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Il colibrì – il film di Francesca Archibugi tratto dal Premio Strega di Sandro Veronesi

Il colibrì – Trama

Marco Carrara (Pierfrancesco Favino) è Il colibrì, chiamato così dalla madre perchè basso e minuto fin da piccolo, dei suoi quattordici anni ne dimostra dieci, cresce in soli otto mesi di moltissimi centimetri, dopo una cura ormonale praticamente imposta dal padre nel suo unico atto d’autorità verso i figli.

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Marco è il secondogenito della famiglia e la sua peculiarità è mantenere intatta una posizione, concentrare tutte le sue energie nel mantenersi fermo: è il suo tentativo di immortalare e far durare l’attimo felice. Esattamente come fa un colibrì. Ma la sua vita è un turbine di prove, cadute, lutti e riavvicinamenti, che terremòtano ogni certezza e lo risucchiano in un’esistenza complessa, ingestibile e lontana dalla felicità.

Il colibrì

La perdita della sorella (Fotinì Peluso), l’ostilità con il fratello (Alessandro Tedeschi) per questo, i litigi dei genitori (Laura Morante e Sergio Albelli), il magnetismo materno, la fortuna al tavolo verde, lo scampo incredibile ad un terribile incidente aereo, sono tutti ingredienti che lo colmano di un urgente bisogno di serenità. IL suo amore è scisso tra la moglie Marina (Kasia Smutoniak), hostess slava che ha voluto conoscere e sposare perchè la sente gemella di sorte e Luisa Lattes (Berenice Bejo) passione adolescenziale francese, donna che non smette mai di incontrare e a cui dedica, ricambiato, sentimenti platonici e lettere.

Un cuore diviso, una nuova dimensione da separato, una figlia perduta anzitempo (Benedetta Porcaroli), una nipote da crescere solo, un alleato psicologico insperato (Nanni Moretti), vecchi vizi traditori e antiche amicizie salvifiche, una malattia ed una scelta definitiva.

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Il colibrì

Il colibrì – Recensione

Dall’omonimo romanzo premio strega di Sandro Veronesi, la Archibugi in apertura fuoriconcorso della 17.Festa del Cinema di Roma, confeziona una storia corposa che rende omaggio al tentativo di restare in vita non al successo dello stesso, perchè vivere significa lottare per esserci, non necessariamente riuscirci. Queste le parole-messaggio in bocca al Nanni Moretti psicanalista folgorato dall’ incontro con la famiglia Carrara, cellula in agonia per le sue incapacità relazionali ed i suoi disastri silenziosi che amplificano la caratura ontologica dell’esistenza.

Un’odissea umana, una valanga di eventi quotidiani ed impossibili, tra costruzioni segrete di rapporti ideali che finiscono nella direzione opposta a quella desiderata e rovesciamenti imprevedibili di situazioni. Marco e la sua inabilità sistematica a lasciar andare, a scegliere la drammatica maturità, ad accettare fino in fondo una perdita, lui tirato su da una madre cosi moderna, lui con una sorella così introspettiva, lui con una moglie così in colpa.

Il colibrì

Il ritratto di un uomo che ha tentato di amare, in modo giusto e sbagliato, e per questo vince, anche nella tragica resa finale; un affresco familiare di buona borghesia, con oltre tre generazioni e un ventaglio di personalità differenti, incagliato nei suoi incastri emotivi, tra gli anni ’70 ed i giorni nostri.

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Nonchè un monito a non bloccare il movimento, poiché la felicità è un attimo, è dinamica per sua stessa natura: fermarla per preservarla è un tentativo condivisibile, ma destinato a fallire. Bisogna lasciar accadere anche l’infelicità, e non rifiutarsi di accettarla, attraversarla anche nei suoi lutti più tremendi, perchè il dolore sa fare giri immensi e complicati, ma è anche in grado di rendere se non tutto, sicuramente qualcosa di ciò che prende. Esattamente come l’amore.

Il colibrì

Probabilmente la compressione della poderosa materia letteraria ed un montaggio ingombrante e nervosissimo, che annega le sequenze di flashback e flashforward, rende Il Colibrì film faticoso e distraente. La frammentazione continua non giova alla comprensione degli eventi, soprattutto alla loro scansione cronologica, e mette molta distanza tra lo spettatore e ciò che vede, compromettendone l’immedesimazione.

Alcune scene critiche di litigi e confessioni arrivano slegate da un sequitur di prima e dopo e si prendono lo spazio che trovano lasciando insoddisfatte le aspettative per le quali risulta evidente fossero state organizzate. Così la resa dei conti tra Marina e Marco, lo scontro tra fratelli dopo il suicidio della sorella, la famosa chiamata che annuncia la morte della figlia ripresa per almeno tre volte in un’estenuante rincorsa di ricordi: il risultato è una catena di flash scenici che collassa in se stessa, implode e reprime al contempo gli eventi e la loro portata emotiva, rendendo tutto di difficile e ficcante segnatura.

Il colibrì

De Il colibrì rimane essenzialmente un’enumerazione a tratti noiosa ed inconcludente di disgrazie vissute a metà nella maggior parte delle ipotesi, con alcune spiegazioni da parte del protagonista, della moglie o dello psicanalista (figura quest’ultima un po’ troppo demiurga rispetto agli eventi), sui segreti della vita, sulle gioie ed i dolori di una famiglia abbiente perseguitata da sfortune, degna di cotanta attenzione non si capisce bene perchè, stretta in un susseguirsi di scambi generazionali talmente vorticosi o melodrammatici da mettere generosamente in secondo piano verosimiglianza, interesse ed umana affezione.

Dunque eccessivo lavoro di montaggio, sceneggiatura rada, lacunosa, latitante e laddove si affaccia per più tempo soffriamo della didascalicità, dell’immobilità e dell’esplicito che ci viene trasmesso; un cast enorme, distribuito ed immobilizzato in poche sequenze, sottoutilizzato rispetto evidentemente allo scopo, al quid opaco dell’intera operazione, che intravediamo con stanchezza.

Il colibrì

Nota a margine: c’è un abuso di trucco e trucchi sui volti dei sempre noti interpreti per evidenziare il passaggio del tempo che loro non posseggono ma che si impone da copione, e questa operazione storpia le immagini ed i ritratti in caricature imbarazzanti, ferendo anche la poeticità che, ad esempio, si voleva suggerire nella fotografia finale. Non sia mai che in Italia si porti a compimento un cast ad hoc per facce non più giovani, o dichiaratamente anziane, protagoniste e co-protagoniste, al di fuori dei soliti nomi stagnanti.

Il colibrì – Cast

Se di Favino ormai conosciamo bravura e presenza scenica certa, sempre a Favino non si offre la possibilità di esprimersi fino in fondo, di lasciarsi toccare da una ferita intima, da un’insicurezza gentile perché travolto da vicende degne di tarature bibliche, cosicchè la sua sagoma schizza da fotogramma in fotogramma, senza lasciare impronta su nessuno. Una pesantezza che rende la figura del protagonista macchia appena umana nella marea del coro discordante.

Il colibrì

La Smutiniak spesso brava ed interessante, qui è quasi del tutto fuori di sè, non riconoscibile, senza tatto nè misura: inscena fragilità isteriche, banali, di scarsa fattura, abbassate nel peso da una sceneggiatura che elide momenti e pennellate che ce l’avrebbero fatta apprezzare maggiormente.

La Bejo soffre di una mancanza verbale oltechè fisica che non rendono giustizia al suo personaggio, il quale appare e scompare, come tutti del resto, senza lasciare vero segno, mentre Benedetta Porcaroli continua a non trovare una propria cifra stilistica che la consegni oltre l’argine della monoespressione.

Unica presenza benedetta, vitale ed oggettivamente imprevista è Massimo Ceccherini iettatore, fuori dagli schemi sfortunati ed autoriferiti di una famiglia che sembra avere tutti i problemi del mondo ma poi non viverne nessuno: lui, invece, con un’ironia dissacrante e disperante, fa l’unica cosa che potrebbe essere utile a questo serraglio ricco, sconnesso e fuori tempo massimo, ossia riportarci con i piedi per terra.

Ora ci si domanda quanto questo film, apparso non solo a noi ma a molti lontano dall’essere riuscito, possa essere costato in termini di cast tecnico ed attoriale, di ambientazioni, tutte rigorosamente in ville o appartamenti di un’eleganza scarsamente reale: probabilmente una spesa poderosa che grava sulle casse della nostra cultura nazionale e ci si interroga su un ostinato scollamento di certo cinema italiano da ciò che serve o potrebbe funzionare.

Il colibrì

Per citare un aggettivo che si usa spesso nelle critiche cinematografiche, anche se chi scrive in realtà non lo ama, il necessario manca, anzi è proprio perso di vista: non perchè tutto ciò che passa sul grande schermo debba esserlo, ci mancherebbe; ma anche collocarsi stabilmente agli antipodi è una recidiva disamorante che giustifica il pensare male.

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

La vita di Marco Carrara, figlio, marito, padre, nonno, scisso tra l'amore platonico di una vita ed un amore matrimoniale inquieto, tormentato dalla sorte negativa e dalla fortuna al gioco, uomo in lotta con la natura effimera della felicità fino all'ultimo istante. Dall'omonimo romanzo Premio Strega, un'epopea personale e familiare, frammentata, compressa, poco coinvolgente, che distrae nel montaggio, nell'alternarsi di piani temporali, in alcune interpretazioni fuori dalle righe o poco luminose, senza trovare un sincero quid che gli sopravviva.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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