Con The Son (2022), Florian Zeller prosegue il suo percorso cinematografico dedicato alle fragilità dell’animo umano, dopo l’acclamato The Father. Se quel film esplorava la frattura interiore della memoria e la percezione distorta del reale, The Son si concentra invece sull’incontro difficile tra il mondo adulto e il dolore incomprensibile dell’adolescenza.
Zeller porta ancora una volta sullo schermo una propria opera teatrale e, insieme allo sceneggiatore Christopher Hampton, tenta di trasformare un dramma intimo e dialogico in un’indagine emotiva più ampia, che coinvolge famiglia, responsabilità e incapacità di ascoltare.
Il risultato è un film che ha diviso pubblico e critica: per alcuni intenso, necessario, soffocante al punto giusto; per altri eccessivamente costruito, persino manipolatorio. Eppure, al di là dei suoi limiti, The Son resta un’opera che cerca di confrontarsi frontalmente con la complessità della depressione adolescenziale, senza semplificarla né abbellirla.

Trama
Peter (Hugh Jackman) è un avvocato di successo, risposato da poco con Beth (Vanessa Kirby) e padre di un neonato. La sua vita sembra essersi finalmente stabilizzata quando la ex moglie Kate (Laura Dern) lo contatta per comunicargli che Nicholas, il loro figlio adolescente, ha smesso di andare a scuola e mostra un comportamento sempre più inquieto.
Peter decide di accogliere Nicholas a casa sua, convinto che un nuovo ambiente e una maggiore presenza paterna possano aiutarlo. Ma il ragazzo, chiuso in un dolore che non trova parole, appare incapace di adattarsi. Tra bugie, momenti di apparente serenità e ricadute improvvise, la famiglia si orienta in un terreno fragile e carico di tensione emotiva.
Il film segue lentamente l’avvicinarsi della tragedia: l’incapacità di Nicholas di spiegare ciò che sente; quella degli adulti di comprendere ciò che non viene detto; e la progressiva escalation verso un dolore che diventa ingestibile. The Son non è un thriller psicologico, ma un dramma che ruota attorno alle omissioni, ai silenzi e alle domande che arrivano troppo tardi.

The Son – Recensione
Zeller costruisce un racconto sulla distanza: quella tra genitori e figli, ma anche quella tra ciò che crediamo di sapere e ciò che in realtà sfugge continuamente. A differenza di The Father, dove l’uso della messa in scena era ingegnosamente calibrato per far vivere allo spettatore la confusione del protagonista, qui la regia è più classica, quasi neutra. Ambienti luminosi, spazi ordinati, inquadrature pulite: un contrasto quasi doloroso rispetto al caos interiore dei personaggi. È una scelta precisa, ma talvolta fa percepire il film come eccessivamente in superficie rispetto al suo tema.
Il punto più forte dell’opera resta il suo cuore emotivo. The Son mostra quanto sia facile, per un adulto, scambiare il dolore per ribellione, o interpretare il malessere come un passaggio temporaneo. Peter è un uomo convinto di poter risolvere tutto con la volontà, con un intervento concreto, con un nuovo inizio. In realtà, ogni suo tentativo finisce per schiacciare ancora di più il figlio, che vive sospeso tra desiderio di aiuto e incapacità di comunicarlo.
Il film lavora molto sull’idea che la depressione non sia immediatamente leggibile, e che proprio la sua ambiguità la renda così devastante. Nicholas non urla, non esplode: implora in silenzio, e questo silenzio è forse l’elemento più doloroso del film.
Tuttavia, il film non sempre trova un equilibrio tra delicatezza e pathos. Ci sono momenti in cui la sceneggiatura appare ripetitiva: gli stessi dialoghi si ripropongono con variazioni minime, e la struttura teatrale si avverte con una certa evidenza. Anche alcune scelte narrative — soprattutto nel finale — possono risultare fin troppo programmatiche, come se Zeller volesse guidare lo spettatore verso una reazione precisa.
Eppure, anche dove inciampa, il film non perde mai una sincera tensione verso la comprensione dell’altro. La sofferenza di Nicholas non viene estetizzata: è confusa, opaca, piena di vuoti. E Zeller rifiuta l’idea di offrire risposte facili o soluzioni salvifiche. La sua è un’opera che lascia il pubblico con un interrogativo scomodo: quanto davvero riusciamo ad ascoltare chi amiamo?

Cast
L’aspetto più convincente del film è senza dubbio il cast. Hugh Jackman (Deadpool & Wolverine, The Greatest Showman) offre una delle performance più dolorose della sua carriera. Il suo Peter è un uomo combattuto tra senso di colpa e desiderio di essere un padre migliore, incapace però di affrontare i propri fallimenti. Jackman rende credibile un personaggio che avrebbe potuto facilmente scivolare nella caricatura del padre perfettibile: lo riempie di fragilità, di orgoglio ferito, di disperata vulnerabilità.
Zen McGrath, nel ruolo di Nicholas, è sorprendente. La sua interpretazione evita ogni retorica: il ragazzo appare disorientato, spesso quasi trasparente, e proprio questa qualità fragile rende autentica la sua sofferenza. La depressione non viene rappresentata come un’ombra spettacolare, ma come una presenza quotidiana che il giovane non riesce né a nominare né a scacciare.
Laura Dern (Lonely Planet) è perfetta nel ruolo della madre che si sente impotente, mentre Vanessa Kirby (I Fantastici Quattro: Gli inizi) dona profondità a un personaggio che avrebbe potuto restare marginale: la nuova compagna, costretta a convivere con un dolore familiare che non le appartiene ma la invade.
Infine, Anthony Hopkins (Locked) — in un’apparizione breve ma memorabile — interpreta un padre freddo e implacabile. La sua scena è un colpo secco che aggiunge un livello ulteriore al film: quello della violenza emotiva intergenerazionale, che si trasmette anche quando si vorrebbe impedirlo.

Conclusione
The Son è un film imperfetto e terreno, che a volte eccede nel dramma e a volte rimane prigioniero delle sue origini teatrali. Ma è anche un’opera onesta, che non edulcora la complessità della malattia mentale e non offre vie d’uscita facili. Racconta ciò che accade quando l’amore non basta, quando la volontà non è sufficiente, quando la fragilità di un figlio mette a nudo quella di un intero sistema familiare.
Pur non raggiungendo la forza rivoluzionaria di The Father, rimane un film utile, doloroso e necessario, capace di aprire uno spazio di discussione su un tema troppo spesso trascurato. E grazie alle performance dei suoi interpreti, trova comunque un’eco emotiva profonda, che accompagna lo spettatore ben oltre i titoli di coda.
