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Un uomo da marciapiede, un sogno americano che s’infrange

Un uomo da marciapiede (1969), diretto da John Schlesinger, è uno dei film che hanno raccontato meglio il sogno americano. Nel suo fallimento.

Lo ha fatto attraverso le vicissitudini di due personaggi entrati nella storia del cinema: il giovane e aitante John Buck e l’italiano Enrico ‘Rico’ Rizzo, soprannominato con disprezzo “Sozzo” (in originale “Ratso”).

I nomi scelti sono rappresentativi dei personaggi cui sono attribuiti. Se in inglese statunitense la parola buck significa dollaro e fa riferimento anche a una posizione sessuale, il soprannome in lingua originale di Rizzo, Ratso, suona più o meno come “topo di fogna”.

Un uomo da marciapiede, la trama

La trama chiarisce il motivo della scelta dei nomi dei protagonisti di Un uomo da marciapiede.

Le vicende prendono avvio da John Buck, giovane bello e di belle speranze, che decide di mollare la provincia e il proprio lavoro come lavapiatti per tentare la fortuna a New York.

Nella Grande Mela diventerà un “uomo da marciapiede” per signore facoltose e scoprirà che la vita nella grande città non è come se l’era immaginata.

Poi irromperà nella sua vita Enrico, immigrato di origini italiane, e qualcosa cambierà.

Un uomo da marciapiede, Dustin Hoffman in una scena del film

L’illusione del sogno americano

L’illusione del sogno americano è senza dubbio il tema portante di Un uomo da marciapiede. Da una parte troviamo John e le sue illusioni di successo, dall’altra parte la totale disillusione e il perenne tentativo di fare buon viso a cattivo gioco di Enrico.

Se John è un americano che migra dalla provincia verso la metropoli, Enrico è (stato) un forestiero che è partito per cercare, senza successo, la fortuna oltreoceano.

Entrambi si trovano a vivere alla giornata e a campare di espedienti. Enrico è il perfetto testimonial di ogni migrante disagiato costretto a vivere ai margini della società. Ha occupato un lurido appartamento facente parte di uno stabile fatiscente, nel quale passa il rigidissimo inverno newyorkese senza riscaldamento. Si sfama con la verdura rubata al fruttivendolo e rubacchia dove può.

Il suo soprannome rispecchia anche il suo aspetto: piccolo, con denti giallognoli e perennemente affamato, Ratso ricorda volutamente un topo. D’altra parte, era proprio come topi che i disegnatori statunitensi di inizio Novecento rappresentavano gli immigrati italiani: bestie in arrivo a milioni sui bastimenti e pronti a diffondere malattie e crimini nel continente.

Il punto di vista di un ragazzo squillo

I film che trattano il tema della prostituzione maschile, negli anni di Un uomo da marciapiede, si contano sulle dita di una mano.

Qualche anno prima dell’uscita del film, nel ’61, era uscito La primavera romana della signora Stone di José Quintero, tratto da un romanzo di Tennessee Williams. Nella pellicola in questione è presente il personaggio di uno gigolò di origini italiane, Paolo Di Leo, interpretato da Warren Beatty.

Nel 1968, invece, uscì uno scandaloso film di Paul Morrissey prodotto dalla Factory di Andy Warhol: Flesh (“Carne”), il cui protagonista Joe si prostituisce per mantenere moglie e figlia. Joe fu impersonato da Joe Dallesandro al suo debutto cinematografico, che poi divenne una creatura warholiana.

Ma Un uomo da marciapiede è diverso da tutti i suoi predecessori e successori: è giovane e sognante, ancora illuso di poter spaccare tutto. Non è patinato come sarà il Richard Gere di American Gigolò (1980), né tragico ai livelli di Gigolò di David Hemmings (1978), l’ultimo film al quale prese parte Marlene Dietrich.

Né certamente trasgressivo a tutti i costi come Math, lo skater di The Smell of Us di Larry Clark (2014). No: Joe Buck è diverso. Ispira innocenza e buon cuore, oltre alla strafottenza e al senso di onnipotenza, che si ritroverà a dover ridimensionare.

Inoltre, con la sua giacca di renna con le frange, il cappello da cowboy e i texani, lo spettatore non potrà che trovarlo ridicolo e tenero al tempo stesso. Sarà proprio un cambio radicale di look a decretare un cambiamento avvenuto nel personaggio e a riconsegnarcelo come un uomo nuovo.

Un uomo da marciapiede, Jon Voight in una scena del film

L’omosessualità maschile

Un tema importante, e rilevante negli anni in cui è uscito Un uomo da marciapiede, è quello dell’omosessualità. Se John parte per New York City nell’illusione di diventare il gigolò per signore più ricco della città, capisce poi di non avere poco mercato con il pubblico femminile. Sono gli uomini a volerlo e a cercarlo, soprattutto nei panni dell’aitante cowboy.

Vale la pena di ricordare che nel 1969, anno di uscita del film, negli Stati Uniti il dibattito sull’omosessualità era in corso, anche in campo psicanalitico: molti studiosi erano ancora convinti che si trattasse di una malattia, per di più contagiosa.

Il tema era particolarmente caro al regista John Schlesinger, che era omosessuale, sul tema aveva già girato Darling (1965) e girò questo film negli USA, dove l’omosessualità era criminalizzata in 49 Stati. Proprio l’estate in cui uscì il film, il 27 giugno del 1969, sarebbero scoppiate le rivolte di Stonewall al Greenwich Village che portarono alla nascita del movimento di liberazione gay.

L’intento di Schlesinger, comunque, non era quello di girare un film gay: “Non stiamo facendo un film gay. Stiamo facendo un film su queste due persone e su ciò che accade loro a New York”.

Un uomo da marciapiede, i due protagonisti del film

La solitudine di due emarginati

Il vero intento, per ammissione del regista, era mostrare la vulnerabilità dei due personaggi e il loro reciproco e progressivo attaccamento, legato alla dipendenza reciproca che li lega.

Queste le parole del critico Glenn Frankel, autore del libro Shooting Midnight CowboyArtSexLonelinessLiberation: ”Queste sono due delle creature di Dio più sole al mondo. E arrivano a fare affidamento l’uno sull’altro. Ma è un processo molto lento. (…) All’inizio preferirebbero affidarsi a qualcun altro, ma non c’è nessun altro. E il lento riconoscimento di ciò e la volontà di ammettere una certa vulnerabilità, è la qualità più duratura del film. La ragione per cui più di ogni altra cosa vale la pena guardare il film nel 2021, è quel tipo di relazione forgiata dalla disperazione che è davvero rara e gestita magnificamente senza un briciolo di sentimentalismo o romanticismo”.

Un uomo da marciapiede, i due protagonisti in una scena del film

L’uomo da marciapiede, il cast

Veniamo agli interpreti. Nei panni dell’alto-biondo-occhiazzurri John Buck, troviamo Jon Voight, attore noto tanto per la sua interpretazione in Un uomo da marciapiede quanto per il fatto di essere il padre di Angelina Jolie. A tre anni dall’uscita del film si sarebbe sposato con Marcheline Bertrand e avrebbero avuto la loro prima figlia.

Qui Voight è alle prese con il suo terzo film, per il quale nel 1970 è stato poi candidato ai Golden Globe come Miglior Attore in un film drammatico e agli Oscar come Miglior Attore Protagonista, riuscendo a vincere il Golden Globe come Miglior Debuttante.

Tra gli ultimi film cui ha preso parte, c’è anche il fantasy potteriano Animali fantastici e dove trovarli di David Yates (2016).

Nel ruolo dolente di Enrico Rizzo giganteggia, invece, Dustin Hoffman: al contrario di Voight, all’epoca Hoffman comincia già ad essere una star. Due anni prima dell’uscita di Un uomo da marciapiede, è già stato protagonista di Il laureato di Mike Nichols (1967) e ha ricevuto tre candidature tra Golden Globe e Oscar vincendo, come Voight, quella al Golden Globe per il Miglior Debuttante.

Da qui in poi arrivano candidature a cascata e successi cinematografici. A questo film seguiranno, nella sola decade del 1970, Il piccolo grande uomo (1970), Cane di paglia (1971), Alfredo Alfredo (1972), Lenny (1974), Tutti gli uomini del presidente (1976), Il maratoneta (sempre di Schlesinger, 1976) e Kramer contro Kramer (1979).

Nessuno come lui sarebbe riuscito a rendere il personaggio penoso ma tenero e dall’aspetto misero di Rizzo, uomo dai sogni infranti. Che qualcuno ha definito come un Benjamin Braddock (protagonista di Il laureato, ndr) che non ce l’ha fatta.

Un uomo da marciapiede, Dustin Hoffman in una scena del film

Un uomo da marciapiede, le conclusioni

Un uomo da marciapiede è un film tanto universale nel suo raccontare la storia di due solitudini e l’infrangersi dei sogni di gloria contro la dura barriera della realtà quanto particolare nel descrivere un’epoca. Un’epoca di grandi trasformazioni sociali e politiche, per un’America che sta ricostruendo la propria identità e dando per la prima volta voce a coloro che fino ad allora aveva lasciato ai margini.

Impossibile, per lo spettatore, non ritrovare sé stesso in quelle solitudini, che oggi paiono inevitabili in un mondo che corre veloce e non guarda in faccia nessuno. Le interpretazioni e la chimica tra i due attori, unite ad alcune sperimentazioni di regia, rendono questo film un autentico capolavoro del cinema da vedere e rivedere più volte.

PANORAMICA

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Un uomo da marciapiede è un film tanto universale nel suo raccontare la storia di due solitudini e l'infrangersi dei sogni di gloria contro la dura barriera della realtà quanto particolare nel descrivere un'epoca. Un'epoca di grandi trasformazioni sociali e politiche, per un'America che sta ricostruendo la propria identità e dando per la prima volta voce a coloro che fino ad allora aveva lasciato ai margini. Impossibile, per lo spettatore, non ritrovare sé stesso in quelle solitudini, che oggi paiono inevitabili in un mondo che corre veloce e non guarda in faccia nessuno. Le interpretazioni e la chimica tra i due attori, unite ad alcune sperimentazioni di regia, rendono questo film un autentico capolavoro del cinema da vedere e rivedere più volte.
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