mercoledì, 21 Aprile, 2021
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Frankenweenie

Nel 2012 Tim Burton ritorna alle origini. Lo fa sia da un punto di vista tecnico sia sotto l’aspetto meramente storico, dato che Frankenweenie si presenta come remake in stop motion 3D dell’omonimo cortometraggio live action da lui realizzato nel lontano 1984, quando non era ancora il genio visionario che tutti adorano ma un aspirante regista un po’ dark che aveva la grande occasione di lavorare per la Disney. A dire il vero il film (che durava mezz’ora e vedeva la partecipazione d’eccezione di Shelley Duvall nel ruolo della madre del protagonista) non portò all’autore di Burbank altro che guai. Venne infatti licenziato, proprio a causa del suo lavoro, essendo stato accusato di non aver rispettato i canoni della casa di Topolino e di aver sprecato le sue risorse. In più, forse proprio per la stroncatura dell’apparato produttivo, il corto fu recensito malamente e non fece presa sul pubblico, almeno nell’immediato. Dopo il successo di Tim Burton dietro alla macchina da presa di due dei maggiori successi degli anni ’90 (Batman e Edward mani di forbice), infatti, il film del 1984 fu fortemente rivalutato, tanto da essere associato al lancio nei cinema di Nightmare Before Christmas, film prodotto da Burton che condivide con Frankenweenie toni e atmosfere gotiche.

Frankenweenie

La storia si presenta, già dal titolo, come una sorta di rilettura, ironica ma non troppo, del celeberrimo romanzo Frankenstein, scritto da Mary Shelley nel 1817. Il protagonista è Victor Frankenstein, bambino geniale ma poco estroverso, che ha come unici interessi la scienza e il suo amato cagnolino Sparky, un vivacissimo bull-terrier. I genitori vorrebbero che Victor stringesse qualche amicizia e si dedicasse alle classiche attività normalmente svolte dai suoi coetanei, ma tutti i suoi compagni di classe gli appaiono strani e tenebrosi, e Victor sembra andare d’accordo solo con la nipote del vicino (che tra l’altro e il sindaco della cittadina). Tuttavia, Victor prova ad integrarsi entrando a far parte della squadra di baseball dove giocato tutti i suoi coetanei. Fa anche un fuoricampo, ma purtroppo il piccolo Sparky, nell’inseguire la palla, viene accidentalmente investito da un’auto e muore, lasciando Victor nel più totale sconforto. Il giorno dopo, però, durante una lezione di scienze con il professor Rzykruski, unico adulto a credere davvero nelle sue capacità (doppiato in inglese dal grandissimo Martin Landau, attore feticcio di Burton), Victor capisce che, con l’aiuto di un fulmine potrebbe riuscire a dare una seconda vita al suo fedele compagno di giochi. Non solo ci prova, ma addirittura ci riesce, scatenando invidie nei suoi coetanei che provano a fare lo stesso con i loro animali domestici. I risultati saranno raccapriccianti per l’intera comunità.

Frankenweenie

Il risultato finale del nuovo Frankenweenie è sicuramente un prodotto interessante, che sconfina i classici canoni del cinema d’animazione portandoli a una tipicità unica, inscindibile dal proprio autore, esattamente come fece La sposa cadavere nel 2005. Basta anche solo guardare la locandina del film per comprendere che siamo di fronte ad un Tim Burton in stato di grazia. In generale sono proprio le scelte stilistiche adottate dal regista a risultare estremamente convincenti. In primis la scelta del bianco e nero, assolutamente inconsueta per il genere ma al tempo stesso fondamentale per il tono scelto per la pellicola. Guardando Frankenweenie non si può non comprendere il rimando ad una delle stagioni cinematografiche più floride e che più hanno ispirato il regista di Burbank nella sua poetica. Il quartiere dove vive Victor, la stessa scuola che frequenta e tutto ciò con cui ha a che fare, odora chiaramente di anni ’50, quando i ragazzini andavano a vedere i film dell’orrore di serie Z prodotti negli Stati Uniti, ma anche provenienti dal Giappone. Le varie sequenze degli animali resi mostruosi dai fulmini sono limpidissimi omaggi al mondo dei Kaiju e dei mostri sovrannaturali che stravolgono le vite tranquille della provincia americana. Sembra per larghi tratti di guardare The Blob o La cosa da un altro mondo, film in cui si capisce fin dalle prime inquadrature che c’è poco da stare tranquilli.  Non mancano nemmeno alcuni jump scares degni del miglior cinema di paura, con scene costruite appositamente per far sobbalzare lo spettatore che solo un artista come Tim Burton può riuscire ad inserire efficacemente in una pellicola destinata di per sé ad un pubblico in maggioranza di bambini.

Frankenweenie

Per quanto riguarda il rimando di Frankenweenie al suo predecessore live action, esso è più che altro teorico. La storia è infatti resa molto più complessa rispetto al film del 1984, dove in mezz’ora Tim Burton riusciva soltanto a sviluppare con efficacia il rapporto tra umano e cane, senza altri fronzoli rimarchevoli. Nel cartone del 2012, invece, la vicenda di Sparky diventa solo la molla che fa scattare l’agire imprudente dei coetanei di Victor, mettendo in serio pericolo la cittadina.

Semmai le ispirazioni al passato vengono al regista partendo da altri film e altre esperienze artistiche. In primis i tratti del disegno di Burton sono molto simili a quelli del suo lavoro d’animazione precedente. In un certo senso si può dire che il Victor di Frankenweenie non sia altro che la versione bambina del protagonista (anche lui di nome Victor) de La sposa cadavere. Un’altra influenza chiaramente percepibile per quanto riguarda i disegni del film, è sicuramente quella legata al libro Morte malinconica del bambino ostrica e altre storie, scritto e illustrato da Burton nel 1997, dal quale prende persino alcuni personaggi (l’inquietante Stranella nel film non è altri se non l’altrettanto angosciante Bambina che fissava del libro di poesie). Dopodiché anche il cast di doppiatori non è casuale, ma vede impegnati quasi tutti attori che hanno già lavorato più volte e con ottimi risultati con il regista di Burbank. Oltre al già citato Landau, che grazie a Burton vinse l’Oscar al miglior attore non protagonista per Ed Wood, si possono ascoltare le voci di Winona Ryder, Catherine O’Hara e Martin Short, tre volti ricorrenti nella cinematografia di Burton. Non mancano, infine, alcune chicche polemiche nei confronti dell’animazione di oggi, come la geniale lapide nel cimitero per animali con su scritto “Goodbye Kitty” e il disegno stilizzato della famosa gattina giapponese con gli occhi a X.

Frankenweenie

L’impressione guardando Frankenweenie è che Tim Burton dovrebbe ricorrere più spesso al genere animato. Finora infatti, oltre al celeberrimo Nightmare Before Christmas (da lui solo prodotto) e La sposa cadavere e questo film, il regista non ha ricorso ai disegni animati altre volte, pur essendo molti dei suoi film altamente adattabili al genere (Dark Shadows su tutti). Il fatto è che il modo di saper far proprio un genere non familiare apportando all’interno di esso la propria poetica con forza e coerenza, non è un’operazione semplice né da tutti. E Tim Burton, come pochi altri registi consacrati al live action (forse solo gente come Spielberg, Zemeckis e Anderson) ci è sempre riuscito con ottimi risultati. Parlano per lui le due uniche candidature all’Oscar della sua carriera, entrambe per il miglior film d’animazione. Insomma,dovrebbe regalare al pubblico più film di questo tipo. Farebbe bene a tutto il mondo.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Burton ritorna all'animazione omaggiando i kaiju eiga giapponesi e l'horror low budget americano anni '50 (con tanto di un b/n meraviglioso). Film nostalgico tratto dall'omonimo corto live action che il regista realizzò agli inizi della carriera.

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