ma anche quella di Riley Keough, che gestisce magistralmente il poco tempo a sua disposizione sullo schermo. Nota di merito anche per i numerosi e capacissimi ultra-secondari che si passano il testimone nel corso del minutaggio, da Laura Dern a Billy Crudup passando per Greta Gerwig.
Il tutto viene squisitamente condito da una fotografia deliziosamente bilanciata, in comunione d’intenti con i toni del film. E da scenari europei sicuramente pittoreschi per un occhio statunitense, ma colti alla luce di una lente forse eccessivamente stereotipicizzata. Visti i dialoghi non propriamente sferzanti e la scrittura che tende al reiterativo, è lecito constatare che la scrittura non rispetti lo standard estremamente elevato cui Baumbach ha abituato il suo pubblico negli anni. Nondimeno, la parabola che Jay Kelly esplora mantiene un nucleo dal potenziale interessante, che viene esponenzialmente valorizzato dalle più che apprezzabili interpretazioni del suo cast.

