Blackout Love – trama
Disponibile su Amazon Prime, prodotto dalla Groenlandia di Matteo Rovere, insieme a Rai Cinema, Blackout Love narra la storia di Valeria (Anna Foglietta), trentanove anni portati benissimo, grintosa coach di una squadra giovanile di pallavolo, affascinante single in grado di passare da una storia all’altra senza pensarci due volte: con disinibizione e rabbia repressa colleziona uomini e poi blocca i loro contatti, giovani e meno giovani che siano, convinta di dominare l’altro sesso ed il gioco della vita, probabilmente in cerca di qualcosa che non ha più.
Marco (Alessandro Tedeschi) il suo ex-storico l’ha lasciata un anno prima con un post-it, alle soglie del grande passo, ossia metter su famiglia, gettandola in uno stato di prostrazione enorme da cui, si è a fatica, ma, totalmente, a suo dire, ripresa. Gli unici a sostenerla sono stati i suoi amici la psicologa Silvia (Barbara Chichiarelli) ed il marito Fabrizio (Alessio Praticò), sposati, con figli, i quali diventano una sua seconda famiglia in cui sfogarsi, chiedere consiglio e trovare rifugio nei momenti cruciali.

Uno di questi si presenta inaspettato una sera in cui Marco ripiomba improvvisamente nella vita di Valeria dopo un grave incidente automobilistico, a causa del quale l’uomo resta vittima di un’amnesia a breve termine che lo blocca agli eventi in corso un anno prima, quando ancora lui e la donna erano assieme.
La nostra eroina, per benevolenza più estorta che convinta si immola a reggere il gioco e riassesta la propria vita portandola indietro di trecentosessantacinque giorni, quando i due erano ancora insieme. Ma il passato non si può riscrivere, e l’istinto a vendicarsi è molto arduo da mettere a tacere.

Blackout Love – recensione
Alla sua prima regia, Francesca Marino confeziona una commedia rock, vibrante ed elettrica, che carica e coinvolge i propri personaggi affondandoli totalmente nelle circostanze con serietà assoluta, tanto da sforare a volte in un dramma psicologico, a volte in un surrealismo riscontrabile in alcuni passaggi di trama semplificati e nella recitazione fortemente caricata in determinati punti della Foglietta.
Merito e colpa, insieme, di una vigorosa energia messa in circolo in scena, di un tappeto di importanti non detti che si pretende smaltire blandamente con una fuga, un comportamento da mantide, un mutismo ostinato e perdurante, un ghosting diremmo oggi emotivamente devastante che blocca ogni possibile evoluzione: Valeria e Marco sono in un loop, dentro cui Blackout Love gioca strutturalmente, reiterando medesime inquadrature ad inizio e fine film, complice l’atmosfera tematica dei deja-vù, del vuoto e del ritorno di memoria, del ricordo, assassino doloroso e traditore.

Lo stesso titolo in questo senso riassume simbolicamente il modus vivendi di quasi tutti i personaggi di Blackout Love: dalla difesa post trauma di Valeria, un mordi e fuggi che ama e dimentica chiunque gli vada, alla freddezza apparentemente insensata di Marco, capace di lavar via con un colpo di spugna senza lasciare aloni cinque anni di relazione, dal tradimento avvenuto, taciuto e subito normalizzato della coppia di amici, Silvia e Fabrizio, campioni apparenti di solidità e di affiatamento, alla madre di Marco, Rosemary (Anna Bonaiuto), che rifugge ogni stereotipo di suocera, insospettabile spalla di Valeria, la sua nuora preferita, donna piacente che ama e lascia andare ragazzi più giovani con cui chatta tranquillamente su whatsapp, consapevole di aver viziato il figlio allontanandolo dalle responsabilità.
Blackout Love sfoggia una colonna sonora invadente e di notevole portata (partendo dai Kiss, in rigoroso vinile ascoltati da Marco), che dialoga con le fiamme caratteriali della protagonista, un esemplare femminile emotivamente colmo, in rotta con l’orgoglio machista, non disposta a perdonare, semmai a rieducare barbaramente l’intero genere maschile colpevole di averla fatta soffrire malamente, di averne straziato speranze e fiducia, che una volta perse, soprattutto a certe età, si credono irrecuperabili.

E’ una rottura come se ne possono raccontare molte ai nostri giorni, fatta di obblighi lavorativi che vincolano ad assenze, di paure non dette, di isterismi individuali, protagonismi, dialoghi ascoltati a metà, mezze prospettive, maturità non sufficientemente sagge, alcune bugie e poco tempo da condividere: ma qui, nonostante la leggerezza di fondo, c’è una presa di petto delle situazioni, vissute tutte “a cento all’ora”, in modo epico, con una furia verso l’altro che spesso lascia affacciare il dramma reale camuffato sotto i sospiri ed i tempi comici di una rom-com sentimentale in cui i due beniamini sono pieni di ragionevoli difetti e tutt’altro che adorabili .
L’amore è una guerra ed è incomprensibile il suo funzionamento, è cura, lavoro, continua sorpresa e continuo fallimento, in particolare se si pretende di possedere l’unica versione dei fatti, il solo punto di vista ammissibile sulla vicenda: Blackout Love ribalta le ragioni ed intreccia i piani di ascolto, nella pur prevedibilità delle sue montagne russe, non tira indietro il freno mai, lasciando sporcare i suoi personaggi in tutto il fango prosaico che una relazione schiva da responsabilità può produrre. Alla base le stesse urgenze di sempre: paure reciproche ed ascolti negati.

Di qui la corsa a non capirsi, l’equivoco ingigantito, la fame di ripicca, la nostalgia profonda di sapere di non aver fatto tutto quello che si poteva fare, di non aver detto tutto quello che si poteva dire, per evitare la perdita reciproca. Mentre la reviviscenza del passato è un territorio non privo di insidie: ha limiti, leggi e costi da scontare molto chiari e spesso crudeli, è un suolo più volte esplorato (ed abusato) da film con intrecci romantici, per la chance che offre di nutrire la favola, il sogno, il quasi impossibile, per la sua ipoteca sul tempo, la bolla di perfezione che permette di creare, salvo poi precipitare nella sua scadenza, nel presente ritrovato, o in un’oblio da rifiutare.

Blackout love – cast
La Foglietta è impegnata in un vorticoso tour de force che la spinge dentro e fuori un ventaglio di azioni e reazioni estreme, a volte infantili, sicuramente dense ed emotivamente stressanti: non c’è quasi mai calma, difficile è la resa, anche se quando accade, perché prevedibilmente accade, rincara la soddisfazione di chi in essa ha ovviamente sperato.
Ottimo comprimario Tedeschi, che invece resta, nel ritmo rocambolesco della storia, continuamente ancorato ad un’organicità poderosa, fuor di ammiccamenti: ci dona se stesso e il personaggio in modo disarmante, mostrando sul finale un cuore aperto e generoso d’attore, e la tenera commozione che può venir fuori dall’uomo che ammette i propri limiti, con i suoi stessi propri limiti. Di spessore il resto del cast che dona carattere e profondità ad una commedia che senza certa consapevolezza e spregiudicatezza anche interpretative brillerebbe sicuramente meno.
