Sono molti anni che Woody Allen porta al cinema un film all’anno. E ogni anno la curiosità da parte del pubblico e della critica si mantiene invariata. Infatti, nonostante plurime cadute di tono, Woody Allen riesce sempre a risollevarsi e a regalarci qualche chicca. E se nel 2013 era riuscito con il disincantato Blue Jasmine a rientrare nei territori intimisti di film passati come Melinda&Melinda o Hanna e le sue sorelle, nel 2014 ritorna alla commedia leggera e divertente con lo spensierato Magic in the Moonlight.

Magic in the moonlight

Con una coppia affiatata di protagonisti, Magic in the Moonlight riprende alcuni dei temi più cari al regista newyorchese, tra cui specialmente la dicotomia razionale/irrazionale, tema che ha affrontato variamente fin dagli anni ’80, per esempio con il surreale La rosa purpurea del Cairo, o con il più recente La maledizione dello scorpione di Giada, che ha alcune similitudini con Magic in the Moonlight.

Magic in the moonlight

Siamo nel 1928, e dietro il maestro dell’illusionismo cinese noto come Wei Ling Soo si nasconde in realtà il cinico britannico Stanley (Colin Firth). Famoso in tutta Europa per smascherare audaci imbroglioni, Stanley viene reclutato dall’amico Howard per stanare la giovane sensitiva Sophie (Emma Stone), che sembra essere un vero prodigio dell’arte divinatoria.

Emma stone e colin firth

Allen costruisce una commediola fatta con tutti i crismi: personaggi deliziosamente antitetici, battute sagaci, frecciatine alla religione. Un Woody Allen in forma, che ricama su una storiella lineare e leggera tutte le sue ossessioni e i suoi temi ricorrenti. La coppia di protagonisti poi rivela un’ottima chimica, che combina l’aplomb compassato che verte in sdegnosità che caratterizza Colin Firth alla recitazione autoironica e beffarda di Emma Stone. Anche i personaggi di contorno sono corrispondono a tipi noti nell’immaginario alleniano: dalla zia disincantata ma saggia, al ragazzetto buono ma sempliciotto, alla madre credulona.

Magic in the moonlight

Un film leggero ma costruito senza sbavature, che punta dritto al bersaglio. Infatti, per quanto il cinismo razionale del protagonista si veda traballare alla vista di qualcosa di apparentemente inspiegabile, la ragione ha sempre la meglio, ma solo su Dio. La magia infatti, che fino a metà del film viene messa in direzione di un potere mistico paragonabile a Dio, si scopre essere in realtà la magia dell’innamoramento, irrazionale e fuori da ogni logica. Sembra quasi voler dire, che la logica porta l’uomo a non cadere in sovrastrutture illusorie e quasi pericolose (Dio appunto), ma altre, altrettanto illusorie, valgono la pena di essere perseguite.

emma stone

Come sempre quindi, il profondo ateismo di Woody Allen traspare, ma riconosce similmente una voglia interiore di abbandonarsi all’illusione se questo può portare la felicità. Uno smorzamento più sentimentale e più buono delle prese di posizione tranchant di alcune prime commedie di Allen. Non di meno, qualche volta c’è bisogno di una feel good comedy, soprattutto in un momento storico come questo.

La confezione è come al solito impeccabile, a partire dalla luminosa fotografia dell’iraniano Darius Khondij, che ha lavorato con Allen anche in Midnight in Paris e Irrational Man, e dall’immancabile colonna sonora a base di jazz.

Voto Autore: 3 out of 5 stars

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.