Occhi blu – recensione dell’esordio registico di Michela Cescon con Valeria Golino

Occhi blu è l’esordio registico della brava Michela Cescon, interprete teatrale e cinematografica di riconosciuto talento, ed è un thriller atipico, che ha dalla sua un carico di inespresso sospeso tale da modificare l’oggetto in questione rendendolo quasi indefinibile.

Un noir poliziesco, sulla scia dei melanconici parenti francesi, che sfugge alla linearità della trama, sfiora la suggestione, evoca senza mai svelarsi, come un’avventura onirica, più intima che condivisa.

Occhi blu

Occhi blu – Trama

Occhi blu ruota attorno alla figura chiave di Valeria (Valeria Golino) rapinatrice misteriosa di nero vestita, centaura a cavallo di motoscooter lanciati velocissimi in fuga emblematica e perennemente vittoriosa dalla polizia.

Su di lei gli occhi del commissario Murena (Ivano de Matteo) che non sa trovare il bandolo della matassa ed ha 33 furti senza colpevoli segnati sulla sua mappa al led; le braccia di Marco (Matteo Olivetti), che ruba e trucca le moto da utilizzare per ogni colpo, complice subdolo, bello e feroce, ipnotizzato dal magnetismo carismatico e silenzioso della donna; il suono della voce di un uomo francese (Jean-Hughes Anglade), ex-poliziotto dall’intuito fenomenale, che deve trovare un volto, un corpo, un nome, per aiutare l’amico commissario in difficoltà e chiudere un dolorosissimo conto.

Occhi blu – Recensione

Occhi blu è strutturato in frammenti, apparizioni più che capitoli veri e propri, ciascuno dotato di proprio titolo, titolo che racconta la minimalissima storia, più di quanto non facciano le singole scene, come fosse un diario emotivo di qualcosa mai accaduto, ma sempre desiderato.

Valeria è una donna forte, una donna con un personale senso di giustizia, di potere, di piacere, di vitalità, una scala di valori non comune, né facilmente indovinabile, di cui non sappiamo nulla, ma intuiamo qualcosa, qualcosa di giusto, potente e sommessamente fragile.

Valeria è una visione, prima che una funzione: è un paio di occhi acquatici e densi che osservano la vita in corsa, l’indifferenza in programmatica attuazione, l’adrenalina che entra ed esce dalla sua portata, i fantasmi che gravano su ogni paio di spalle viventi, come i suoi, mai detti, come quelli del francese in cerca di vendetta, o quelli del commissario col sogno di essere altro, o quelli di Marco smanioso di possedere.

Occhi blu

Si rincorrono soggettive di asfalto che sfreccia dietro la moto in corsa, di vicoli inghiottiti in un’accelerata improvvisa, di vie, tram, parcheggi che si spiegano di giorno e si fondono-confondono di notte, in un gomitolo più spento che vivo.

Occhi blu sono quelli di Valeria, stretti in un casco integrale nero che ne esalta la profondità e l’impatto sull’altro, occhi dietro una visiera trasfigurante, occhi puntati sul francese che indaga senza indagare, occhi impassibili di fronte alla collega licenziata in malo modo, occhi sicuri a tenere a bada il complice irrequieto, occhi che sfuggono per non penetrare, che puntano la pistola senza mai sparare, che rubano denaro ma non lo usano mai, occhi da una lontanissima profondità ad una vicinissima coscienza, sconosciuta eppure familiare.

La Cescon immagina e lascia immaginare una donna-Diabolik senza storia, in fuga perenne, dall’altro e da sé, a ribadire la propria forza solitaria, osanna e condanna insieme, ad evidenziare la solitudine di chiunque si intercetti nel dilemma metropolitano, satelliti lontani e poco comunicanti, a coprire qualcosa di perduto che fa ancora male, a vendicare una prepotenza apparentemente digerita, a tappare una qualche ferita che non smette di pungere ed isolare.  

Così lascia muovere Valeria con libera disciplina, in spazi ariosi e studiatissimi, lanciando il suo corpo minuto a tutta velocità tra le strade di Roma, capitale semivuota, immersa nella notte, nel giorno insipido, nel tramonto umorale di un colore rosa non raccontabile, città di tutti e di nessuno, bella e dimenticata da chi la abita, silente in modo irreale, con i suoi segreti ben nascosti sotto e sopra gli strati di storia, spazio urbano che si affolla e si desertifica a comando della mente, icona riconoscibilissima tra lungotevere, Piramide, Casilina, raccordo, acquedotti e Porta Maggiore.

Valeria è aria che corre nell’aria, si disincastra da architetture millenarie, si rifugia in simmetrie d’appartamento, tra le scale di un condominio che rievocano a prospettive ansiogene, in luoghi non tradizionali, in cui vuoto e pieno sono rimandi cerebrali più che elementi scenografici. Più che un personaggio è un’idea di inquietudine femminile, che irrita e tiene compagnia, una fissazione, un’ossessione, lo scopo della vita di un ispettore, lupo sciolto quanto la sua preda, uomo che insegue un miraggio di giorno e di sera intona in un night club le canzoni da lui composte sulla sua malinconica città.

Come un fumetto, come un ricordo nostalgico di qualcosa che c’era e non c’è più, come una dark lady in finta-antitesi col suo antagonista, come un’evasa che chiede di essere trovata, fermata, guardata negli occhi e poi lasciata andare.

Occhi blu

Occhi blu mescola piano reale ad una regia non-reale, che organizza l’istinto ed estetizza la visione, la personalizza, la oscura, la particolarizza, la rallenta, elidendo i passaggi logici del racconto, messi in secondo piano rispetto alla visione, accumulando istanti topici e diversità di riprese, strette, larghe od aeree.

Il girato è infuso di una colonna sonora molto potente, quasi parlante, che alterna le creazioni di Andrea Farri, compositore delle musiche de Il primo re, alla tromba ipnotica di Paolo Fresu, capace di trascinare sottopelle.

Occhi blu – Cast

Ogni carattere è un’anima in pena, di una pena non definita nei contorni, ma non rimarginata, che attende qualcosa, un perdono, un riscatto, una vendetta o uno scampo. Sola, ognuna, nei cuori delle grandi città, che, come si dice nel film, “si assomigliano tutte”

Tra gli interpreti, Anglade e De Matteo sono gli antipodi di un dialogo ridotto all’osso: corpi, posture, accenti e tempi-ritmo sono totalmente differenti e conferiscono alla coppia la giusta qualità per essere contraltare efficace della protagonista, aumentando l’aura, l’enigma e la comunicazione interdetta di tutta l’opera.

Della Golino sono gli occhi blu, imperturbabile schermo dall’altrui sguardo, non scalfiti da nulla, scudi non empatici eppure raccontatori di un personale ed intraducibile desiderio di libertà.

Occhi blu

Occhi blu, pur nei suoi passi non certi né in nuce soddisfacenti, con la benedizione, la radicalità ed il limite di essere opera prima, sperimenta con decisione, a volte estrema, a volte non del tutto funzionale alla resa, tentando di preservare comunque intatta un’atmosfera ricercata, restituendoci scorci di strenua autorialità.

Questo ricorda ai nuovi, ma anche ai vecchi cinecultori, che il racconto per immagini di una macchina da presa esige la capacità di essere leali verso le proprie visioni, senza lasciarsene né sopraffare, né spaventare.

Occhi blu – Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Valeria è una centaura rapinatrice seriale che tiene sotto scacco la polizia di Roma; il commissario chiede aiuto ad un ex-poliziotto francese dall'intuito sbalorditivo con un doloroso conto da chiudere. Opera prima carica di autorialità, diario intimo ed onirico in cui la logica è soppiantata dalla visione, in un poliziesco/noir per capitoli essenziale ed irrisolto, che accosta immagini e rinuncia alla sequenzialità, lasciando quasi tutto non detto e disegnando anime urbane, dai desideri irrealizzati, sole, implose, silenziose ed in fuga negli spazi iconici della capitale.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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