martedì, 26 Ottobre, 2021

Suburbicon: la recensione del film di George Clooney

A Suburbicon la perfezione pare esistere: la geometria delle villette a schiera, gli incroci stradali quadrangolari, i giardini verde speranza, gli abitanti color pastello, ogni macchina la sua linea, ogni donna quel taglio di capelli, ogni uomo un lavoro che lo occupa tutta la giornata, ogni famiglia una cena attorno alla tv, ogni cosa al suo posto ed un posto per ogni cosa.

Suburbicon
Julianne Moore as Margaret in SUBURBICON, from Paramount Pictures and Black Bear Pictures.

Il paradiso americano di fine anni ’50 è qui. Ora, se dentro questo meccanismo da favola, innestiamo una nucleo familiare nuovo di zecca, nero, appena trasferitosi, ed una rapina atipica finita male, che cela dietro di sé una scia esponenziale di guai e piani criminali, qualcosa si contamina, si distorce beffardamente e lascia il gusto di osservarne la funesta ed assurda escalation.

La sensazione di male e di pericolo iniziano a dilagare, il sorriso di ogni abitante diventa un po’ più duro, la tranquillità infiocchettata cede il passo alla violenza, insensata e bigotta, che molto lontano dai suoi cittadini non doveva risiedere visto l’ampio sfogo che riesce ad ottenere. Così da una parte la famiglia nera dei Mayers inizia a subire attacchi e discriminazioni sempre più incontrollati che si spingono progressivamente dentro il perimetro della loro casetta; dall’altra la pace della famiglia bianca dei Lodge è stravolta: la madre Rose (Julianne Moore), stordita dal duo di delinquenti, non si è più svegliata, la troppo zelante zia Margaret (sempre Julianne Moore) ha preso il suo posto in casa, il corrucciato padre Gardner (Matt Damon) comincia a comportarsi in modo via via più strano ed il figlio Nicky (Noah Jupe) si ritrova a temere per la propria vita.

Suburbicon

Presentato alla 74.Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, ad oggi recuperabile su Raiplay, Suburbicon nasce da un soggetto dei fratelli Cohen la cui ironia nera condisce generosa l’anima del film, messo nero su bianco nel 1986 agli inizi della loro carriera, ripreso in scrittura e diretto da George Clooney: l’attore ne diventa la guida dichiarata nel 2005 e lo porta a compimento nel 2017, alimentandone ed orientandone fin troppo palesemente lo schieramento socio-politico. L’egotismo di un paese, nelle vicende di un piccolo borghese della provincia bacchettona e razzista, le contraddizioni esperite e portate alle loro atroci, buffe, conseguenze, il dito puntato su atteggiamenti che non sono per nulla caduti nel dimenticatoio, semmai rinvigoriti grazie al modus operandi dell’ex-presidenza Trump.

Il risultato è una commedia marcia, che si brucia presto, animandosi bruscamente ed in modo irreversibile di una drammaticità iperbolica, abnorme, quasi distopica, difficile da prendere sul serio, che diventa parabola di altro, fino ad immergersi nel grottesco a tratti sbandierato, in cui il pubblico ed anche i personaggi (quelli superstiti) sono complici del dramma, lo manovrano da dentro e lo osservano da fuori, rassegnati al chi va là e all’effetto domino di sangue della storia. Le situazioni si immergono per gradi nell’insostenibilità, fanno il verso ad una demenza collettiva sperimentata e consolidata negli anni, e agli isterismi cui la politica e la popolazione americana ci hanno nel tempo abituato.

Suburbicon
SUBURBICON Julianne Moore as Margaret

La cittadina illibata, meta utopistica, in cui tutto sorride e funziona, diventa il coacervo delle disgrazie, dell’odio etnico, del furore irrazionale, verso chi è diverso dalla maggioranza, perché la pelle scura è ancora sinonimo di inferiorità allora come ora, e quella stessa popolazione inamidata, modello happy days, episcopale, ebrea, cattolica, protestante, rigorosamente di questa o quell’altra cappella, rifiuta, condanna, emargina, soverchia, fino a rinchiudere nella stesso pezzo di terra e di non libertà gli odiosi neri che pure ce l’avevano fatta a conquistarsi il loro spazio di dignità tra i bianchi. Non sia mai che chi per secoli resta sotto, decida di metter piede nel sopra.

E mentre una parte di Suburbicon si trasforma in una Dogville cento volte meno fine e cento volte più monotematica, dall’altra parte del giardinetto un padre di famiglia esemplare architetta stragi maldestre, codarde macchinazioni, manipolazioni da impedito, senza troppi scrupoli di coscienza, travolto dai misfatti che lui stesso ha innescato, per stupidità incancrenita, avida miopia, in nome di una supposta felicità (guai a non essere felici nel continente delle opportunità, patria del boom economico), di un personale e non meglio specificato bisogno d’espressione e di un egoistico benessere interiore ed esteriore, che comunque, a conti fatti, giace localizzato sulle agognate coste di Aruba, un protettorato olandese, dunque fuori dal perimetro dell’acquario fintamente magnifico di Suburbicon, o, altrimenti detto, fuori dal confine americano.

Suburbicon

La terra dei sogni non era vergine e sana nemmeno nei mitici anni cinquanta, così come non lo è oggi: specchio riflesso e deforme di una nazione instupidita dalla paura, schizofrenica e autosabotatrice, chiusa nel pericolo che lei stessa alimenta, in paranoia per ogni minaccia esterna, tutta da dimostrare, vittima colpevole della follia che alimenta, bombarda moscerini, cova serpi in casa ed è pronta a sacrificare i propri figli alla causa come se nulla fosse.

Così Niky, portatore dell’innocenza e del buon senso, che gioca col vicino coetaneo nero, diventandoci amico dopo un’iniziale diffidenza, è lo sguardo della ragione: si intrufola con i suoi occhi nell’ultimo momento emblematico della madre, nel commissariato di polizia, nel giardino dei vicini, nel salotto dove gli adulti tramano alle sue spalle, nel rifugio sottoterra per difendersi dagli attacchi dei razzisti, in cantina scoprendo gli altarini del padre, sotto il proprio letto per scampare al killer, in un susseguirsi di situazioni estreme e caricate in cui porta dentro assieme ai suoi occhi e alla sua coscienza quella del pubblico contribuendo a dare all’arco narrativo il sapore di una certa consapevolezza tattica; succede questo, siete tutti avvisati.

Suburbicon

E la commedia si dimena nel thriller, ed il noir si fa spazio nel comico, tra sangue schizzato e sorrisi cinici, come una macchina da guerra, dal ritmo forsennato, in direzione univoca, tranne per “la paternale” razzista, tenuta a bada, ma parecchio statica, che suona un po’ come forzatura buonista, parecchio fuori le corde dei Cohen, e che strattona l’ambito d’impatto della vicenda, risultando, per assurdo la parte meno convincente e necessitata dell’opera.

Suburbicon

Ambientazione perfettamente curata, fotografia luminosa ed adatta ad esso, musiche inquiete del buon Desplat, cast stellare che primeggia per impatto scenico ed esperienza, tra cui è giusto ricordare Matt Damon che dona il meglio della sua mono-espressività sotto pressione e la perfetta Julianne Moore, qui in una doppia parte, di buona e consapevole e di malvagia corta di cervello, come se, forse, l’animo femminile, nella sua ambiguità a volte complessa a volte epifanica, possa contenere più luce del buio che la circonda. Notevole anche il giovane Noah Jupe che contribuisce a farci restare spesso con il fiato sospeso, attraversando con delicatezza la slavina di sangue familiare e passi falsi che gli capitano tra capo e collo.

Niente di veramente nuovo nel complesso: Suburbicon tragicomica follia, metafora dell’oggi, smussa la penna dei Cohen, allontanandola dall’epica di Fargo, consolando laddove bisognerebbe, forse, lasciare fumanti macerie; tanto dietro uno scandalo c’è sempre un affare, e dopo il sensazionale, viene comunque la caricatura. Dunque bisogna imparare a non rispondere sempre, a svincolarsi dalla tentazione, perché, a volte, è più efficace ripagare l’ottuso con identica moneta, piuttosto che ragionarci.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Fine anni '50: a Suburbicon, cittadina americana perfetta, arriva la prima famiglia di neri e a casa dei Lodge si susseguono eventi nefasti. Su soggetto dei Coen, rimaneggiato da Clooney, che dirige, si snocciola una commedia marcia, che si dimena tra dramma tanto esponenziale quanto grottesco ed un antirazzismo "correct" non richiesto ed un po' scomodo. L'America che spara ai moscerini e cova in casa le proprie serpi.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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