Uno dei prodotti più taciti – e in conseguenza fra quelli passati più in sordina – di questo anno cinematografico 2024 che volge al termine è sicuramente Piccole cose come queste, arrivato nelle nostre sale alla fine di novembre. Il film, diretto da Tim Mielants, adatta per lo schermo il romanzo omonimo dell’autrice irlandese Claire Keegan edito solo tre anni fa, nel 2021. La pellicola, minimale per andamento e tono, ha aperto l’annuale edizione del Festival di Berlino – dove col passare dei giorni hanno visto la loro anteprima sullo schermo anche contenuti nostrani come le miniserie Doestoevskij e Supersex. Proprio in occasione del Festival tedesco, per la sua performance nel film in questione l’attrice Emily Watson ha vinto l’Orso d’Oro alla miglior interpretazione non protagonista. Volto principale del lungometraggio (della durata di 98’) è però Cillian Murphy, che pur condividendo lo schermo con lei si fa totalizzante rispetto al testo filmico.

Piccole cose come queste: la trama
È la meta degli anni Ottanta in un paesino irlandese che sembra però immerso in un passato ben più remoto. In una comunità dove si vive con poco, di lavori umili e pub sgangherati, si guarda al convento di zona come alla realtà più autoritaria e rispettabile. Le suore si prendono cura di ragazze incinte e bambini rimasti inesorabilmente soli. In parallelo a loro, la popolazione si accontenta di un andamento quotidiano e mite, fatto di routine e rapporti umani cauti ma amichevoli. Abita questa cornice Bill Furlong (Cillian Murphy), un modesto ma abile venditore di carbone. L’uomo, padre di una famiglia tutta al femminile, torna a sera a casa pulendosi religiosamente le mani dalle fatiche del giorno per poi dedicarsi ai ritmi e al calore domestico, incoraggiando anche le cinque figlie e la moglie nelle loro attività.
Le giornate lavorative di Bill invece, decisamente meno ammantate di tepore, ruotano in toto attorno al carbone. L’uomo lo tocca, lo vende, lo trasporta, lo cataloga. Per i compaesani, non c’è nessuno che in materia sia più un’istituzione di lui. Trattandosi di una realtà limitata in termini spaziali, tutte le attività che coinvolgono il carbone passano inevitabilmente da Bill. Così, finisce per occuparsi anche del rifornimento periodico al convento, presieduto da una caritatevole Suor Mary (Emily Watson). Il quotidiano della donna sembra svolgersi in funzione del fornire un futuro roseo e possibilità alle giovani vite che ospita nel luogo sacro. Ma, diminuendo la distanza fra sé e il convento per obblighi lavorativi, Bill non tarderà a comprendere che qualcosa nel metodo di Mary e delle sue sottoposte sembra torbido, e si vedrà costretto a rivalutare l’immagine che ha sempre avuto delle benevole suore del paese.

Piccole cose come queste: la recensione
Operazione in precedenza effettuata da Philomena (Frears, 2013) e Magdalene (Mullan, 2002), il film di Tim Mielants fa riferimento allo scandalo clericale che ha segnato l’Irlanda dalla fine del secolo scorso. Obiettivo di Piccole cose come queste è infatti quello di riportare sullo schermo il fenomeno relativo alle istituzioni religiose nazionali, anticamere di abusi ai danni di centinaia di giovani donne che in esse cercavano rifugio trovando invece un incubo senza fine. Per portarla sullo schermo però, si effettua con questo film la scelta curiosa (e coraggiosa, in quanto atipica) di affidarsi ad un punto di vista esterno. Per raccontare le disgrazie delle ragazze madri, costrette a tormenti e torture, non si opta infatti per una narratrice interna alle atrocità. Si privilegia invece lo sguardo esterno di un uomo adulto, che in chiave assolutamente personale intreccia comunque, nel passato e nel presente, il suo percorso a quel fenomeno.
La prospettiva narrante è infatti quella del protagonista Bill Furlong, col volto di Cillian Murphy. Reduce da un annunciata vittoria agli scorsi Oscar per Oppenheimer, culmine di una stagione cinematografica di premi, l’attore sembra ben lontano dal farsi rapire dal glamour hollywoodiano. Con Piccole cose come queste torna allora al timbro che gli è proprio, quello di una dimensione silente, che questo film incornicia perfettamente. Ci giunge ritagliando per se stesso non solo il ruolo di produttore – al fianco di colleghi non da meno, quali Matt Damon e Ben Affleck – ma anche quello di interprete protagonista. Il suo personaggio è attento, puro, misurato ma sorprendentemente sfaccettato; dedito ad assicurarsi che il nero insito nella sua professione non macchi mai la sua persona, né in senso letterale né ad un livello di lettura metaforico.

Piccole cose come questa: un dramma silente
La backstory del personaggio protagonista viene costruita sapientemente, ed emerge in modo deliberatamente graduale, rintracciando anche nel suo passato un intersecarsi con il filone religioso. Essa permette di motivare nel presente le sue scelte e i suoi dilemmi, rendendolo un personaggio maschile atipicamente riflessivo rispetto alla realtà spazio-temporale che abita. Una realtà circostante, quest’ultima, perfettamente resa in termini tonali dalla fotografia di Frank van den Eeden. Una cornice ripetitiva, sia in termini spaziali che rituali. Una cella ampia quanto un paese, che non concede scampo al suo protagonista ma anzi stringe le sue riflessioni in una rete oppressiva senza mai lasciargli i margini per una tanto agognata distrazione.
Il protagonista si ritrova dunque incapace di volgere il suo sguardo altrove. Messo alle strette, deve decidere da che parte schierarsi: seguirà la tendenza della comunità, che non osa fronteggiare le alte istituzioni, o si rifiuterà di ignorarne gli orrori? Nasce così un dramma da camera, certo non trascinante nei tempi che si prende né abbagliante nei silenzi che sceglie di mettere in campo. Ma, ciononostante, Piccole cose come queste riesce comunque a contenere perfettamente al suo interno (senza sfociare in tempi testuali troppo dilatati) la mole di un dramma situazionale, e quella ancor più importante di un dilemma morale profondo.


