domenica, 28 Novembre, 2021

Tre piani: la recensione del film di Nanni Moretti

"Tre piani" è l'ultimo film di Nanni Moretti. Applauditissimo a Cannes, il film mette in scena un'umanità abitata dal sospetto e impietrita dalla paura del perdono. Un film fatto di case le cui porte si chiudono troppo in fretta e di persone che non sanno più da quale balcone affacciarsi per riprendere fiato.

Un film pronto già da un po’. Conservato in freezer per un anno e mezzo. Tre piani ha pazientemente atteso la riapertura delle sale difendendosi strenuamente dalle lusinghe commerciali di Netflix. Il suo “scongelamento” al Festival di Cannes ha suscitato 11 minuti di applausi. Una standing ovation che celebra la riapparizione del cinema al cinema, e il ritorno di Nanni Moretti lì, dove esattamente 20 anni fa, aveva conquistato (ultimo italiano a farlo) la Palma d’oro con La stanza del figlio.

Per la prima volta Nanni Moretti adatta per il grande schermo un romanzo. Questa storia di fratture familiari e borghesia condominiale non l’ha scritta lui, il regista di Ecce bombo e Palombella Rossa, ma l’israeliano Eshkol Nevo (Neri Pozza Editore) . Le case, le porte, i cancelli che imprigionano le vite dei personaggi non sono i muri di Tel Aviv, ma quelli dei quartieri di Roma.

Il mondo, isolato dalla sua chiassosa pluralità, è intimamente ingabbiato in un condominio: tre piani, tre rampe di scale a dividere destini smarriti, tre salti temporali ad accelerare il decorso del dolore, di quel dolore a cui non basterebbe un solo film per essere raccontato. Così Moretti sceglie di farci rincontrare i suoi personaggi ogni cinque anni, per vedere come sta andando, per testimoniare che il tempo è passato senza cambiare niente.

Camera fissa e immobilismo morale

Le mura degli appartamenti dell’immobile borghesia romana si sgretolano davanti alla camera fissa di Nanni Moretti. Dietro la cinepresa Moretti conserva l’intima e perversa curiosità nei confronti dei contraccolpi generati dalle decisioni sbagliate ma perde la passione per il contradditorio. E questo si ripercuote su ciò che vediamo accadere davanti alla cinepresa, dove la solitudine dovrebbe urlare, ma il suono non è quello della disperazione. Perché Tre piani non assomiglia a un film di Nanni Moretti. Mentre di questi tempi si avrebbe tanto bisogno di celebrare il fascino della ragionevole contestazione.

L’immobilismo dell’umanità che abita sui tre pianerottoli di Moretti evidenzia la rigidità di una morale che non sa adattarsi nemmeno all’amore, ma la messa in scena appare fin troppo irrigidita, impegnata in un inutile tentativo di astrazione della rappresentazione. La narrazione filmica di Tre piani resta quasi annichilita nel suo confronto con il mondo: la libertà che cerca, le possibilità che offre ai suoi personaggi, sono tutte ipotesi realizzabili solo al di là della realtà, oltre le identità, i ruoli e le relazioni in cui essa stessa si mostra come indissolubilmente impigliata.

Tre piani

Nanni Moretti e la paura dei cancelli

Come profetizzato ai tempi di Caro Diario: “Questo, mi spaventa. Cani dietro i cancelli, videocassette, pantofole”. E lì sui tre piani della condominiale routine borghese se ne potrebbe restare davvero in vestaglia, tramortiti sul divano, al sicuro dietro le proprie finestre. Perlomeno fino a quando un’automobile non irrompe sulla scena, incrociando la richiesta d’aiuto di una donna incinta e investendone una seconda prima di schiantarsi contro la vetrata del piano terra. Dallo schianto prendono vita i tre atti di questa storia, narrati con salti in avanti di cinque anni, e che mediante intrecci a volte impercettibili, talvolta decisamente più ingombranti, mescolano i destini dei residenti della palazzina.

Al primo piano abita il sospetto, che si tramuta ben presto nell’ossessione, nella necessità quasi fisica di dare un nome alla propria paura. È il dubbio logorante di Lucio (Riccardo Scamarcio) che teme che la figlioletta sia stata oggetto di attenzioni morbose da parte dell’anziano vicino. Al secondo piano è di casa la solitudine di una donna alle prese con la maternità. È la depressione di Monica (Alba Rohrwacher) che mette al mondo sua figlia mentre il marito (Adriano Giannini) è lontano per lavoro. Al terzo piano dimora l’abitudine, la granitica convinzione che di strada giusta ne esista una soltanto, quella che già si è deciso di percorrere. È la strada di Vittorio e Dora (Moretti e Margherita Buy), entrambi giudici, entrambi irrigiditi dalla conseutudine, alle prese con un figlio che deve affrontare un processo per aver travolto e ucciso una donna dopo essersi messo al volante ubriaco.

Ognuna di queste storie nasce dalla vertigine di uno smarrimento. Moretti ha uno sguardo disincantato nel ritrarre un’umanità stanca, logora, che preferisce occultarsi dentro al solito abito nero consigliato dalla tradizione, invece di reinventarsi in un liberatorio abito a fiori.

Tre piani e l’immobile rabbia dei suoi personaggi

Tre piani è un film di colpe e di astiose accuse, di strappi e responsabilità insostenibili, e di uomini che non sapendo perdonare restano immobili. E mentre gli adulti non crescono né invecchiano, cristallizzati entro la loro paura, i più giovani crescono, eccezion fatta per Andrea (Alessandro Sperduti), il figlio della coppia di giudici, unico però ad affrontare un reale e consapevole percorso di cambiamento.

Tre piani vanta una sorprendente tenuta a livello di tensione narrativa d’insieme. Risultato affatto scontato se si pensa al carico di eventi che Moretti eredita dal romanzo di Eshkol Nevo. Eppure si avverte troppo chiaramente la mancanza di un sobbalzo emotivo, di una spontaneità collerica, di quella pulsione viscerale a cui il cinema di Nanni Moretti ci aveva abituato. Quell’intuizione è rintracciabile solo in qualche sparuto dettaglio, come quando Alba Rohrwacher ordina ai suoi pensieri di non sostare in quel bar che “ha un arredamento che non mi piace”, suggerendosi di immaginare se stessa in altri luoghi.

Troppo poco per farsi bastare la fluidità degli snodi narrativi, troppo poco per evitare di restare imbrigliati in una rappresentazione troppo trattenuta. Tre piani dovrebbe lasciar trapelare tra le pieghe della sua minimale rigidità l’irruente lamento di un’umanità stanca di essere irretita dalla consuetudine borghese, mentre finisce per dimenticare di appassionarsi fino in fondo alle storie che racconta.

Tre piani e la mancata connessione con la contemporaneità

Il film resta frenato, un po’ come i suoi personaggi, dalle mura domestiche, risultando incapace di raccontare efficacemente il mondo là fuori. Certo, l’aver tardato l’uscita di un anno e l’affacciarsi ora ad una contemporaneità stravolta dalla pandemia fa apparire questa storia ancor più socialmente superata, politicamente inesistente. I giovani di Tre piani strimpellano il basso, si ribellano ai genitori alzando il gomito e scaraventano sedie contro i padri autoritari. Come negli anni Settanta. Margherita Buy è costretta alla fuga mentre per strada imperversa una manifestazione contro i migranti. Un conflitto che irrompe nell’opprimente disagio domestico troppo brevemente, senza connettere la solitudine privata con lo smarrimento sociale.

Tre piani è un film affollato di eventi, che sa non lasciarsi travolgere dall’accesso di trama. Eppure Nanni Moretti lo preferivamo in quei film dove non succedeva nulla. In quei film in cui con la camera fissa e le sue ossessioni sapeva farci ridere a denti stretti dell’assurdità delle nostre vite.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Tre piani vanta una sorprendente tenuta a livello di tensione narrativa d’insieme. Eppure il film resta frenato, un po’ come i suoi personaggi; irrigidito in una messa in scena che dovrebbe far esplodere le tensioni ma finisce per sedarne le pulsioni.
Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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