Una delle espressioni che più negli ultimi anni hanno investito la sfera cinematografica è quella di “cinema d’autore”. La formula, nata nel secolo precedente per indicare l’opera in cui è fortemente riflessa la personalità del cineasta, è stata a lungo utilizzata in riferimento a personalità registiche e autoriali dirompenti (Chaplin, Kazan, ma anche esponenti del cinema europeo quali Bergman, Rossellini e De Sica, Renoir o Bresson). In tempi recenti ampio è stato l’uso – se non l’abuso – che critica e stampa hanno fatto dell’espressione, tendendo sempre più ad implicare con essa un riferimento a una determinata cifra di scrittura. In questo modo, sottintendendo una preminenza della sceneggiatura, sulla scia delle svolte incarnate dai casi Allen e Scorsese, si è giunti ad etichettare come cinema d’autore quello di registi contemporanei quali Baumbach, Burton o Tarantino.
In questa accezione è andata affievolendosi nella formula “cinema d’autore” la componente visivo-estetica dell’operato. Ad oggi l’espressione investe sempre più la natura sceneggiatoria del lungometraggio o del corpus registico, focalizzandosi sulla qualità e sulle peculiarità della scrittura. In ragione di questo, spesso, una pellicola viene definita à la Coen, quando non à la Lynch o à la Malick. Esiste tuttavia un encomiabile regista-autore contemporaneo a proposito di cui la definizione di cinema d’autore si riversa anche – se non soprattutto – sulla sfera estetica: è il caso incarnato da Wes Anderson. Certamente i lungometraggi del regista presentano una ben definita cifra a livello di scrittura, per ciò che concerne i toni tragicomici venati d’assurdo. Ma ciò che forse più caratterizza le sue opere risiede nella componente visiva e compositiva dell’immagine, dove negli anni il regista ha saputo affermare un distinto uso di elementi quali colore, livello iconico e simmetrie.

Gli esordi di Wes Anderson – Bottle rocket e Rushmore
Lo stile visivo di riferimento per i mondi creati da Wes Anderson è indubbiamente fantasioso, colorato; il barocchismo di facciata è contenuto da proporzioni ferree e da una rigida matematica dell’inquadratura. Per quanto anacronistico possa apparire, tale cifra stilistica nasce e si sviluppa nell’arido scenario texano di Houston, dove il regista nasce e si forma. È proprio negli anni in cui frequenta l’Università del Texas (approfondendo gli studi in filosofia) che procede all’ideazione – e in seguito alla realizzazione – del suo primo cortometraggio, Bottle rocket. Concorre alla creazione del corto, la storia in bianco e nero di un furto sgangherato, il suo compagno di facoltà e successivamente sempiterno collaboratore, Owen Wilson, in qualità di co-sceneggiatore e interprete. Il lavoro (indubbiamente primitivo – in accezione letterale, non peggiorativa – nella totalità del corpus andersoniano ma comunque degno di nota) non manca di attirare l’attenzione dei festival più accreditati, tra cui l’iconico Sundance.
Il lodato cortometraggio affascina il mondo dello spettacolo, tanto che James L. Brooks decide di produrre il lungometraggio ad esso ispirato. Nel 1996 nasce così l’omonimo film Bottle rocket, primo feature film (stavolta a colori) del regista. Paradossalmente, il successo di critica del corto risulta inversamente proporzionale al successo del lungometraggio, che si traduce in un pressoché totale fallimento commerciale. Ciononostante, la pellicola segna comunque una pietra miliare fondamentale – la prima – nella carriera dell’autore. Non meno importante, già in questo film sono proposti alcuni di quelli che diventeranno i leitmotiv del suo cinema. Tali elementi compaiono sia nelle collaborazioni (le interpretazioni degli allora esordienti Luke e Owen Wilson), che negli stilemi di ripresa. A tal proposito, fanno la loro comparsa il ralenti e la ripresa in soggettiva perpendicolare agli oggetti. Non meno importante, si delinea già uno stile di scrittura in bilico tra comico, dramma e assurdo.

Il regista non demorde, e nonostante l’esito non pienamente convincente dell’esordio nel 1998 ci riprova dando alla luce il suo secondogenito, Rushmore. La narrazione segue la prospettiva del protagonista, un peculiare quindicenne creativo ma tormentato da esiti scolastici e rapporti umani. Con questo film si uniscono allo stile andersoniano caratteristiche che il pubblico imparerà a riconoscere anche nelle opere successive. Tra questi, dal punto di vista della scrittura, il ricorso ad un narratore omodiegetico e l’inedita rappresentazione di personaggi che oscillano tra infantilismo ed età adulta. Per quanto riguarda la tecnica, si afferma con forza un’imponente attenzione per la simmetria all’interno della singola inquadratura, che con gli anni diventerà emblematica dell’operato del regista. Non meno importante, il film innesta collaborazioni che segneranno tutta la carriera dell’autore, quelle con due dei suoi attori-feticcio: Jason Schwartzman e Bill Murray. Inoltre, si conferma la collaborazione con Owen Wilson in sede di sceneggiatura.

L’exploit di Wes Anderson: I Tenenbaums
Il riconoscimento ufficiale della maestria andersoniana arriva nel 2001, con l’ormai universalmente noto I Tenenbaums, che segue le vicende di una ricca famiglia problematica quando non disfunzionale. Il regista inizia a farsi riconoscere nei circuiti cinematografici, tanto da riuscire a guadagnarsi una candidatura ai Premi Oscar nella categoria “Miglior sceneggiatura originale”. Sceneggiatura, peraltro, scritta ancora una volta a quattro mani con Owen Wilson. La pellicola, un affresco di esistenze umane complesse e disperatamente solitarie loro malgrado, è emblematico della direzione che sta prendendo la carriera del regista. Con questo film, infatti, si impone la tendenza a portare sullo schermo un cast di natura prettamente corale (Gene Hackman, Anjelica Huston, Owen e Luke Wilson, Ben Stiller, Gwyneth Paltrow, Bill Murray).
I personaggi si fanno sempre più caratteristici, sul filo tra esistenzialismo parigino e eccentricità statunitense. In loro, l’ironia si fa quasi caricatura, malcelando deliberatamente un profondissimo stato di malessere esistenziale. Si tratta di personaggi unici, curiosi, nati da una scrittura marcatamente personale e quindi inimitabile. La regia del film, dal canto suo, conferma gli elementi anticipati nei precedenti lungometraggi (simmetria, costruzione spaziale e prospettica dell’immagine) Altrettanto accade per la palette dei colori, con la fotografia curata, come di consueto nelle opere andersoniane, da Robert Yeoman. Si delinea inoltre in Anderson, con questo film, una spiccata attenzione per l’elemento costituito dalla ricca colonna sonora; attenzione che permarrà nei successivi esperimenti filmici e che, in quest’occasione, trova sfogo in una tracklist di ben ventisei brani accuratamente scelti.

Il consolidamento dello stile: Le avventure acquatiche di Steve Zissou, The Darjeeling Limited, Fantastic Mr. Fox, L’isola dei cani, Moonrise kingdom
Con i suoi lungometraggi successivi, lo stile di Wes Anderson si fa sempre più personale e quindi riconoscibile. È forse questa la fase del suo lavoro in cui si inizia ad utilizzare l’espressione “cinema d’autore” in riferimento alle sue opere, proprio in ragione di questa marcatissima impronta stilistica. Con i film realizzati dai primi anni Duemila in poi, infatti, si affermano gli elementi tecnico-stilistici che avevano contribuito a rendere noto il regista. Dopo il successo del lungometraggio del 2001, l’autore si cimenta in altri due progetti, che concorrono a cementificare la sua visione artistica: Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004) e The Darjeeling Limited (2007).
Entrambi conferiscono coerenza al corpus andersoniano ponendo l’accento sulle sue caratteristiche più riconoscibili. Tornano in questi film infatti elementi quali il cast corale, l’importanza del colore e la scrittura dai toni quasi surreali. Si confermano le collaborazioni con alcuni dei suoi interpreti favoriti (Bill Murray, Owen Wilson, Anjelica Huston, Jason Schwartzman) e si inaugurano quelle con i successivamente onnipresenti Willem Dafoe e Adrien Brody. Permane inoltre l’attenzione tematica per i concetti di alienazione, solitudine e complessità dei rapporti umani e, spesso, familiari. Le inquadrature si fanno sempre più precise, geometriche, strutturate.

Nonostante il consolidamento dello stile, Wes Anderson non si preclude una certa dose di sperimentalismo. Come solo i grandi appassionati della settima arte sono capaci di fare, il regista si concede di giocare con la tecnica, rendendola sempre personale. Non si adagia nascondendosi dietro agli elementi ormai cristallizzati nel suo modo di fare cinema, ma continua ad osare. È così che vengono alla luce, ad esempio, le sue due pellicole d’animazione realizzate con la tecnica dello stop-motion: Fantastic Mr. Fox (2009) e L’isola dei cani (2018). Lo sperimentalismo finisce per tangere anche la fase di scrittura. Così, ad esempio, il regista finisce per invertire in modo inedito e personalissimo i ruoli tra adulti e bambini, come accade nel suo acclamato Moonrise kingdom (2012), dove pure trova conferma la sua identità estetico-stilistica.
Il cinema d’autore: Grand Budapest Hotel e The French Dispatch
Nel 2018, con Grand Budapest Hotel, il mondo assiste alla consacrazione definitiva di Wes Anderson. Il film si conferma personalissimo e il consenso raccolto, tra pubblico e critica, è unanime ed universale. Nonostante l’Academy in precedenza non si sia dimostrata particolarmente calorosa nei confronti del lavoro del regista, la pellicola raccoglie ben otto nomination ai Premi Oscar del 2015 (di cui quattro vittorie, per miglior scenografia, costumi, trucco e colonna sonora). Con la pellicola l’autore pare voler fare il punto della situazione sul proprio stile, effettuare un bilancio del proprio lavoro rilevandone l’impronta marcatamente personale. Il lungometraggio si rivela in questo senso una sorta di manifesto del suo operato, sia dal punto di vista estetico che per quanto riguarda la scrittura e la tecnica.
In occasione del film, il pubblico ritrova elementi che ha ampiamente imparato a riconoscere nelle pellicole andersoniane. La presenza del cast corale si fa iperbolica e strettamente necessaria, e al suo interno fanno il loro ritorno volti ben noti a Wes Anderson (Brody, Dafoe, Norton, Goldblum, Swinton, Schwartzman, Wilson, Murray). La tecnica si rivela particolarmente brillante e, soprattutto, dimostra un’inequivocabile attenzione e uno studio pregresso di singolare spessore. La trama segue un intreccio complesso, che anche in ragione di questa complessità tende a vertere verso i toni dell’assurdo, del surreale (aiutata anche da un impianto di natura tendenzialmente comica). Il registro si adagia nella sottile linea di congiunzione tra il drammatico e il farsesco, sfiorando in alcuni momenti l’ironia e in altri l’intimità. Il film riassume l’idea registica di Anderson declamandola attraverso lo schermo con forza e passione.

E proprio quando sembrava che nessuna pellicola potesse essere più emblematica del suo stile rispetto a Grand Budapest Hotel, giunge The French Dispatch (2021). Il regista pare non accontentarsi – fortunatamente per il suo pubblico – della consacrazione avvenuta con il film precedente, e riversa le proprie idee in un progetto di natura monumentale. Per portarlo a termine secondo le sue consolidate modalità, raccoglie nuovamente i suoi ormai celebri attori-feticcio. Le singolarità della sua tecnica si fanno iperboliche (ma non per questo stucchevoli) e si uniscono ad un’intelligente e sublime sperimentazione. Ad oggi la forza creativa del regista pare instancabile, tanto che sono già molte le voci che circolano a proposito suo prossimo progetto, Asteroid city (2022).
Con il passare degli anni, il regista ha saputo consolidare sullo schermo la propria personalità, costruendo immaginari tipicamente propri e per questo inimitabili. La cura e la dedizione, insite nella sua regia, nella sua sceneggiatura e nella sua fotografia, hanno permesso il sorgere di creazioni uniche. Queste ultime, segnate da una ben distinguibile cifra andersoniana e capaci di deliziare e stupire il pubblico da anni, hanno garantito al suo operato la più che mai giustificata etichetta di “cinema d’autore”.

