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The Diplomat, la recensione

Una nuova serie su cui Netflix ha voluto mettere la firma. E la conferma di una seconda stagione. Ecco i motivi per andarla a recuperare.

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The Diplomat ovvero la politica, quella internazionale, vista attraverso una lente originale, quasi irriverente, e che riesce a spiazzare anche lo spettatore più navigato. Sullo sfondo il meccanismo così politically correct che sta andando per la maggiore. Scegliere una donna in un ruolo di solito maschile per superare una crisi capace di deflagrare in imbarazzi e contrasti istituzionali.

In primo piano il nuovo scenario mondiale, almeno quello scelto per questo non convenzionale storytelling, in cui gli Stati Uniti si ripropongono come centrali. Ma non più a guidare guerre o a esportare democrazie. A veleggiare in acque burrascose e sempre più complesse. Con una presa di coscienza, che riesce in alcuni momenti a diventare denuncia quasi espressa, degli errori del passato.

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L’ambasciatrice Wyler: da Cenerentola in carrozza e abito firmato a sofisticata eroina moderna

The Diplomat, una storia che si sintonizza sui fatti attuali

Un presidente USA anziano con alle prese una vice in procinto di dimettersi a causa di uno scandalo. Una guerra in corso nella vecchia Europa di cui si accenna, senza scendere troppo in nomi, fazioni e particolari strategici, economici o raccapriccianti. Gli Americani sono i buoni? Forse sì, ma nella nuova veste in cui i cattivi non sono i “soliti sospetti”: i sovietici prima, i terroristi poi.

Al centro di questo nuovo scacchiere politico-diplomatico non poteva non emergere la figura del Regno Unito. E la problematica della Brexit che l’ha catapultata fuori dallo scenario made in Unione Europea. È forse uno dei primi “sassolini nelle scarpe” lanciati sul piatto dagli sceneggiatori. Perché l’altro resta quello relativo alla ritirata da Kabul compiuta dagli Americani ad Agosto del 2021.

The Diplomat, una trama di nuovi eroi e tinte rosa shocking

Date le premesse, e il momento storico attuale, caratterizzato dal post-pandemia, una guerra vera in corso e le ripercussioni economiche di entrambe quelle vicende avvertite da tutti, ecco il colpo di scena iniziale. Più che un cliffanger, piazzato per sbaglio all’inizio, un espediente necessario e prezioso: una portaerei britannica attaccata, 41 morti. E la ricerca di un colpevole: Iran principale sospettato.

Le eventuali conseguenze militari preoccupano il presidente americano, già alle prese con questioni politiche interne e spinose: rimpiazzare la sua vice. Ed ecco che prende il centro della storia una sorta di tirocinio sui generis, una messa alla prova azzardata e cinica. Come solo la politica dei consensi e delle campagne elettorali a suon di sostenitori danarosi e lobbisti avidi può essere. E alla prova viene messa un’esperta funzionaria del Dipartimento di Stato americano.

Kate Wyler

Tutto quello che accadrà ci verrà raccontato con sullo sfondo il carattere dinamico e spigoloso della protagonista. Che si presenta sempre alle prese con questioni complesse che vengono proposte in maniera coinvolgente. Ma nasconde, in realtà neanche troppo, un matrimonio che è già oltre gli sgoccioli. E una chimica, a volte difficile da nascondere, con il Ministro degli Esteri di Sua Maestà.

The Diplomat, un cast internazionale da coproduzione

La protagonista Kate Wyler ha il volto e l’interpretazione convincente, sofisticata e a tratti irruente di Keri Russell. Diventata famosa grazie alla serie Felicity di J.J. Abrams, che le è valso un Golden Globe, si è fatta conoscere al grande pubblico con la sua partecipazione a Mission: Impossible III. Nel genere spy si è imposta con la serie The Americans. La sua ambasciatrice calamita l’attenzione e rompe gli schemi paludati e ingessati del rigido protocollo.

Spetta a Rufus Sewell il ruolo di richiamo del pubblico britannico. Il suo Hal Wyler, è un ex ambasciatore in panchina e guastafeste antisistema opposto addirittura al segretario di stato americano. Appare sullo schermo e ti cattura nei momenti in cui ti stai per convincere che sia solo una first lady in giacca e cravatta. Dopo lo spietato John Smith de L’uomo nell’alto castello, un nuovo personaggio centrale mette in risalto tutte le sue sfaccettature.

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Impeccabile vicecapo missione a Londra e moderno pigmalione in incognito della futura vicepresidentessa degli Stati Uniti, il personaggio di Stuart Hayford è affidato a Ato Essandoh. Il suo battesimo sul grande schermo è legato al nome di Quentin Tarantino e del suo Django Unchained. Molte le partecipazioni a serie TV, anche nel ruolo di personaggio ricorrente. La parte sembra calzargli a pennello, ed è a lui che spetta il ruolo dell’esperto dei complessi equilibri diplomatici.

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David Kwaku Asamoah Gyasi è il Ministro degli Esteri Austin Dennison che inizierà ad entrare nell’orbita della nuova ambasciatrice fin dai suoi primi passi sul suolo britannico. A tratti è il bello e impossibile della storia e il classico eroe cinematografico che ad ogni passo sa che cosa fare. Lontano dai ruoli in Cloud Atlas e Interstellar, il suo personaggio è un po’ troppo palestrato e poco credibile. Ma la sua interpretazione funziona nelle parti in cui mostra i lati umani di un giovane vedovo e la chimica quasi palpabile che lo lega alla protagonista.

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Arricchiscono un cast selezionato tre attori che sembrano dei caratteristi di altissimo livello. A cui la sceneggiatura messa a disposizione della showrunner Debora Cahn riserva dei cameo o delle sottolineature che arricchiscono il racconto.

Miguel Sandoval e Rory Kinnear

È di Miguel Sandoval, statunitense di chiare origini messicane, il volto del cinico segretario di stato USA Miguel Ganon. Affidata a Celia Imrie, britannica, la classica figura della tessitrice di trame politiche ordita a suon di affettato bon ton, sorrisi di circostanza e tazze da the, preferibilmente al latte Margaret Roylin. È la testa pensante del Primo Ministro Nicol Trowbridge, che ci viene proposto un po’ come lo scemo del villaggio globale. Interpretato da Rory Kinnear e così lontano dal Boris Johnson reale e da quello interpretato da Kenneth Branagh.

Una serie che ha scomodato tutti

Uscita ad Aprile e schizzata subito in cima alla classifica di Netflix, si è fregiata del logo personalizzato riservato solo ai prodotti di punta. Inaugurato con Stranger Things, la piattaforma lo ha sempre dosato con cura. Ma quando parte il primo frame di The Diplomat, scritta nera su foglio di carta bianca, cancellata modello censura… capisci subito di essere stato catapultato in qualcosa di nuovo.

Ha scomodato anche il New York Times e la vera ambasciatrice americana a Londra, che non ha potuto non commentare che, ambientazioni e sofisticati protocolli cerimoniali a parte, la storia narrata nella serie è abbastanza lontana da quello che è il reale lavoro diplomatico sul campo.

The Diplomat, dialoghi e primi piani…

Eppure la inizi a guardare, cominciano a scorrere scene di dialoghi fitti e veloci, spesso dinamici e con accenti tra il sarcasmo e l’ironia, tra la comicità involontaria e il realismo saccente ma non troppo e sei subito catturato. L’ingrediente segreto? I due protagonisti, Kate e Hal. il loro rapporto improbabile e dannatamente complicato getta subito sul piatto un ritmo e una tensione che ti obbliga, quasi con piacere, a spingere anche tu sull’acceleratore per stare al passo.

Altro aspetto degno di nota, i primi piani di Keri Russell, che riesce ad essere sempre diversa ed intensa, a volte fin troppo vera e reale, ma incredibilmente magnetica. E quelli di Rufus Sewell sembrano creati apposta per metterli in risalto e farli apprezzare.

keri russell

…per un piano sequenza sulle vicende umane

La fotografia restituisce un’atmosfera a tratti patinata e così inglese a tratti realistica e così moderna. Così come sembrano reali e ben scelti l’abbigliamento dei personaggi, le ambientazioni delle scene, gli scambi di frasi, occhiate e occhiatacce. Il tutto accompagnato da un tema musicale di fondo che enfatizza il ritmo e lo colora di elementi di suspence e di tensione, di humour e di ironia.

E viene così alla luce l’elemento che Debora Cahn ha voluto mettere al centro della storia. Lo abbiamo capito con le sue Grey’s Anatomy e Homeland. Le vicende personali dei personaggi. Che riescono a coinvolgere e far empatizzare. Non mancano infatti nel racconto reazioni, anche istintive, e sentimenti, sia profondi sia appena abbozzati. Decisioni da prendere e situazioni da affrontare. Da parte di un gruppo di persone che, per quanto si occupino di cose lontane dal nostro quotidiano, riescono a restituire allo spettatore le complessità che nella vita di tutti i giorni non mancano di certo.

Una prima stagione da recuperare, in attesa della seconda

Non sono eroi solitari che affrontano quasi distaccati uno scenario talmente contorto e architettato a tavolino da risultare visto, rivisto e stereotipato. Ma personaggi ben tratteggiati che per affrontare le vicende in cui risultano coinvolti mettono in campo le loro capacità e competenze, i loro difetti e i loro pregi migliori.

Conquistandosi il centro della scena, l’attenzione di chi li guarda, Keri Russell-Kate su tutti. E una seconda stagione che ora si candida ad essere molto attesa. Sperando che questo dissacrante e irriverente incantesimo non si spezzi.

PANORAMICA

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

In primo piano un mondo quasi al tracollo come il matrimonio dei protagonisti. Tinte spy, ritmo da thriller, dialoghi veloci e affilati. C'è spazio anche per la critica dei governi moderni e delle soluzioni in bilico tra equilibri delicati e vecchi e nuovi giochi di potere. Conditi dalla chimica inconfessabile tra la nuova ambasciatrice e il Ministro degli Esteri di Sua Maestà. Un mix equilibrato ed esplosivo.

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