Dicono che basti poco per essere felici. Eppure nessun animo può sentirsi sazio nutrendosi di sole briciole. Siamo fatti per pensare in grande, creati per le abbuffate di vita. L’uomo si stanca presto del bene, perché cerca il meglio. E quando nella sua spasmodica ricerca trova il male, capita che di questo si accontenti. Sedotto dalla convinzione che sia quella la sua autentica vocazione. Nella “terra dell’abbastanza” si avverte una voce che non smette mai di indicare la strada sbagliata. Perché lì non si ha la paura di poter precipitare ancora più in basso. Lì si è già accovacciati sull’ultimo gradino.

“La terra dell’abbastanza: dove tutto è sufficientemente assente, tanto da condannare, sul nascere, ogni inezia d’illusione. È il cinema della periferia. Quella periferia dove i sogni vengono al mondo senza ali. È il cinema dei margini, dove le parole muoiono fra i denti e le inquadrature si riempiono di vuoto.

I fratelli D’Innocenzo, classe 1988, nati a Tor Bella Monaca, cresciuti fra Anzio e Nettuno, fra poesia e pittura, si consacrano al culto del cinema con questo lungometraggio nel 2018. Presentato nella sezione “Panorama” del Festival di Berlino, il film ha suscitato l’interesse di pubblico e critica, lasciandoci presagire che avremmo sentito parlare ancora di quei due giovani registi. Il panorama cinematografico italiano ha da tempo sete di poesia e verità, e sono in molti a credere che i fratelli D’Innocenzo, telecamera alla mano e penna nel taschino, siano gli uomini giusti per placare il nostro desiderio di bere ottimo cinema, magari afferrando direttamente il collo della bottiglia.

Hanno collaborato alla scrittura del soggetto del film di Matteo Garrone “Dogman”, hanno pubblicato raccolte di poesie e un libro fotografico, e quest’anno anche il loro secondo lungometraggio è approdato a Berlino, in concorso questa volta. Il loro “Favolacce” (disponibile in questi giorni nella maggiori piattaforme streaming) è così intenso da lacerare irrimediabilmente ciò che resta della quotidianità di provincia. Ha ricevuto l’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura, e anch’essa portava la loro firma.

Vogliamo tornare su quell’opera prima che ci ha solleticato con l’idea che il cinema sia ancora qualcosa di meravigliosamente e tragicamente umano. Decidiamo di parlare de “La terra dell’abbastanza”: un realismo sociale poeticamente intenso, erede del compianto Caligari, asservito alla narrazione di un’umanità che ha imparato a negare se stessa per mantenersi viva.

La terra dell'abbastanza

Ponte di Nova, Roma. Mangiano, masticano, ridono, mentre le parole inciampano fra i denti. Manolo (Andrea Carpenzano) e Mirko (Matteo Olivetti), giovani e avidi di vita. Pensano al futuro, immaginano, progettano. Ingordi come solo i giovani sanno esserlo, ma già abituati a sfamare l’immaginazione con quel che c’è, perché non ci si può permettere di rimanere illusi e affamati a lungo.

L’orizzonte ristretto di periferia sembra già aver depredato Mirko e Manolo della loro personale rivoluzione. Non ci saranno grandi progetti né castelli in aria. Nessuna epica lotta contro i mulini a vento, per quella servirebbe un sogno da realizzare. E loro sono ragazzi di borgata con modeste speranze di periferia.

Guidano in una notte deserta. Investono un uomo. Hanno paura. E scappano. Lasciandolo morto sull’asfalto. Il destino sembra regalare loro un grande opportunità. Il loro sognare con parsimonia li sta forse premiando? L’uomo ucciso sotto le ruote della loro auto è un pentito, un infame pronto a denunciare il clan della zona. Il padre di Manolo (Max Tortora) saprà leggere nelle circostanze la grande occasione: i due giovani possono entrare nel clan dei Pantano ora che gli si è fatto questo criminale favore. Il consiglio del padre di Manolo è tanto sconsiderato quanto inadatta è la sua capacità di proteggerlo. Quel consiglio è tutto ciò che di meglio ha da offrire. Essere nelle grazie del boss (Zingaretti) richiede di sporcarsi un po’ le mani ma deve avere pur qualche utilità.

La terra dell'abbastanza

La madre di Mirko (Milena Mancini) si dimostrerà ardentemente contraria allo nuovo stile di vita del figlio. I soldi guadagnati con prostituzione, droga e omicidi la inorridiscono, le fanno paura, le fanno schifo. Eppure li prende, perché nella terra dell’abbastanza si prende ciò di cui si ha bisogno.

Le storie di Mirko e Manolo si sporcano nel fango da cui hanno preso vita, si sollazzano in un dolore che rifiutano di provare, si arrestano davanti ad immagini riprovevoli che il loro mondo produce per poi proseguire con passo svelto fino al termine della corsa. Trafficanti di vite che non sanno come governare le proprie. Due che hanno il dono di sparare, proprio perché non sanno ciò che fanno.

Mirko e Manolo si muovono veloci senza sapere da cosa scappare o cosa inseguire, convinti di essere portati per la vita criminale, convinti che la degenerazione, se così facile da realizzare, sia anche facile da sopportare.

La fotografia di Pietro Carnera e le scenografie di Paolo Bonfini si muovono tra assenze e sovraccarichi, tra luce abbagliante e colori sfocati, riuscendo a dipingere il caos di un non luogo. Una realtà marginale in cui le verità non sono autentiche e le apparenze diventano le uniche certezze. La tragica poesia di cui è intriso “La terra dell’abbastanza” traspare ben prima degli epiloghi, ben prima degli ultimi frammenti, fra parole non dette e sogni mai nemmeno immaginati.

Il montaggio di Marco Spoletini riesce quasi ad annullare l’azione, come nell’intenzione di cristallizzare la povertà di un mondo a cui è stata negata l’aspirazione alla speranza. Nella terra dell’abbastanza nulla è grandioso, nemmeno i pensieri. Non si sognano nemmeno gli sfarzi e gli eccessi. Non ci si abbandona alla disperazione, e per questo non servono musiche emotivamente travolgenti. Suona solo un jazz afflitto e sfibrato: la vita scorre lenta dove si è già deciso di accettare ogni cosa. Tutto è tragicamente semplice se si rimane inermi.

La terra dell'abbastanza

L’esordio dei fratelli D’Innocenzo è un film d’autore, con un’idea di regia chiara e meditata. Eppure sa rifuggire ogni macchinazione, ogni insidioso intellettualismo. L’occhio dei registi si muove istintivo, desideroso di cogliere tutta la vita che è rimasta attaccata a quel cemento. La camera è attaccatissima ai volti degli attori, oppure si perde in totali traboccanti di vuoto. “La terra dell’abbastanza” è questo: uno stanco istinto predatorio a cui è venuta meno anche la brutalità, un volto dall’intensità confusa, perso nella periferia a fissare il vuoto.

Ne “La terra dell’abbastanza” si sogna in piccolo. Si arraffa tutto ciò di cui si ha bisogno, e ce lo si fa bastare. Non si fanno richieste alla vita, né domande al destino. E soprattutto non si soffre. Ma fino a che punto si può fingere di non provare dolore?

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars

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