Men di Alex Garland, il senso dell’orrore

Dopo la presentazione in anteprima alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2022, Men di Alex Garland è nelle nostre sale dal 24 agosto. Protagonista della pellicola è Harper (Jessie Buckley), londinese che si ritira in campagna per ritrovare se stessa. Una pausa momentanea dalla vita di tutti i giorni e soprattutto dal dolore. Il suo compagno, James (Paapa Essiedu), si è suicidato dopo una lite con lei; una tragedia più volte minacciata dall’uomo, alla quale la stessa Harper ha assistito impotente.

Per riaversi da quell’immagine e da un senso di colpa opprimente, Harper affitta una spaziosa casa di campagna, immersa nella natura, a Cotson. Accolta dallo strambo proprietario Geoffrey, in quella dimora sarà perseguitata da strani individui, in una terribile sequenza di figure maschili (tutte interpretate straordinariamente da Rory Kinnear), che la tormentano e accusano per quanto accaduto nel suo passato.

Men
Rory Kinnear

Men, l’orrore degli impulsi

Già all’indomani della sua anteprima, Men è stato etichettato da gran parte della critica come emblema della mascolinità tossica. E in effetti il film racconta la storia di una donna accerchiata e minacciata  da più uomini. Uno di loro, dopo averla seguita nella sua passeggiata tra i boschi, si aggira nudo nel giardino di casa per spiarla; Samuel, un giovane del posto con problemi psichici, le dice “stupid bitch”; il sacerdote, con il quale lei si confida, la colpevolizza per la morte di James, affermando che bisogna perdonare gli uomini, anche i più violenti, senza arrivare al punto di cacciarli di casa. Anche Geoffrey stesso si rivelerà una minaccia.

Un’interpretazione che rischia però di sottovalutare la forza del film. Men non è solo la storia di Harper o di una donna perseguitata da uomini, metafore viventi di comportamenti molesti, predatori o psicologicamente manipolatori. Garland, attraverso questa storia, ha costruito un’opera che mostra innanzitutto l’orrore di certi impulsi. Un horror cerebrale e speculativo, che cerca di analizzare e dilatare il più possibile questi impulsi, mostrandoli nella loro veste più cruda e nella sfera dove attecchiscono e trovano spazio di concettualizzazione: turbamenti psichici (l’uomo nudo/Samuel), religione (il sacerdote puntualmente bigotto perché perverso), linguaggio (Geoffrey con i suoi doppi sensi), forza (il poliziotto che sottovaluta i timori di Harper).

Men
Jessie Buckley e Rory Kinnear

Partendo da questo presupposto, in Men si possono notare aspetti originali e significativi, difficili da rilevare se, invece, si dà troppo spazio interpretativo al solo tema della mascolinità tossica. Sotto questo aspetto, il finale è esplicativo. La lunga sequenza di uomini che generano altri uomini, una coazione a ripetere di creature mostruose che termina con l’apparizione di James, venuto a reclamare l’amore di Harper, rischia di apparire inconcludente e inefficace qualora si guardi unicamente alle vicende vissute dalla protagonista. Questa partenogenesi body horror, dal sapore ancestrale e pagano, rappresenta la fine degli impulsi, la loro esplosione definitiva che porta alla conclusione del film. Perché per Garland l’incubo vero da portare in scena è tutto ciò che sta in quella zona amniotica che precede il comportamento, dove l’uomo radicalizza concettualmente la sua violenza, per poi ripeterla e dilazionarla in più azioni. Una concettualizzazione atavica che vibra in tutto il film, fin dalle prime scene, quando Harper, appena arrivata nella casa, prende e mangia una mela dall’albero del giardino: “frutto proibito” la ammonisce subito Geoffrey.

Men
Jessie Buckley

In un’intervista con IndieWire, Garland ha cercato di spiegare tutto questo, affermando che il film è denuncia di determinati comportamenti maschili, ma anche riflessione sul loro orrore: “il film è su un senso dell’orrore, un senso dell’orrore visto dalla prospettiva di un uomo”.

Una sensualità materiale orrorifica che Garland ha messo in scena utilizzando i tropi dell’horror: un crescendo efficace di tensione e sangue, in uno scenario che prende le mosse da un paesaggio naturale misterioso e acceso, sua peculiarità già vista in Annientamento, pellicola del 2018. La regia del britannico si conferma visionaria, coinvolgente e perfettamente allineata alle sue intenzioni narrative. Scrittore di successo prima di darsi alla regia (suo il romanzo L’ultima spiaggia che ha ispirato The Beach di Danny Boyle), Garland tratta nei suoi film materiali narrativi complessi. Una complessità che a livello registico riesce a governare, muovendosi perfettamente tra le maglie di più generi. Fantascienza, distopia, horror, dramma, sentimento, tutto trova un incastro nella sua regia, sempre misurata e lontana da eccessive forme di autocompiacimento. Men, da questo punto di vista è la conferma di un regista che nel prossimo futuro potrà giocarsi le sue carte per essere annoverato come autore.

Importanti per la riuscita del film le interpretazioni dei due protagonisti, Jessie Buckley (candidata all’Oscar per La figlia oscura) e soprattutto Rory Kinnear. L’attore inglese interpreta tutti i volti maschili, riuscendo a connotarli ogni volta diversamente. Una performance disarmante, in grado di disorientare lo stesso spettatore. Ruolo di maggior rilievo quello del sacerdote; il suo monologo condito di citazioni letterarie e mitiche, tra cui Ulysses and the Siren di Samuel Daniel, rappresenta in pochi minuti l’archetipo più bieco e pericoloso del dominio degli uomini sulle donne.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Men è il terzo lungometraggio di Alex Garland. Un horror cerebrale, visivamente potente, che esplora gli impulsi predatori della violenza maschile. Jessie Buckley e Rory Kinnear interpreti validissimi.
Giulia Angonese
Giulia Angonese
Percorso formativo in filosofia (PhD conseguito nel 2017), mi dedico al cinema con passione e continuità, cercando sempre di cogliere dinamiche di pensiero e atmosfere sottese agli intrecci narrativi.

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