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Il ponte delle spie- Dieci anni dopo

Un thriller storico firmato Spielberg che intreccia eroismo, tensione e l’umanità dei protagonisti nella Guerra Fredda.

Dieci anni fa, nel 2015, usciva nei cinema di tutto il mondo Il ponte delle spie, diretto da Steven Spielberg, film che ha ottenuto sei candidature agli oscar e ha regalato a Mark Rylance la statuetta per il miglior attore non protagonista. Oggi Il ponte delle spie mostra le due anime che convivono in Spielberg: quella luminosa, idealista, e quella più ombrosa, riflessiva. Guardando Tom Hanks aggirarsi tra le strade di Berlino Est, riusciamo quasi a sentire il freddo che ci penetra nelle ossa, così come sembra di sentire il sole che ci bacia la fronte mentre Mark Rylance dipinge in riva all’East River. Spielberg con Il ponte delle spie riesce a farci rivivere un’epoca passata, non solo in termini narrativi, ma nell’eleganza di fare cinema.

Il ponte delle spie

Il ponte delle spie – Trama

1957, piena guerra fredda, la spia sovietica Rudol’f Abel’ (Mark Rylance) viene arrestata dalla CIA. L’avvocato James Donovan (Tom Hanks) viene scelto dal governo per dare ad Abel’ una giusta difesa al processo. Nel frattempo, il pilota spia americano, Francis Gary Powers (Austin Stowell), viene catturato dall’Unione Sovietica. I due governi optano per uno scambio: Abel’ per Powers. Per mediare lo scambio verrà scelto proprio James Donovan, che partirà per una missione di spionaggio nel cuore del blocco sovietico.

Il ponte delle spie

Il ponte delle spie – Recensione

Il ponte delle spie è un film formalmente impeccabile. Le interpretazioni di Tom Hanks e di Mark Rylance sono ottime, la ricostruzione storica è minuziosa, la fotografia sottolinea perfettamente lo stato d’animo dei personaggi. È tutto al posto giusto e fatto nel modo giusto, alla maniera dei grandi film di Hollywood. Il tono è quello giusto, la storia è quella giusta e alla regia non poteva che esserci l’uomo giusto: Steven Spielberg. Per il regista di Cincinnati, questo film incarna entrambe le anime che hanno definito la sua carriera: quella luminosa tutta America e grandi ideali e quella più in ombra, spesso obliata.

Il ponte delle spie

L’eroe americano e la prima parte del film

Lineare e solido nella prima parte, Il ponte delle spie si muove come il più classico dei film idealistici di Spielberg. James Donovan è il classico uomo americano tutto d’un pezzo – come lo definisce il personaggio di Mark Rylance. Dedito al suo lavoro, non privo di furbizia, ma soprattutto fedele ai valori che fondano gli Stati Uniti d’America.

Il suo compito è quello di dare una difesa giusta alla spia sovietica e, Donovan, è deciso a farlo con tutte le sue capacità, e non solo come un’azione di facciata, come vorrebbero i suoi superiori e il governo americano. James Donovan è l’uomo che schiera contro il suo paese per preservarlo. Colui che ricorda agli altri che è la Costituzione a renderli americani, quella stessa Costituzione che userà per evitare ad Abel’ la pena di morte. In questo senso Tom Hanks è il corrispettivo di Henry Fonda in La parola ai giurati, o di James Stewart in Anatomia di un omicidio. Così come Steven Spielberg può essere associato a Sidney Lumet e a Otto Preminger.

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Spielberg tra eroismo e valori

Spielberg usa tutti gli strumenti che aveva già utilizzato in precedenza; sfrutta appieno tutta la sua capacità di mettere in scena l’eroismo, i valori e la caparbietà di un classico eroe americano. È lo stesso Spielberg che ha scolpito l’eroismo in forme diverse: la moralità incrollabile di Schindler’s List, il sacrificio di Salvate il soldato Ryan, l’idealismo politico di Lincoln. Donovan si inserisce perfettamente in quella linea di figure rette, uomini che tengono in piedi un intero sistema semplicemente facendo la cosa giusta. Un uomo giusto contro un Paese cieco, ma in buona fede; un padre di famiglia che lotta per i diritti di ogni uomo; un avvocato capace di mettersi nei panni del suo nemico. Tutto porta verso una bandiera a stelle e strisce sventolata nella calda luce del tramonto.

Berlino: la Guerra Fredda prende il sopravvento

Ma poi la vicenda si sposta a Berlino, simbolo di quella guerra fredda che ha definito la seconda metà del secolo breve. Il calore del sole scompare, si fa tutto più grigio e freddo, e in un attimo siamo catapultati in un film di spionaggio. Il nostro eroe deve passare da una parte all’altra del muro che divide Berlino in est e ovest; deve mediare tra le forze in gioco, e ottenere ciò che è giusto per tutti quanti. Donovan improvvisamente non è più solo pedina in un gioco di potere politico; è parte attiva. Tom Hanks a questo punto è chiamato a ricoprire un ruolo simile a quello di Robert Redford in I tre giorni del condor.

Spielberg passa quindi da una regia da produzione di Hollywood classica a quella da thriller teso anni ’70. L’atmosfera è tesa, ogni passo misurato, ogni parola conta. Sembra di essere piombati in Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula o in La conversazione di Francis Ford Coppola. A questo punto Spielberg tira fuori il suo arsenale nascosto: la tensione di Lo squalo, le indagini del dimenticato Munich e persino una corsa in auto degna di Minority Report. Ritorna a fare quel tipo di cinema che ha conosciuto negli anni settanta, e che gli ha dato battesimo all’inizio della sua carriera con Duel e Sugarland Express.

Il ponte delle spie – Il ritorno a casa e la chiusura emotiva

Il film si chiude con il ritorno a casa del nostro avvocato. Dopo la neve e la durezza di Berlino, quel tepore familiare ha il sapore del sollievo, forse persino troppo. È il classico finale da grande film di Spielberg: didascalico, retorico, con i bambini che saltano un muretto in un evidente rimando a chi, dall’altra parte del mondo, tenta invano di scavalcare il muro vero e muore. È un’immagine forte, ma così programmatica da sembrare quasi un punto esclamativo aggiunto all’ultimo momento.

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Eppure, mentre scorrono queste note di speranza, negli occhi rimane impressa un’altra immagine: Tom Hanks da solo, ripreso di spalle su quel ponte, con la grana della pellicola che vibra come un ricordo lontano. Quell’inquadratura sarebbe bastata da sola a chiudere il film. Era lì che il cinema di Spielberg mostrava la sua vera potenza. Un uomo qualunque che attraversa un confine invisibile, e in quell’istante ci ricorda cosa può essere Hollywood quando smette di spiegare e inizia semplicemente a mostrare.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Il ponte delle spie rappresenta una delle opere più equilibrate di Steven Spielberg, capace di fondere idealismo americano e cupezza da thriller della Guerra Fredda. È un’opera che oscilla tra classicismo hollywoodiano e tensione anni ’70, ricordando tutta la potenza del cinema.
Simone Cigna
Simone Cigna
Sono cresciuto tra la Terra di Mezzo, i viaggi nel tempo di Hill Valley e i pugni di Rocky sul ring. Il cinema per me è tutto questo: avventura, emozione e memoria. Se qualcuno lo ha girato, io lo voglio vedere perché ogni film, anche il più piccolo, nasconde un mondo da scoprire. Amo Scorsese e Kubrick, ma anche la poesia malinconica di Wong Kar-wai: il bello del cinema è che non smette mai di sorprendermi.

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