lunedì, 29 Novembre, 2021

Belfast: la recensione dell’ultimo film di Kenneth Branagh presentato alla Festa del Cinema di Roma

Branagh torna dietro la macchina da presa con la presenza di sempre e la poco resistibile levità dei suoi anni, anni in cui si impara più dai nipoti che dai figli, offrendoci Belfast, inchino sorridente alla sua infanzia, ai tempi inquieti dell’Irlanda del Nord, a chi da quei tempi ha avuto la forza di partire o quella di restare, come recita la didascalia finale.

Belfast

Belfast è la bella e dolorosa capitale della punta di un isola, teatro di opposizioni e lotte tra indipendenza ed egemonia, suolo di sangue, ideologie e terrore, partita come un villaggio umano di emigrati in cerca di spazio proprio, finita come simbolo del caro prezzo di ogni libertà collettiva.

E poiché a dar ascolto a Judy Dench nel film, le storie si differenziano in base a dove cominciano, più che a come finiscono, Branagh, con la verve incosciente e fanciullesca delle membra del suo baby-protagonista, risale alla nascita di tutto, all’alba pericolosa del 1969, con gli inglesi intolleranti ed incendiari pronti a fare incivile pulizia nella prima città dell’Irlanda del Nord.

Belfast – Trama

Buddy (Jude Hill) ha nove anni ed il coperchio di un bidone della spazzatura in mano; gioca a fare il guerriero e si ritrova in mezzo alla guerra vera: i figli inglesi vogliono cacciare in malo modo i bastardi irlandesi, questione di religione, ma non solo. La famiglia del bambino è sempre più preoccupata: assente per parecchi periodi, il padre (Jamie Dornan), che ama alla follia moglie (Caitriona Balfe) e figli, vorrebbe trasferirsi con loro in Inghilterra, dove lavora come carpentiere. Ma le remore sono molte, la paura di perdere radici ed identità enorme, le difficoltà tangibili, persino la parola diventerebbe ingombrante ostacolo, perché l’accento irlandese trasfigura fortemente la lingua inglese e marchia in negativo le persone.

A completare il quadro i genitori di lui, (Judy Dench e Ciaràn Hinds) nonni affettuosissimi e coppia agitata da un costante e reciproco punzecchiamento in perfetto irish style, entrambi consapevoli del pericolo, ma difficili da collocare alla loro età in un trasloco esistenziale come quello ipotizzato. La pressione aumenta, le minacce inglesi si fanno via via più insostenibili, Buddy ed i suoi devono decidere se andare o rimanere.

Belfast – Recensione

Presentato con successo al festival di Toronto (premio del pubblico) ed in altre manifestazioni oltreoceano, Belfast approda alla Festa del cinema di Roma, coprodotto con Alice nella città e riceve il premio come miglior regia. Semiautobiografico, basato sull’esperienza di Branagh bambino, migrante dall’Irlanda all’Inghilterra, Belfast è l’album dei ricordi che il regista confeziona per se stesso e non solo, perfettamente coerente con il suo stile, teatrale, costruito, classicamente strutturato, vestito “goniometricamente” di bianco e nero, interpretato da un cast impeccabile, affogato con spensierata vivacità in melodie trascinanti non solo irlandesi (uso ed abuso di Van Morrison mescolato a ballate pop anni 80), con dita visibilmente puntate su richiami cinematografici e di palcoscenico attraverso cui Branagh nutre il proprio alter-ego di nove anni. 

Ad altezza delle sue piccole spalle pone la telecamera e la muove come dentro un musical di prosa, tra le trincee e le retrovie di una strada abitata da irlandesi cattolici, presi di mira da protestanti inglesi, in una guerriglia quotidiana che si subodora, si annuncia, si scatena, tra una ballata sul marciapiede, un exploit serale al solito pub con tanto di dedica cantata, una predica apocalittica di un cupo pastore, una confessione amorosa ai nonni premurosi, un battibecco sarcastico tra i bocconi della cena, uno spezzone di film o di rappresentazione teatrale, entrambi espressi rigorosamente e un po’ descrittivamente in colore, dentro i quali dirottare la propria immaginazione.

Una famiglia in procinto di frangersi, l’intolleranza sociale e civile, lo spettro di una partenza da affrontare, l’aggiustamento conseguente della realtà da parte degli occhi di un bambino, spugna di umori e malumori, della paura e dell’energia che pure in una condizione così precaria la comunità circostante sprigiona potentemente.

Una vitalità trattenuta a stento, una levità di comprensione che attraversa il dramma senza farne materia tragica e pesante, una mano non propriamente originale, ma volontariamente fresca orchestra un presepe vivente e soprattutto “movente” esteticamente notevole, che concilia il ricordo intimo con l’applauso popolare, il serio e l’a buon mercato, pagine di storia e scelte difficili, dentro un percorso di crescita che, tutto sommato, non abbandona mai il gioco, anzi ne amplifica la magia, la cadenza ritmica, la danza forsennata con cui coinvolge e travolge anime irlandesi su un terreno di giorno in giorno sempre più incandescente.

Storie di sogni, tafferugli, barricate, vita domestica e resistenza; di un distacco che si sceglie di non piangere ma di vivere, anche imprudentemente, fin quando lascia spazio; storia di una semplicità di valori, oggi sconosciuta, ma ugualmente patita, tramandata senza pudore, da nonno a nipote, da madre a figlio, da ragazzino a ragazzino, mentre il padre allontana la preoccupazione e costruisce la via di scampo.

Armonioso fino allo stratagemma che è visibile ma obiettivamente curato, Belfast è l’emozione democratica data in pasto al pubblico affezionato e non, rimodella il conflitto rendendolo abbordabile per le spalle di chiunque, lasciandolo sgattaiolare a terra con grazia furba ed ammaestrata, tra gambe sensuali che ballano, bambini nascosti sotto il tavolo, cult con Raquel Welch, spezzoni di Star Trek e insoliti fumetti da supereroe, fino ad esaurirlo con l’ombra di pietra nel volto dolce della madre sul finale.

Belfast

Non credo serva a molto il paragone, da alcune parti invocato, con Roma di Alfonso Cuaròn, altro film-omaggio all’infanzia del suo direttore, che ha una stoffa dolorosa, intimistica e realistica di altro spessore, una deriva unica e personale, dunque un effetto straniante pressoché inesistente, effetto che nelle strade di Belfast, tra carrellate, droni e vis-a-vis musical-western troviamo e, alla fine dei giochi, seguiamo con benaccetta irresponsabilità. Ma l’esecuzione di un buon compito rimane la sensazione più forte.

Belfast – Cast

Potentissimo il cast, all’altezza dell’energia diffusa, divertito e illuminante, complice la sontuosa fotografia, sbalestrato dagli eventi e dall’insostenibile leggerezza dell’essere che definisce la qualità della loro sopravvivenza.

Caitriona Balfe possiede un fascino imbarazzante ed una presenza solida, da palco navigato, mentre il polso della situazione appartiene a Judy Dench e Ciaràn Hinds, che, senza fatica, sfoggiano tempi e vis recitative perfetti, in antagonismo umoristico, a smorzare il suono delle molotov esterne e a prendere per mano il piccolo Buddy nei momenti di sconforto, riportandolo a terra.

Jude Hill ha i colori del regista e della sua terra,la forza insolente e scanzonata di chi si trova in un enorme parco di divertimenti, pronto a giocare il tutto per tutto, in una transizione dal finto al reale che si chiama maturità.

Belfast

Belfast ha la forma di una mini-epopea spettacolare, animata di bianco e nero, che non sorprende e non stravolge prospettive, ma gioca bene le sue carte, le salda a geometrie comprovate, restituendoci una favola elegante ed astuta, che una volta, sì, è successa per davvero.

Belfast – Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Parziale biografia dell'infanzia branaghiana: Buddy ha nove anni a Belfast nel 1969; gli inglesi protestanti sono sempre più violenti contro gli irlandesi cattolici e la sua famiglia ha in progetto di partire per sopravvivere. Prosa annegata nella musica per uno spaccato domestico attraversato da una fetta di storia drammatica. Crescita, tragedia e leggerezza in un bianco e nero lussuoso, interpretato con vitalità e divertimento. Compito elegante, non originale, dalle architetture visibili, spavaldo, astuto e popolare,
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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