New England 1954. L’agente federale Edward Daniels (Leonardo Di Caprio) e il suo collega Chuck (Mark Ruffalo) si recano all’Ashecliffe Hospital, un manicomio criminale situato sulla solitaria e tenebrosa Shutter Island, al largo del Massachusetts. I due hanno l’arduo compito di indagare sulla scomparsa di Rachel Solando, una paziente rinchiusa nella struttura per aver ucciso i suoi tre figli. Dopo aver lasciato un incomprensibile biglietto, la donna è misteriosamente svanita all’interno della sua camera blindata. Durante le indagini, nel detective Daniels nasce il sospetto che sull’isola i medici facciano agghiaccianti esperimenti con le menti dei pazienti. Scoprirà via via segreti sempre più inquietanti  e si troverà a fare i conti con gli eventi traumatici del suo passato.

Shutter Island

Shutter Island è un film tratto dal romanzo omonimo di Dennis Lehan e girato da Martin Scorsese dieci anni fa. Il regista italo americano appartiene a quella ristretta schiera di autori considerati quasi “intoccabili” per via di una carriera costellata da capolavori. Eppure alcuni film di Scorsese (pochi per la verità) hanno talvolta sconcertato, destabilizzato sia il pubblico che la critica. L’ultima tentazione di Cristo (1988) ad esempio sollevò enormi polemiche e ad oggi è considerato un film-scandalo. Kundun (1997) e Al di là della vita (1999) furono invece dei veri e propri flop, ignorati  dal pubblico e accolti con freddezza da una parte della critica che, alla fine degli anni Novanta, scorgeva nel regista una certa stanchezza. Evidentemente si voleva che Scorsese continuasse a portare sullo schermo i suoi celebri drammi metropolitani, crudeli e spietati, ambientati nell’amata New York.  Scorsese ce l’aveva mostrata come nessun altro aveva mai fatto. New York ci era apparsa alienata in Taxi Driver (1976), surreale in Fuori Orario (1985), corrotta in Quei bravi ragazzi (1990). Con L’età dell’innocenza (1993) il regista ci aveva narrato gli amori proibiti e le ipocrisie dei quartieri alti durante l’epoca vittoriana, con Gangs of New York (2002) avevamo assistito alla violenza e all’odio razziale nei bassifondi newyorkesi del primo Ottocento.

Shutter Island

Con il secolo nuovo qualcosa in Scorsese sembra cambiare.  A guardare la sua filmografia degli ultimi vent’anni pare che s’imbatta in una nuova avventura, quella di cimentarsi col cinema di genere che tanto aveva avuto successo nel periodo d’oro di Hollywood.  Nel 2004 porta sullo schermo la vita del produttore Howard Hughes con il biopic The Aviator. Due anni dopo gira il thriller poliziesco The Departed – Il bene e il male e nel 2010 con Shutter Island  si cimenta con  il noir.

Shutter Island

 Il film rievoca perfettamente le atmosfere tipiche del genere soprattutto per la cupezza del contenuto e per alcuni elementi puramente formali. I contrasti intensi, duri di luce e ombra soprattutto negli interni (siamo in un ospedale psichiatrico) suggeriscono un costante senso di alienazione e sgomento. C’è  una minaccia che incombe nell’Ashecliff Hospital, c’è un segreto oscuro, inafferrabile che l’agente Daniels non riesce a comprendere. Per buona parte del film noi spettatori abbiamo la stessa conoscenza dei fatti del detective. Pensiamo che prima o poi la sua indagine porti veramente alla scoperta di sinistri esperimenti sui pazienti. Poi, comprendiamo che c’è qualcosa in lui che ci era sfuggito.  Una serie di indizi e piccoli eventi sono là a ricordarcelo: le forti emicranie, gli strani flashback sul suo passato. Se nei noir i flashback aiutavano a ricomporre il puzzle in Shutter Island confondono, destabilizzano perché appaiono artefatti, manipolati.  Gli orrori dei lager tornano a perseguitare la sua mente  e l’adorata consorte, deceduta anni prima, comincia ad apparirgli in quelli che non sembrano più ricordi ma vere e proprie allucinazioni. 

Shutter Island a un certo punto abbandona la via del noir e si dirige verso quella del thriller psicologico sempre più contorto. Per via della trama piuttosto intricata il film ha subito critiche negative. Probabilmente non si è tenuto conto che questa complessità, questa “moltiplicazione di tracce” intende volutamente destabilizzare noi spettatori per farci meglio comprendere il caos mentale dell’agente Daniels. In realtà il viaggio che noi affrontiamo è quello all’interno di una mente umana devastata dalla schizofrenia. Con Shutter Island Scorsese sceglie di affrontare il tema del disagio mentale nell’America degli anni Cinquanta, quando i traumi della seconda guerra mondiale non erano stati ancora elaborati e quando la malattia psichica era un tabù che veniva curata con metodi invasivi come la lobotomia e l’elettroshock.

Per questo il film è stato, con un po’ di leggerezza, paragonato a Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) il capolavoro di Milos Forman che denunciava, attraverso il volto beffardo di Jack Nicholson, le pratiche poco ortodosse usate negli ospedali psichiatrici. Le intenzioni di Scorsese in realtà sono diverse. Con Shutter Island il regista intende portare avanti una riflessione amara e dolente sull’inaccettabilità del dolore, sulla negazione della sofferenza. I sensi di colpa talvolta sono così insostenibili da dover essere necessariamente rimossi. E l’unico modo per sopravvivere a un presente insopportabile è quello di abbandonarsi al proprio passato.

Voto Autore: 4 out of 5 stars

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