Presentato al quarantesimo Torino Film Festival, Empire of Light è una lettera d’amore al cinema da parte di Sam Mendes, regista di 1917. Il pluripremiato autore di American Beauty e del migliore 007 della saga con Daniel Craig, ovvero Skyfall, attinge dai ricordi della sua infanzia. Il regista opta per il contesto storico di riferimento, l’Inghilterra degli anni 80′. Empire of Light è il suo film più personale, e forse come impianto narrativo può essere accostato a Belfast di Kenneth Branagh.
Ovvero, attraverso la scrittura di una sceneggiatura originale, Sam Mendes sfoglia il suo album privato dei ricordi. La pellicola ha avuto solo una nomination agli Oscar 2023: quella per la migliore fotografia, ad opera di Roger Deakins. Quest’ultimo è stato nominato anche ai British Academy Film Award (BAFTA). L’anteprima mondiale invece è stata al Toronto International Film Festival.
Empire of Light: il cast
Protagonista è Olivia Colman (candidata al Golden Globe come miglior protagonista) nei panni della vicedirettrice del cinema Empire, Hilary, già straordinaria interprete di La Favorita di Yorgos Lanthimos. Mentre Colin Firth, interpreta il subdolo ed erotomane direttore del cinema, Mr. Ellis. Completano il cast di Empire of Light, anche Micheal Ward (Stephen) e Toby Jones (Norman).

Empire of Light: trama
1981, in Gran Bretagna la recessione si fa sentire e il razzismo è forte. A Margate sulla costa inglese, un cinema regala la luce delle sue proiezioni agli spettatori che sono interessati. Stritolato dalla crisi, questo multisala è costretto a chiudere due delle sue quattro sale. La maestosità della struttura va in declino, ed è gestita da Mr. Ellis, che poco sembra interessato alla gestione dell’Empire rispetto alla sua vice, Hilary Small.
Con quest’ultima, Ellis intrattiene una tossica relazione extraconiugale, fatta di squallidi amplessi nel suo ufficio. Dall’altra parte la donna, oltre a subìre le sue attenzioni, non guarda mai i film che proiettano per un eccesso di scrupolosità nelle sue mansioni . Un giorno al lavoro arriva Stephen, un giovane ragazzo nero, che entra subito in empatia con la donna. La loro appassionata amicizia regalerà un barlume di speranza nel loro futuro sullo sfondo della nazione inglese.

Empire of Light: recensione
In poco meno di due ore, Sam Mendes, infila in Empire of Light un po’ di tutto, ma è la follia a predominare. Hilary Small è un po’ ricalcata sulle altre figure femminili dei suo cinema: pensiamo al personaggio di Annette Bening in American Beauty e a quello di Kate Winslet in Revolutionary Road. E quì si riallaccia a sua madre, che ha sofferto di disturbo bipolare e depressione.
I suoi caratteri femminili sono sempre su un filo di lana, ai margini della follia, ma mai veramente risucchiati fino in fondo. Ad illuminare Empire of Light, non è tanto la luce del cinematografo, che irradia il suo fascio splendente nel buio. E’ l’arrivo di Stephen; dalla provincia spera di poter essere ammesso alla facoltà di architettura, ma nel frattempo ha trovato un’occupazione come maschera nel cinema.
Gli anni 80′ segnano grandi trasformazioni nel Regno Unito da un punto di vista storico, sociale, economico e politico. L’Inghilterra che lui sceglie di raccontare, è quella della costa ovest, nell’area del Kent. E’ il 1981, al potere c’è Margaret Thatcher, e comunque il razzismo è pur sempre serpeggiante tra la popolazione.

Follia e razzismo sono le tematiche presenti nella pellicola
In apparenza, il cineasta sembra che voglia omaggiare la magia della settima arte, ma ci sono altre tematiche abbastanza scomode: l’intolleranza razziale e la malattia mentale. In quest’ultimo punto, il personaggio di riferimento è quello di Olivia Colman. La donna è in visita allo psichiatra, e mantiene costantemente stabile il suo umore.
Ma la sua apatia predomina, nonostante le rassicurazioni del medico. Infatti il litio mantiene stabile le sue oscillazioni, e le giornate scorrono tutte uguali, corredate dalle molestie sessuali del suo capo. La donna troverà la forza di ribellarsi all’uomo in una potente scena prima della proiezione di Momenti di Gloria di Hugh Hudson.

Se la scrittura è scarna, la regia di Sam Mendes mantiene in Empire of Light sempre quel sapore di una classicità del passato. A questo ci ha abituati nella sua filmografia, fin dai tempi di Era mio padre. Il cinema della pellicola è strutturato come una grande articolazione su più livelli; un posto bellissimo che mantiene intatto il suo fascino, di un altro mondo. Almeno così lo definisce Stephen, che apre una nuova fase positiva sul luogo di lavoro, che colpisce al cuore Hilary.
La monotonia di quest’atmosfera senza tempo, viene rotta dall’arrivo di quest’uomo. Stephen porta scompiglio nelle vite di tutto quel microcosmo brulicante della multisala in pieno inizio anni 80’. La coltre invernale che avvolge tutta la pellicola, si ampia con la delicatezza e la malinconia delle musiche ad opera di Trent Reznor e Atticus Ross.

L’ esperienza teatrale di Sam Mendes trasmette un profondo senso drammaturgico in ogni scena
Il razzismo investe tutto il contesto di Empire of Light. Stephen è vittima di episodi razzisti, che si manifestano nella maniera più subdola. Un gruppetto spregevole di skinheads che lo deride apostrofandolo con epiteti abietti, e successivamente lo picchia durante una manifestazione. Inoltre un viscido cliente del cinema, si fa beffa di lui per aver tentato di violare le regole di accesso alla sala.
Questo sordido personaggio che fissa Stephen prima dell’accesso in sala, regala un senso di profondo disagio a tutto l’insieme. Il razzismo non è stato presente solo negli Stati Uniti, ritratto da tante pellicole memorabili, ma anche nel cuore dell’Europa stessa. In Inghilterra assume sfumature diverse, dalle violenze delle gang fino all’ignoranza impenitente.
Ma non ci sono solo aggressioni razziste al centro di Empire of Light; anche la sofferenza interiore è al centro di questo dramma lento ma coinvolgente. La stessa Hilary è sempre sotto monitoraggio degli assistenti sociali, dopo un ricovero in una clinica psichiatrica. Eppure nel suo quotidiano trova il modo di andare avanti, con una capacità straordinaria di sopportare il male oscuro che la attanaglia.

L’ omaggio di Sam Mendes a Nuovo Cinema Paradiso
Sam Mendes rende omaggio a Nuovo Cinema Paradiso con due sequenze antologiche: una in cui Norman insegna a Stephen come cambiare i rulli della pellicola tra un tempo e un altro, perchè la gente non deve sapere. Solo così la magia del cinema potrà restare intatta. La seconda invece, ancora più bella, è nel momento in cui viene organizzata dall’operatore una proiezione privata per Hilary.
La donna, nel suo primo vero contatto con il grande schermo, si commuove alla visione di Oltre il giardino di Hal Ashby. Il fascio di luce irradia il suo volto attraversato dalle lacrime emozionali e liberatorie, come avveniva nel finale della pellicola di Giuseppe Tornatore. Il suo abbraccio di congedo con Stephen è segnato da alcuni versi poetici, che la donna ama rimembrare nel corso della sua esistenza quotidiana. Proprio in questi versi è racchiusa tutta la grandezza del ciclo di vita dell’Empire, appunto come un impero della luce.
“Sugli alberi spuntano le foglie come un annuncio che sta per essere dato. I germogli nuovi si allentano e diffondono in una verdezza simile al dolore. Forse quelli nascono di nuovo mentre noi invecchiamo. No, muoiono anche essi. Il trucco annuale di apparire nuovi, è annotato nei venati anelli. Eppure ancora si dibattono inquieti castelli in tutta la loro grandezza. A ogni maggio, morto è l’anno passato sembrano dire, e di nuovo si incomincia e di nuovo ancora”.
