lunedì, 27 Settembre, 2021

Rifkin’s festival – la recensione dell’ultimo film di Woody Allen

Lo scorso anno il pluripremiato e ampiamente discusso Woody Allen ha fatto dono al pubblico della sua ultima opera: nel 2020 infatti è stato ultimato Rifkin’s festival, presentato al San Sebastián International Film Festival il 18 settembre e proposto agli spettatori statunitensi pochi giorni dopo. In Italia il film è stato distribuito nelle sale a partire da questo maggio, a causa delle restrizioni dovute al contesto pandemico. Da questo mese, tuttavia, la pellicola (92 minuti di durata complessiva) è reperibile sulla piattaforma di streaming Amazon Prime Video.

Rifkin’s festival

La trama di Rifkin’s festival

Dopo un primo tentativo costituito da Vicky Cristina Barcelona, Woody Allen torna in Spagna per il suo quarantottesimo lungometraggio. Il suo protagonista eponimo infatti, il newyorkese Mort Rifkin (Wallace Shawn), è un critico e insegnante di cinema che si reca al San Sebastián International Film Festival con la moglie Sue (Gina Gershon). La donna, press agent, lavora per un affascinante astro nascente della regia, Philippe (Louis Garrel), e la loro relazione professionale li mantiene costantemente a stretto contatto. Come lo stesso Mort non manca di notare, però, il rapporto tra Sue e Philippe tende sempre maggiormente a valicare i confini della natura lavorativa diventando progressivamente più intimo. L’anziano protagonista non sa come contrastare il nuovo avversario in amore, e tra cocktail party e premiazioni dimostra di non apprezzare particolarmente neppure l’idea di cinema di cui si fa portatore Philippe.

Rifkin's festival

Per distrarsi e occupare le proprie giornate, ma anche per placare le ansie dettate da latente ipocondria, Mort si reca dal medico. Solo una volta giunto sul posto, realizza che quello che dal nome aveva presunto essere un dottore, Jo, è in realtà una dottoressa (Elena Anaya). L’uomo viene ammaliato da questa inaspettata figura, aggraziata e estremamente intelligente, e quando lei gli confessa di un suo passato newyorchese la fascinazione si fa definitiva. Jo vive una complessa condizione matrimoniale con il marito, sedicente artista: nonostante la natura aperta del loro rapporto lei non riesce a frequentare altri uomini al di là del coniuge, mentre lui intrattiene relazioni con molteplici altre donne. Mentre Mort vede il proprio matrimonio crollare, dunque, offrirà alla travagliata Jo tranquillità e conforto, nel tentativo di conquistarla.

Rifkin’s festival

Rifkin’s festival è interpretato da attori di alto livello

Come spesso accade per i film di Allen, anche Rifkin’s festival è avvalorato da un cast internazionale e di primissimo piano. L’attore protagonista, Wallace Shawn, è affiancato dalla poliedrica Gina Gershon. A fare da contorno alla coppia, attori provenienti dai set di tutto il mondo: il francese Louis Garrel (L’ufficiale e la spia), gli spagnoli Elena Anaya e Enrique Arce (La casa di carta), ma anche – in una breve apparizione – l’austriaco Cristoph Waltz (Carnage). Non è questa una novità per Allen, forse il meno statunitense tra i registi hollywoodiani, che ama circondarsi di interpreti provenienti da tutto il mondo. Come non è una novità la sua collaborazione con Wallace Shawn, già attore alleniano in Manhattan (1979, suo debutto attoriale), Radio days (1987), Ombre e nebbia (1991) e Melinda e Melinda (2004).

Rifkin’s festival

In Rifkin’s festival, Shawn si fa portavoce del classico protagonista à la Allen, in passato spesso interpretato dallo stesso regista ma ultimamente “prestato” a attori più giovani, come Timothée Chalamet in Un giorno di pioggia a New York, Jesse Eisenberg in Café society ma anche, parzialmente, Owen Wilson in Midnight in Paris. Questi interpreti riprendono, ognuno a modo proprio, lo stereotipo alleniano, protagonista incontrastato, dell’intellettuale newyorchese paranoico, pessimista, a tratti ipocondriaco e innamorato della propria città. Dice Mort Rifkin nel film, a proposito di se stesso, «sono un borghesuccio ebreo del Bronx», e forse mai nessuna frase nel corpus cinematografico del regista aveva inquadrato così bene l’onnipresente e tipico anti-eroe di Allen.

La conferma delle doti autoriali di Woody Allen

Rifkin’s festival stabilisce, ancora una volta, quanto il punto forte dell’arte di Woody Allen sia la scrittura. Ancor più che la regia, le sceneggiature alleniane lasciano il segno nello spettatore, attraverso un’ironia leggera che, metamorfica, si fa con lo scorrere dei minuti critica sottile. Come nella quasi totalità delle precedenti opere del regista, infatti, anche le parole di questo lungometraggio sono permeate di buio pessimismo, pungente ironia e sguardo disilluso. Il set-up, la premessa narrativa non è delle più innovative, specialmente considerando le precedenti opere del regista: una coppia in crisi (topos che accompagna Allen dall’iconico Io e Annie, che lo rese celebre), tra tradimenti e arte, in un contesto intellettuale borghese. In questo caso, il valore aggiunto del film rispetto ai precedenti progetti del regista è dato dall’innestarsi del discorso sul cinema.

Rifkin’s festival

Rifkin’s festival concede ampio spazio alle riflessioni metafilmiche

Ciò che distingue questo da altri prodotti del regista è infatti la sua riflessione critica relativa al mondo del cinema, soprattutto nella sua accezione di industria più che in quella artistica. Allen prende di mira i più svariati meccanismi del mondo filmico, dalla stampa ai casting, dalla critica alla produzione. Non lo fa, beninteso, con toni rancorosi, né tanto meno iracondi, ma con quella leggerezza che gli è propria, che tuttavia sottintende molto più di quanto lasci apparire. Per mezzo di questo lungometraggio, e dunque attraverso il cinema, Allen instaura una riflessione sul cinema stesso, rendendo dunque il prodotto finale di natura marcatamente metafilmica.

Già in altre occasioni, nel corso della propria carriera, il regista si era cimentato in questo tipo di metalinguismo: fra tutti gli esempi, il caso più noto e riuscito è forse costituito da Harry a pezzi (Deconstructing Harry, 1997, anch’esso presente su Amazon Prime Video). A differenza del lungometraggio del ‘97, tuttavia, dove si investigava la crisi autoriale del protagonista, Rifkin’s festival predispone un passaggio ulteriore. Il cinema è infatti l’oggetto della riflessione, ma è anche il mezzo attraverso cui il personaggio principale affronta la propria crisi privata.

Rifkin’s festival

Rifkin’s festival, infatti, è punteggiato da sequenze che vogliono citare grandi classici del cinema d’autore prevalentemente europeo della seconda metà del Novecento, quello che Mort dichiara essere il suo favorito. Sono molteplici i momenti onirici in cui il protagonista proietta se stesso e gli altri personaggi in scene iconiche immediatamente riconoscibili, che hanno fatto la storia del cinema. Da Fellini a Buñuel, passando più volte per Bergman (Il posto delle fragole, Persona, Il settimo sigillo) e la Nouvelle Vague (Fino all’ultimo respiro di Godard ma anche Jules et Jim di Truffaut), arrivando a scomodare persino il genio d’oltreoceano Orson Welles (di cui è ripreso il leggendario Quarto potere).

Allen gioca con le citazioni, inserendo i suoi protagonisti nel grande cinema e riscrivendone i dialoghi, rendendoli irriverenti e aderenti alla propria trama. Con Rifkin’s festival siamo indubbiamente ben lontani dal livello dei lungometraggi che hanno reso celebre il regista durante gli anni Settanta e Ottanta. Ma l’acutezza con cui Woody Allen esamina e scandaglia il mondo del cinema e la sua storia elevano indubbiamente il valore di questo film, ponendolo ad altrettanta distanza da altri esperimenti più fallimentari della sua cinematografia.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

In Rifkin’s festival Woody Allen torna in Spagna per studiare con attenzione il mondo del cinema e i meccanismi che ad esso pertengono, attraverso il suo protagonista, Mort Rifkin, un intellettuale borghese ebreo ansioso e ipocondriaco che perfettamente aderisce al canone dei personaggi del regista. In una trama tipicamente alleniana, quella dettata da una crisi coniugale, il cinema non è solo un mero oggetto di critica e riflessione ma anche un mezzo utile al protagonista per riflettere sulla propria vita privata, attraverso segmenti onirici che citano illustri scene della storia del cinema della seconda metà del Novecento.
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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