Stanley Kubrick, 23 anni senza il Maestro

Forse il più grande cineasta del 21° secolo, certo uno dei più affascinanti e sorprendenti. Un artista che ha reinventato i generi, rivoluzionato le tecnologie e girato quasi esclusivamente capolavori

Sono passati 23 anni dalla scomparsa di Stanley Kubrick, il titano che sembrava sorreggere da solo la volta dell’arte chiave del secolo passato, l’unico ad aver saputo individuare l’esatto peso specifico del nulla in movimento, trasformandolo in cinema.
Circa due anni fa, ogni media ha celebrato a modo suo la ricorrenza del ventennale dalla sua morte, datata 7 Marzo 1999, omaggiando il Maestro americano con articoli, servizi tv, rassegne dei suoi film trasmesse in tarda serata. Ben venga tutto questo, al netto dei luoghi comuni come “Kubrick come paradigma del cinema perfetto”, che Stanley ci si sarebbe fatto una sonora risata su.

Kubrick era infatti consapevole della totalità dell’oggetto cinema, compresa la sua caducità, fallibilità e falsità. Alla domanda di un attore “Non sarebbe più realistico se interpretassi la battuta in quest’altro modo?” rispondeva pragmatico “certo, sarebbe più realistico. Ma non sarebbe interessante”. 

Il cinema è un falso d’autore, una bugia che promette movimento con 24 fotografie scattate in un secondo, che illude con la profondità di campo presentata su un’immagine bidimensionale, persino spacciando per Real3D la tridimensionalità ottenuta ingannando l’occhio con l’ennesimo trucco da prestigiatore. Ed è bugia delle emozioni, generate con una colonna sonora che nella vita è inesistente, con dialoghi meravigliosi che non hanno riscontro nella vita reale, e dove il punto di vista non è mai di chi vive la vita, ma sempre e solo del regista.

Stanley Kubrick

Paradossalmente, la più comune svista nei lavori di Kubrick consiste nel parlare di realismo, concetto che al regista newyorkese stava assolutamente stretto. Da immenso autore qual’era, però, si sentiva libero di giocare, di sperimentare, arrivando al rigore formale di 2001:Odissea nello spazio, dove ogni dettaglio è scientificamente corretto (salvo poi smontare tutto con i Monoliti e il Viaggio Oltre le Stelle), e agli incredibili eccessi di Barry Lyndon. In quest’ultimo, Kubrick va oltre la famosa tecnica di illuminazione con luci strettamente naturali e le avveniristiche lenti Zeiss fornite dalla Nasa, ma fa produrre dai costumisti persino le sottovesti degli attori, invisibili allo spettatore, ma che devono comunque indossare.

Un uomo ossessionato dalla sua idea di Cinema? Forse. Ossessionato dal controllo? Sicuramente, ma anche uno sperimentatore, un pioniere, sempre pronto a confrontarsi con sé stesso e il suo lavoro. Conscio dei suoi limiti, e attento al pubblico, tanto da rimaneggiare spesso il montaggio di un film dopo aver saggiato nelle proiezioni di prova le reazioni degli spettatori (come per Shining). Sembrerebbe un atteggiamento da autore commerciale, desideroso di successo. Nel suo caso, è palese la ricerca del controllo su tutto l’aspetto pre/post produttivo, compreso l’effetto delle immagini sugli spettatori. Pronto a mettersi in discussione, quindi. E rispettoso del suo lavoro, conscio come detto della caducità dell’oggetto filmico, e dell’importanza di salvarlo per le future generazioni. 

Si occupava in prima persona della conservazione delle sue opere, se non lo avesse fatto, oggi probabilmente non avremmo più accesso a quella meraviglia del Dr. Strangelove, uno dei lavori che rischiò maggiormente la scomparsa. Di questo possiamo anche dubitare, però, dopo aver assistito all’incredibile riesumazione di Fear and Desire in una copia digitale praticamente perfetta, dal punto di vista qualitativo, se non di quello cinematografico.

Stanley Kubrick

No, Kubrick non era il “regista perfetto”, anche se meritava sicuramente l’appellativo di “regista che piace ai registi”, affascinati non dalla perfezione delle opere del regista, ma dalla ricerca della stessa.

Da grande uomo di cinema qual’era, Kubrick sapeva anche contraddirsi, rinunciando al controllo totale quando poteva ottenere un risultato migliore affidandosi all’estro di un attore. Sul set di capolavori come Lolita e Dr. Strangelove lasciava sfogare Peter Sellers, filmando tutto ciò che il geniale attore improvvisava sul momento. E, girando Full Metal Jacket, quando comprese l’immensa energia che Lee Ermey (che interpreta il sergente Hartman) portava con sé, lo promosse da consulente degli attori a protagonista del segmento, lasciandogli la libertà di comporre gran parte dei suoi incredibili dialoghi.  

Certo, il controllo nominato in ogni trattato dedicato al cineasta americano si palesava non tanto nelle riprese, o nella stesura di sceneggiatura e dialoghi, quanto in sala di montaggio, dove il film diventava finalmente la sua creatura, dove non doveva dipendere da attori, meteo o illuminazioni per creare arte (“un set cinematografico è il posto peggiore a cui posso pensare dove poter realizzare un film”), e dove poteva davvero creare qualcosa di nuovo, di interessante  e mai visto prima.

Reinventando a suo modo i generi cinematografici, ha chiuso il discorso su ognuno di questi, dal genere bellico al dramma passionale, dal fantascientifico al kolossal in costume, probabilmente per mettere anche il punto sui significati generali della vita. Dalla geometria nichilista di Rapina a mano armata alla parabola libertaria di Spartacus, dall’apologia dell’amore più estremo e antisociale di Lolita, allo smaccheramento di una società feroce e classista in Barry Lyndon, dal furibondo crollo psichico di Shining al cupo pamphlet anti-bellico di Full Metal Jacket, dall’ultraviolenza etica di Arancia meccanica alle ossessioni sessuali e mentali di Eyes Wide Shut, si è limitato ad andare al cuore del mito, facendone emergere gli assoluti e perciò la modernità.

Il suo tema portante è quello dell’ossessione. Di forza e debolezza, di autorità e assoggettamento, della potenza sessuale e dell’impotenza, della follia atomica e del militarismo, del rapporto tra la visione e la scrittura, tra lo spazio e il tempo, ben simboleggiato dal monolito nero di 2001: Odissea nello spazio.

Kubrick ci lascia un numero di film che può sembrare esiguo, ne avremmo voluti molti di più, ma non sarebbe mai successo. Il suo metodo non contemplava la produzione seriale, non avrebbe mai avuto un crepuscolo alla Woody Allen o alla Clint Eastwood, che in vecchiaia sono diventati più prolifici che nell’età più forte e matura, forse per paura di non avere il tempo di filmare tutto ciò che hanno ancora da mostrare.

Il rigore morale di Stanley Kubrick non lo avrebbe mai permesso, non avrebbe ceduto ad alcun compromesso, quel rigore che gli portava via tempo ed energie, che lo spingeva a girare magari sessanta volte la stessa scena, magari banale come quella di un’attrice che apre una porta, cosa che può sembrarci folle dall’esterno(che cosa cerca? Cui prodest?)  ma che assume un senso nel personalissimo metodo creativo di Kubrick.

Per capire bene l’enorme importanza semantica, nonchè l’assolutà refenzialità nel linguaggio, che Kubrick ha avuto su un’intera generazione di registi, possiamo citare una barzelletta che per anni venne raccontata a Hollywood: “Steven Spielberg muore e va in paradiso, si guarda intorno e vede un tizio in bicicletta. Intanto gli si avvicina San Pietro e lo saluta. Spielberg lo guarda e fa: “Oh, ma quel tizio in bicicletta non è Stanley Kubrick?” E San Pietro: “No, è Dio, ma pensa di essere Stanley Kubrick!”

Stanley Kubrick

Il lascito di Stanley Kubrick è comunque poderoso: tredici film (di cui uno disconosciuto, quel Fear and Desire derubricato dall’autore come “un tentativo goffo fatto in modo serio”, che peraltro ebbe ottime recensioni, in quanto già mostrava in nuce le qualità del Maestro), quasi tutti parte integrante della Storia del Cinema, ed è molto di più di quanto si possa dire della maggior parte dei grandi autori . Sono film da studiare, da apprezzare, da vedere con la massima qualità possibile, per apprezzarne la fotografia meravigliosa, il fascino dei personaggi, la circolarità delle storie, e l’incredibile cura di tutti i dettagli, dalla perfezione del montaggio a quella del sonoro, il tutto per coinvolgere occhi e cuore dello spettatore in modo totalizzante.

Un cinema fatto per il luogo cinema, in alcuni casi (2001: Odissea nello spazio) davvero apprezzabile unicamente in una sala IMAX, perché i film di Stanley Kubrick meritano un’immersione totale, che sia un viaggio oltre l’infinito, un Doppio Sogno o un incubo a occhi aperti nei corridoi di un Hotel. A distanza di ventitre anni dalla sua scomparsa, rivedere le sue opere con rispetto è il miglior tributo che possiamo offrire al Maestro.

Alessandro Marangio
Alessandro Marangio
Autore e narratore, cresciuto tra gli abbracci di un Leone nei pressi dell'Overlook Hotel, gestito da Don Vito Corleone, con cui si divertiva a giocare ad 8 1/2. Negli anni '90 viene arrestato, nei pressi di Casablanca, dal tenente Ripley, per aver sparato 400 colpi con una 44 Magnum, e portato davanti al colonnello Kurtz, che lo manda alla Tyrell Corporation per essere terminato(r). Salvato dal soldato Ryan, riprende la strada di Casa dove incontra ladri di biciclette, sette samurai e iene che fanno la dolce vita. Finalmente, sul viale del tramonto, dopo i soliti sospetti degli spietati drughi, corre fino all'ultimo respiro, per indossare le sue adorate scarpette rosse. Scrive da sempre nel suo studio, nei pressi di Cinecittà, mentre beve white russian, mangia filo spinato e piscia Napalm.

ARTICOLI RELATIVI

ULTIMI ARTICOLI