5 giorni fuori

Il cinema, talvolta, può divenire l’arma perfetta per sensibilizzare il pubblico su tematiche delicate, come i disturbi mentali: questo è proprio il caso di 5 giorni fuori ( It’s kind of a funny story). Il film, uscito nelle sale nel 2010 e diretto da Ryan Fleck e Anna Boden, è un adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Ned Vizzini. Nel cast ritroviamo molti attori affermati come Zach Galifianakis (noto per il ruolo di Alan Garner in una notte da leoni) nei panni di Bobby, Viola Davis (Barriere, The help, le regole del delitto perfetto) che interpreta la dottoressa Minerva, ed Emma Roberts nel ruolo di Noelle.

5 giorni fuori

5 giorni fuori: trama

Craig è un adolescente di 16 anni; frequenta la scuola più prestigiosa di New York, riservata ai giovani più talentuosi. Tra la pressione delle aspettative del padre, e dell’ansia per il suo futuro, Craig si sente schiacciato e pensa al suicidio; spaventato, a questo punto si reca in ospedale dove viene ricoverato nel reparto psichiatrico, e qui rimarrà per 5 giorni. In questi 5 giorni Craig avrà la possibilità di riflettere veramente sulla sua vita e sul suo futuro, riuscendo a gestire le sue ansie e paure; qui, inoltre conoscerà Bobby e Noelle, i quali gli saranno di grande supporto e conforto.

5 giorni fuori

5 giorni fuori: recensione

“A volte vorrei avere una risposta facile per la mia depressione: che mio padre mi picchia o che qualcuno abusa di me. Ma i miei problemi sono meno drammatici di questi: tipo mio padre fa sempre domande sbagliate, e i miei amici a volte mi guardano come se venissi da un altro pianeta, e sono ossessionato da una ragazza, che esce col mio migliore amico. Quindi c’è stata una cosa che mi ha fatto venir voglia di saltar giù da un ponte? Ehm no, niente di insolito.”

Questa semplice citazione, tratta da una delle scene iniziali del film, ci fa comprendere a pieno la situazione di Craig: una vita apparentemente perfetta. Una famiglia amorevole, un gruppo di amici, un futuro brillante davanti. Apparentemente non sembra esserci motivo per cui avere un crollo emotivo e psicologico tale da voler tentare il suicidio; eppure, è così, non sempre ciò che sembra è ciò che è. Anzi, in questo caso è proprio l’ansia di dover avere quella vita perfetta ad opprimere Craig fino a questo punto.

La personificazione di tutte le preoccupazioni di Craig è il padre: prevalentemente assente per il lavoro, cerca di spronare il figlio ad ottenere sempre risultati migliori, anche mentre lui è ricoverato nel reparto psichiatrico, non rendendosi conto, del danno che gli provoca. Oltre tutto, forza Craig ad essere qualcosa che non vuole: gli fa credere praticamente di volere uno specifico posto di prestigio, lavorando “ai piani alti”, mentre proprio qui, nell’ospedale, lui scoprirà un suo talento, il disegno, un qualcosa che porta via tutte le sue paure e che lo rende felice.

Il vero problema, al giorno d’oggi, è che in molti rivedranno le proprie vicende personali in quello che vive il protagonista: senza necessariamente arrivare ad un vero e proprio crollo psicologico, tutte le nuove generazioni vivono con dei pesi e delle ansie che agli occhi degli altri, degli adulti sembrano invisibili, o semplicemente irrilevanti. La continua competizione, come se la vita fosse una corsa, provoca delle ansie e delle paure che pesano sulle spalle dei giovani, in alcuni casi portano a risultati ed effetti così estremi.

In situazioni di tale sconforto però acquistano anche maggiore importanza gli affetti più cari; lo notiamo nel rapporto che Craig ha con il suo migliore amico Aaron, con cui inizialmente sembra essere quasi in competizione. Aaron è più intelligente, è più intraprendente e riesce anche a conquistare Nia, interpretata da Zoe Kravitz (The Batman, the Divergent Series), la ragazza per cui Craig ha una cotta. Per via di questa relazione un po’ di contrasto ed incomprensione, il protagonista è portato a chiudersi in sé stesso ed a non confidarsi con i propri amici. Alla fine, però si vedrà come anche Aaron si presenterà a Craig come un appoggio emotivo valido, e sicuramente un bravo amico.

5 giorni  fuori

Le malattie mentali nei film

Una particolarità di 5 giorni fuori è proprio il modo in cui viene rappresentato il reparto di psichiatria: quello che in molti film viene presentato come un luogo sinistro, quasi spettrale, qui diventa un luogo normale, simile a molti altri settori di un ospedale, in cui tutti vengono accettati e supportati. Questo incentiva sicuramente molto la sensibilizzazione riguardo le malattie mentali e l’importanza di un supporto psicologico. A questo proposito, già ponendo un confronto tra questa pellicola e altri film sulla stessa tematica, si nota un approccio totalmente differente; ad esempio, nel caso di ragazze interrotte l’ospedale inizialmente è visto solo come un luogo ostile per la protagonista Susanna (Winona Ryder), un luogo dove si sente trattenuta contro la propria volontà, senza motivo.  Ancora più inquietante è indubbiamente il manicomio criminale situato su un’isola di Shutter Island. Qui invece in 5 giorni fuori si normalizza il tutto, pur naturalmente mantenendo le figure di persone affette da patologie psichiche più gravi, come gli schizofrenici; che si tratti di vicende prettamente adolescenziali, inoltre, alleggerisce indubbiamente la pellicola nel suo totale.

Film come 5 giorni fuori ci permettono di provare empatia verso coloro che soffrono di una qualche forma di disturbo o fragilità psicologica o emotiva, e magari anche di riflettere un po’ su come le nostre parole ed azioni possono influenzare l’altro.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Il film affronta la tematica dei disturbi mentali in maniera leggera, puntando a sensibilizzare sulle preoccupazioni a cui sono esposti i giovani e sull'importanza di avere il giusto supporto psicologico.

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