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The Holdovers – Lezioni di vita: recensione del film Alexander Payne

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The Holdovers (2023), in sala in questi giorni con il sottotitolo Lezioni di vita, è l’ultimo film di Alexander Payne, regista di successi particolari e particolarmente ricordabili come A proposito di Shmidt (2002), Sideways (2004), Paradiso Amaro (2011), Nebraska (2013), ed è un’opera che ha da poco regalato al suo protagonista Paul Giamatti e alla sua interprete Da’Vine Joy Randolph, il Golden Globe rispettivamente come miglior attore protagonista e miglior attrice non protagonista in una commedia.

Fuori concorso allo scorso 41mo Festival del Film di Torino, The Holdovers vede al centro della vicenda una relazione tra individui diversi e sofferenti, non accettati, brillanti ma solitari, condannati da un troppo sentire e da un’inermità di fondo che li destina ad essere scavalcati o aggirati nella giungla dei più corazzati.

The Holdovers

E’ il rapporto tra un maestro non empatico ed un suo allievo intimamente renitente, poli lunari apparentemente inconciliabili, capitati sulla stessa faccia sfortunata del satellite.

The Holdovers – Trama

L’ America si prepara a festeggiare il capodanno del 1970, il Natale arriva e con esso le sospirate vacanze anche alla Barton Academy, nel New England, scuola per giovani rampolli molto benestanti: l’ultimo giorno di lezione ognuno fa i propri bagagli per raggiungere le rispettive famiglie.

Paul Hunham (Paul Giamatti), integerrimo e preparatissimo insegnante di lettere antiche, ha pestato i piedi al figlio di un senatore sporcandogli il curriculum con una meritatissima insufficienza ed il preside lo punisce ordinandogli di restare nel collegio durante le vacanze natalizie per sorvegliare quei pochi ragazzi che non torneranno a casa durante il periodo di sospensione della didattica.

The Holdovers

Inizialmente sono cinque giovani, adolescenti di diverse età, a dover rimanere sotto le non indulgenti attenzioni di Hunham, il quale prevede per loro un percorso di studi e disciplina fisica che li rivedrà sani e ben preparati alla ripresa delle lezioni. Ben presto un elicottero si porta via il più fortunato di loro: il facoltoso papà è venuto a riprenderselo ed ha invitato i ragazzi rimasti, a venire in vacanza col figlio sui campi da sci.

Tutti ricevono per telefono il consenso dei genitori, tranne Angus Tully (Dominic Sessa): sua madre è in viaggio di nozze col nuovo compagno e non è rintracciabile. Così inizia un periodo di convivenza e conoscenza tra due nemici che si vorrebbero odiare o preferirebbero una cordiale, reciproca indifferenza, e che invece iniziano a doversi sopportare e supportare, tra litigi, prese di posizioni, strappi al regolamento, corse in ospedale, feste di fine anno, gite non autorizzate e dolorose rivelazioni personali e familiari.

Accanto a loro Mary Lamb (Da’Vine Joy Randolph), la cuoca della scuola, una madre che ha perso il giovane figlio in Vietnam e che occupa e raddrizza indirettamente i loro sbalzi emotivi con un’empatia al di sopra delle parti.

The Holdovers

The Holdovers – Recensione

The Holdovers racconta qualcosa che si è sempre raccontato e sempre visto: il passaggio all’età adulta di un adolescente problematico, fortunato e sfortunato insieme, ad opera di un campione di virtù superbamente ignorato dalla società che lo circonda. Due lunatici, a loro modo trasgressivi, due individui feriti in modo diverso ma complementare, abbandonati e riacchiappati dallo stesso candore umano che, sotto una patina di insofferenza e ribellione, li accomuna più di quanto non si dicano espressamente.

Passaggio all’età adulta statico e dinamico

Un romanzo di formazione che parte da un interno antico, polveroso e rigoroso, alla Harry Potter senza quella stessa magica aspettativa, e si snoda sulle vie innevate che portano il fuori ad incidere sul dentro dei personaggi, a cullarlo per un po’ in un’aspettativa di riscatto, a tradirlo sul più bello, ad osservarlo mentre ai bivi sceglie dove e come finire, lasciandolo spesso a piedi, su una strada, o in procinto di cambiarla.

The Holdovers

Non siamo al cospetto di un mentore alla Robin Williams, capitano nella sua classe di passione e dramma nell’indimenticabile L’ Attimo Fuggente; siamo davanti a qualcosa di meno epico e più moderno, cui Payne ci ha spesso abituato ad assistere: le rivoluzioni interiori, progressive, assolutamente verosimili, che banalmente l’incontro-scontro di antieroi per eccellenza ha la fortuna di produrre.

Rivoluzioni interiori, storia semplice, personaggi complessi

The Holdovers è una storia di personaggi innanzitutto: quel che capita loro è secondario, prevedibile, già scritto; il focus è sul chi essi siano, sul da dove vengano: un incidente, un party, una trasferta per divertimento, una confessione personale, un ricongiungimento familiare sono topoi fissi. Ciò che conta è come si arriva a quei punti, passo dopo passo, e come ci si trasformi durante il percorso in modo del tutto credibile, senza mai forzare sul piano estetico, del compiacimento, della performance o della sensazione.

The Holdovers

Paul ha la stortura necessaria a farne un campione di luce: un occhio che va per conto suo, un odore non piacevole dovuto ad una malattia impronunciabile, una rigorosa pedanteria nel citare classici, cui affida pedissequamente tutta l’interpretazione della vita, l’affezione troppo disinvolta per l’alcool, il rancore verso chi, pur avendo tutti i mezzi necessari, si appropria ingiustamente di successi altrui ed una dedizione un po’ reale, un po’ costruita alla solitudine del cuore e del corpo, che con il Natale, si sa, acuisce la sua stretta malinconica.

L’incontro-scontro di due antieroi, due solitudini ferite

Angus, invece, è l’antipatico per professione, una parola sbagliata un po’ per tutti i compagni, due volte cacciato da scuole per motivi di condotta, a rischio di essere rinchiuso definitivamente in un’accademia militare, l’intelligente che se si applicasse di più potrebbe fare di più, disperatamente solo, disperatamente attaccato al ricordo di un padre vero, non di un volto perso in mezzo ai fumi del delirio psichico, disperatamente bisognoso di vita e di amore, sentimenti anche questi, che la magia natalizia, rinfocola non poco.

The Holdovers

Ed ecco la ricetta di Payne per demistificare la squisitezza del Natale, che non mette tutti d’accordo, non regala lieti fini, non travalica la durezza del momento: è, semmai, una parentesi di verità, di auto-rispecchiamento, una resa dei conti che spesso non va come si vorrebbe, un ostacolo da inghiottire per riuscire a proseguire con un po’ meno zavorra addosso.

Il Natale alternativo di Payne: lutti, abbandoni, rinascite, confessioni

Troviamo, perciò, le vicende semi-sgangherate di un improbabile padre con il suo improbabile figlio, il maestro cattivo con l’alunno storto, la coppia che scoppia e che si salva a vicenda, accompagnata con grazia da una madre putativa a lutto, che ricorda per presenza fisica, colore della pelle e dolore portante, quanto la mole delle ingiustizie sociali negli Stati Uniti pesi sempre, soprattutto ed innanzitutto sulle spalle dei più poveri, che sono i più umilmente impiegati, cioè i più storicamente perseguitati.

The Holdovers

Gli eventi della grande storia, la guerra nel Vietnam, il rumore sessantottino, la nuove libertà di inizio decennio, sono sullo sfondo, attutite dalla neve dei panorami geografici che in Payne, come in pochi altri autori, ricordano e raccordano le situazioni emotive dei protagonisti, parlano ai loro dolori, a volte affondando il colpo a volte fasciando la ferita.

Cura nella ricostruzione epocale, attenzione alla geografia

Le riprese sono in una qualità che rende il risultato vintage, gli inserti televisivi sono fedeli testimonianze di quel periodo, si intravede anche su grande schermo con un Hoffmann d’annata impegnato ne Il piccolo grande uomo, uno dei primi successi cinematografici degli anni Settanta.

The Holdovers – Cast

Giamatti guida la fisicità difforme, alterata ma dignitosissima del trio protagonista, con una resistenza alla passione che lo vince in pochi determinanti momenti, in cui riemerge la sua corposa fragilità.

La Randolph ha una sicurezza scenica di gran pregio e sicuro effetto, capace di fare la differenza all’interno di dialoghi o battute non originali.

Dominic Sessa, al suo esordio cinematografico, parte in sordina svolgendo meccanicamente il proprio compito, ma assesta i colpi migliori sulla libera parola, il piccolo monologo, laddove il rapporto si approfondisce di più, i legami stringono, l’abbandono e la virtù si fanno maggiormente sentire.

The Holdovers è un gioiello di antiquariato riprodotto da un amante del moderno e delle storie di cuore, di quelle che non sobbalzano, ma sono lasciate sobbalzare, un “maratoneta delle emozioni”, che si vede nella distanza e non nell’escamotage, con classe intatta e la malinconia per un tempo, un’integrità, uno stare al mondo ed un cinema che ora non ci sono più.

The Holdovers – Trailer

PANORAMICA

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

All'alba del 1970, nel New England, Paul Hunham, integerrimo e poco amato professore di lettere antiche in un college per ricchi rampolli è costretto a sorvegliare durante le vacanze di Natale un alunno che non fa rientro dalla sua famiglia. Romanzo di formazione, statico e dinamico, ritratto di due solitudini ferite e bisognose d'approvazione, due generazioni in debito d'amore, storte, complici loro malgrado. Una vicenda semplice e non originale, onesta e totalmente verosimile. Brilla la presenza scenica sicura e non conforme degli interpreti.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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