Prisoners è il quinto lungometraggio di Denis Villeneuve, regista canadese che negli ultimi mesi ha fatto molto parlare di sé per aver dato vita a Dune. Già con il suo primo film, Un 32 août sur terre (1998), Villeneuve si è fatto conoscere e apprezzare nei maggiori festival internazionale e oggi, con ben dieci lungometraggi alle spalle, Denis Villeneuve è uno degli autori più rappresentativi del cinema contemporaneo. Nelle discussioni tra i cinefili viene spesso affiancato a Christopher Nolan, per il suo unire cinema d’autore e blockbuster con una poetica riconoscibile e personale.
E Prisoners è senza dubbio uno dei lavori più interessanti della sua carriera.

Prisoners: trama
Prisoners ha inizio con il rapimento di due bambine. Mentre il detective Loki (Jake Gyllenhaal) indaga sull’accaduto, il padre di una delle due bambine (Hugh Jackman) decide di prendere in mano la situazione, estorcendo la confessione al principale sospettato. Ma la verità è molto più complessa di come sembra.
Prisoners: recensione
Il 2013 è stato l’anno di Denis Villeneuve. Nel giro di pochi mesi sono usciti due film diretti dal regista canadese, Prisoners ed Enemy (solo negli Stati Uniti, in Italia Enemy è stato distribuito qualche anno dopo). Si tratta, tuttavia, di due film profondamente diversi. Laddove Enemy racconta la storia di un solo uomo, Prisoners è un film corale, che intreccia più storie e coinvolge una moltitudine di figure. Enemy, inoltre, è un film criptico, con un finale polisemico che lascia più domande che risposte. E non sorprende se pensiamo che è tratto da un romanzo di José Saramago.

Se quindi Enemy è lineare nello sviluppo, ma criptico nella sua risoluzione, Prisoners è l’opposto: è un film che procede stimolando il lavoro mentale dello spettatore, per poi presentargli una soluzione tanto coerente quanto soddisfacente. Prisoners, infatti, si inserisce perfettamente in quella corrente di opere thriller che negli ultimi anni hanno raccolto un grandissimo successo di pubblico e critica – si pensi ai film di David Fincher, ma anche alla serie di HBO True Detective o alla recente L’uomo delle castagne.
Per quanto, quindi, Prisoners sia diverso da Enemy, condivide insieme a lui tutti i tratti che caratterizzano lo stile di Villeneuve. Questo autore ha dimostrato anche con Dune di essere un regista che lavora prevalentemente con la tecnica cinematografica, ancora prima che con la scrittura: sono le immagini espressioniste e i suoni avvolgenti a dare senso alle scene nel cinema di Villeneuve, ancora prima dei dialoghi. Dune, con la sua cura per la fotografia e per il comparto sonoro, è un emblema di ciò, ma già Prisoners dimostra questa attitudine di Villeneuve, anche se tutto ciò è affiancato da una scrittura che, come nel caso di Sicario (2015), ha in realtà un ruolo centrale.

La scrittura è senz’altro uno dei punti di forza del film, nonostante qualche ingenuità che forse dimostra come il cinema di Villeneuve sia proprio un cinema prevalentemente visivo. Le ingenuità di cui si parlava, tuttavia, non impediscono al film di esprimere ciò che vuole. Quello che racconta Prisoners è un viaggio nell’oscurità dell’essere umano, una riflessione drammatica su come dentro di noi possa nascondersi un mostro a cui basta poco per essere svelato.
Prisoners è anche un thriller di investigazione. Ed è proprio nella sottotrama investigativa che le ingenuità di scrittura emergono di più. Queste due linee vedono protagonisti da un lato Hugh Jackman, efficace nel dare corpo alle diverse sfumature del personaggio di Keller.
A guidare la detective story è invece Jake Gyllenhaal, altro elemento che lega Prisoners ed Enemy. E anche su questo versante i due film appaiono molto diversi. Il detective Loki di Prisoners è un personaggio profondamente diverso dal protagonista di Enemy, è un individuo ambiguo, che talvolta lascia esplodere la propria violenza e a cui Gyllenhaal riesce a dare carattere anche attraverso un inaspettato ma efficace tic nervoso.

Questi due personaggi rappresentano l’anima del film. Nella loro ambiguità e nella loro incapacità di creare un reale legame con lo spettatore, Keller e Loki ci raccontano come il confine tra bene e male sia molto più sfumato di quanto crediamo. Si tratta di un tema su cui il cinema e la letteratura si interrogano da sempre, eppure Villeneuve non cede mai ad alcuna banalità. Con un incipit incredibilmente veloce e un finale quasi anticlimatico, Prisoners è un film che spiazza dall’inizio alla fine.
Prisoners: un cinema totale
Quella che Villeneuve mette in scena è un’idea di cinema totale, che utilizza tutti gli strumenti di cui dispone per coinvolgere lo spettatore. Anche in questo Villeneuve è accostabile a Nolan. Lo abbiamo visto bene con Dune, ma anche Prisoners cattura lo spettatore e lo trascina nell’universo del film. La fotografia di Roger Deakins è uno degli elementi che rimangono più impressi dopo la visione del film, insieme alla colonna sonora di Jóhann Jóhannsson.

Per questo Villeneuve è uno dei registi più rappresentativi della nostra epoca, perché in un periodo in cui il dibattito sulla sopravvivenza della sala è più acceso che mai, il suo cinema può rappresentare un intervento decisivo all’interno della discussione.
