Django Unchained di Quentin Tarantino

Infinite citazione nel capolavoro ipertrofico di Quentin Tarantino, in un western che rifrulla il genere e la leggendaria figura di Django, grazie anche ad una solidissima sceneggiatura che veste personaggi perfetti a irresistibili dialoghi verbosi

Django Unchained trama e recensione

Cominciamo con lo spazzare via ogni equivoco: l’omaggio di Quentin Tarantino al genere spaghetti-western non è Django Unchained, ma Kill Bill vol. 2. Se volete atmosfere leoniane, duelli infiniti, pistoleri, pardon, spadaccini infallibili e primissimi piani sugli occhi, è da quelle parti che dovete guardare.
In questo film non mancano del tutto. Solo, non sono la chiave di volta del western-capolavoro del terribile ragazzo del Tennessee.
Qui c’è il solito film spiazzante di Tarantino, ipertrofico (il più lungo che abbia mai montato, se si eccettua il fatto che Kill Bill è stato presentato in due volumi) , a tratti irresistibile.
Gli omaggi al western autarchico italo-spagnolo ovviamente ci sono, e in gran numero.

Django e il suo mentore il dottor Schultz

L’inquadratura iniziale e il titolo (pochi secondi prima di una bellissima sequenza d’apertura sugli schiavi nella cava) , alcuni brani della colonna sonora, e qualche citazione, ma la cosa si ferma lì, alla strizzata d’occhio al pubblico. La sostanza è invece quella di un film che vuole essere un genere a sé stante, derivato da tutti i filoni possibili del western, dove il pistolero è infallibile (un “naturale” , lo apostrofa il buon dottore), formato da un mentore che lo adotta come fosse un figlioccio, viene torturato come dalla migliore tradizione degli spaghetti-western , infine, novello Ulisse riapprodato a Itaca, si riscatta e fa strage dei suoi nemici, ripartendo, con Penelope in sella, verso il più classico dei tramonti del Western americano.

Al solito i generi sono rimescolati, il western classico con quello italo-spagnolo, il filone comico (Lo chiamavano Trinità, nella scena del KKK e in quella coi camei di Tarantino e Michael Parks) con quello più realistico (I giorni dell’ira), il tutto codificato nel metodo registico di Quentin . Vedi l’eccesso di effetti splatter nelle morti da piombo caldo, o i dettagli meticolosi nella mescita della birra da parte del buon dottore.

Tarantino gioca a viso aperto, una volta caduta la maschera del rimestatore di generi. Anche qui, come nel precedente Inglourious Basterds (Bastardi senza gloria), il Cinema riscrive la Storia, anche se in questa caso il gioco è più sottile.

Django Unchained
Il primo incontro a colpi di sguardi tra Django e Candie

Siamo nella seconda metà dell’Ottocento, qualche anno prima della Guerra di Secessione, quando il cinema ancora non esisteva. Così, a cambiare il corso degli eventi ci pensano due Characters, il Dottor Schultz e Django, perfettamente consci di essere due personaggi di fiction, e bene attenti a non deragliare dal percorso tracciato dall’Autore.

Tarantino ha la sua poetica e i suoi schemi, ma non si limita a suggerirli, li spiattella per bene nei dialoghi, fa dichiarare ai personaggi intenti e provocazioni metacinematografiche, referenti e ispirazioni (la storia di Sigfrido e Brumilda viene raccontata per intero!) , quasi volesse sgomberare il campo dagli equivoci.
Django, nella Storia riscritta da Quentin, diviene quindi il liberatore della sua razza, uno Spartaco color ebano (e i riferimenti a Kubrick sono abbastanza espliciti) che affranca il suo popolo dalla schiavitù, anni prima dell’abolizione voluta da Lincoln (e dagli Stati del Nord).

Un irriconoscibile Samuel Jackson nei panni dello spietato Stephen

La forza di Django Unchained non è tanto nella solida sceneggiatura, per intenderci, altri lavori di Tarantino (si pensi a Pulp Fiction o a Le Iene) hanno degli script di diverse spanne superiori. Quello che funziona benissimo sono i dialoghi verbosi, le perfette caratterizzazioni dei personaggi e le magnifiche interpretazioni dei protagonisti, tutte degne almeno di una solida nomination. Un po’ come in Pulp Fiction, qui assistiamo ad una gara di performance tra Christoph Waltz, Jamie Foxx, Leonardo di Caprio e su tutti, ma chi legge potrà preferire uno qualsiasi degli altri attori, un irriconoscibile Samuel L. Jackson che traina il secondo tempo come una locomotiva in corsa uscita da una sequenza di Sergio Leone.

Django Unchained

Questi sono gli indiscutibili meriti di Django Unchained, un film che intriga e diverte, se si ha la pazienza di lasciar scorrere alcuni momenti in cui l’azione rallenta di pari passo con la trama: una buona parte della cena in casa Candie è accademica, così come la prova attoriale di Leonardo DiCaprio nei panni di Calvin J. Candie, e così alcuni passaggi riguardanti l’educazione di Django al mestiere del bounty killer. Ed è, come spesso accade nei film di Tarantino, una pellicola dove ognuno può scegliere il proprio momento preferito, la propria perla. Impagabile la sequenza nella quale il creatore viene fatto a pezzi dalla sua creatura, col dubbio che quest’ultima fosse solo un personaggio o piuttosto l’intero film, se non addirittura il Cinema stesso.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni
Alessandro Marangio
Alessandro Marangio
Autore e narratore, cresciuto tra gli abbracci di un Leone nei pressi dell'Overlook Hotel, gestito da Don Vito Corleone, con cui si divertiva a giocare ad 8 1/2. Negli anni '90 viene arrestato, nei pressi di Casablanca, dal tenente Ripley, per aver sparato 400 colpi con una 44 Magnum, e portato davanti al colonnello Kurtz, che lo manda alla Tyrell Corporation per essere terminato(r). Salvato dal soldato Ryan, riprende la strada di Casa dove incontra ladri di biciclette, sette samurai e iene che fanno la dolce vita. Finalmente, sul viale del tramonto, dopo i soliti sospetti degli spietati drughi, corre fino all'ultimo respiro, per indossare le sue adorate scarpette rosse. Scrive da sempre nel suo studio, nei pressi di Cinecittà, mentre beve white russian, mangia filo spinato e piscia Napalm.

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