lunedì, 19 Aprile, 2021
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La Ballata di Buster Scruggs

Agli inizi del Novecento ballò sulla morte, Edgar Lee Master, con un’antologia poetica in versi sciolti da lui composti, dedicata ai defunti di Spoon River, cittadina di fantasia abitata da anime ancora colme della vita trascorsa, in libera testimonianza di sè e di quanto il trapasso sia faccenda che renda struggente il passato, capovolga il presente e faccia ripensare al futuro, mentre casualità ed umanità restino in dirompente tragico accordo: i fratelli Coen con la loro Ballata di Buster Scruggs masticano e ricostruiscono un po’ quella stessa atmosfera, concreta ed astratta, che contiene il qui e l’altrove, immergendoci in un far west antologico con crismi da manuale, fatto di indiani, fuorilegge, saloon, carovane, cowboy, cercatori d’oro, coloni, briganti, damerini, proiettili vaganti, duelli, miseria, fatalità e canzoni strimpellate, rituali, balorde o d’ambientazione.

La Ballata di Buster Scruggs

Nata come esercizio di sceneggiatura che il virtuoso duo registico ha applicato in un lungo lasso di tempo ad una serie di brevi racconti western, il film presenta una struttura episodica, nostalgico richiamo ad un genere cinematografico, ieri maggiormente frequentato, oggi più desueto, di cui evidenziamo l’insita difficoltà di resa, sia per la tenitura complessiva della parabola, sia per la coerenza tematica che, se frammentata, può rivelarsi arma a doppio taglio costringendo ad operazioni smaccate, descrittive od infeconde. Qui questo pericolo è sventato, grazie all’acume ed al piglio cui ci ha abituato il marchio di fabbrica dei Coen: dunque sei cortometraggi, pensati inizialmente come serie televisiva poi compendiati in un unico film, con rammarico di alcuni per il mancato sviluppo del corposo materiale a disposizione che ben si prestava ad approfondire immaginario, personaggi e contesto.

Eppure in poco più di due ore si offre con brio spiazzante, crudeltà ed ironia, il panorama vitale del selvaggio-per-antonomasia far west, la frontiera dell’essere umano nelle terre d’oltreoceano, la storica giungla americana, tremenda e bellissima, l’alchimia squilibrata di ambizione e perdizione, forza e gentilezza, natura lussureggiante e panorami desertici, successo e rovina, prevaricazione e giustizia deforme, ubriacatura e serenate, lacrime e sorrisi, solitudine ed inaspettate solidarietà.

La Ballata di Buster Scruggs

Buster Scruggs (Tim Blake Nelson) è il primo personaggio di questa carrellata, un wanted vivo o morto, dal grilletto velocissimo e precisissimo e l’ugola generosa, una guida all’argomentum e allo spazio dell’opera: dalle sue gesta, tra le polverose cittadine del west, gli edifici nel mezzo del nulla e le sconfinate praterie, prende varie forme la lotta più o meno scomposta per la sopravvivenza di tutti gli altri character, assistita dal pericolo di cadere sempre sul più bello: si alternano la fragilità di ogni piccola potenza umana, la ridicola fine che molte di esse fanno e il paradosso della giustizia terrena, non meno surreale di quella divina. Il criminale che più in alto sale, meno riesce a scampare; il debole apparente si salva per miracolo e profusione di fede propria, il debole vero e proprio no; il surreale diventa reale ed il reale, surreale; la corsa alla vita calpesta menomati, fanciulle intelligenti ma pur sempre indifese e simpatiche canaglie; c’è il torto che si veste da ragione e viceversa, oppure il torto che non vogliamo veder espiato e la ragione che non vogliamo veder compiuta; uomini in sfogo libero sui loro istinti, o malamente camuffati da benefattori, sbruffoni, ladri, nullatenenti, affabulatori, talmente innocui da non poter finire bene, oppure talmente marci che solo nel male possono sfociare.

Non è un paese per buoni il far west dei Coen, parafrasando il loro ferocissimo Non è un paese per vecchi, e forse non è nemmeno un paese: è un limbo di prigionieri, dove solo la natura sa esplodere bellissima e segreta attendendo la dipartita degli invasori umani, il resto è guerra aperta che non conosce tregua anzi ne diffida come di un agguato malcelato. Metafora della vita, sì, ma più nello specifico di una certa vita, quella artistica, e di una certa arte, quella che abita ad Hollywood e riempie i grandi schermi, che parte entusiasta e si vende per strada, che nasce per vocazione e finisce corrotta, che vuole essere la numero uno, ma viene piegata dal vento, dal tempo, dal più forte, dalla menzogna, dalla finitezza delle cose, che sogna la morte eroica, ma resta martire di se stessa, che al desiderio di gloria sostituisce la fame, che baratta la purezza per l’applauso, che capta la benevolenza, ma finisce nella polvere e che se pur deve uscire di scena, lo fa con una dignità feticcio, che non corrisponde a verità.

La Ballata di Buster Scruggs

Ed in questo semi-inferno che si canta addosso le sue disgrazie, i ricordi passati, gli inni al cielo o a donne lontane, magari mai esistite, a quasi nessuno è data la salvezza; al massimo si può scegliere se morire con o senza sorriso, ed i Coen sono abituati a sorridere, per demistificare brutalmente il destino mortale che lega insieme la nostra razza, artisti cinici e beffardi tanto quanto il loro nemico, annusatori dell’umano e suoi dissacratori, pontefici smaliziati di un’ incomunicabilità tra simili che fa dolore tanto quanto la perfezione dei loro momenti realistici.

Così da una prima parte aperta, un po’ fumettistica e scanzonata, si passa a quadri più seriamente ombrosi, in cui si intrecciano tenerezze e ruvidità senza lasciare margini a speranze o calmanti happy ending, fino ad arrivare all’ultimo episodio, Le spoglie mortali, in cui, in uno scenario che richiama progressivamente sensazioni bergmaniane, cinque individui che nulla hanno di buono sotto le mentitrici spoglie del perbene, viaggiano su una diligenza lanciata a folle corsa verso una non troppo delucidata né concreta meta: qui si rispecchia definitivamente la natura traghettatrice del film, un piede dentro la vita più splendida e smargiassa, un piede fuori dove non scorre più sangue, non passa più fiato, non si vede più luce, e nel mezzo un’ ammissione di colpa, lenta, verbale o fisica, non priva di squarci di umorismo, sempre più inquieto.

La Ballata di Buster Scruggs

Colori splendidi che sfavillano e si incupiscono ad ogni nuovo capitolo girato dalla mano che volta le pagine del libro immaginario omonimo del film, attraverso cui si scandiscono le singole storie: dallo sbarazzino che sbeffeggia, si discende nel veleno che pesa ed inquina, dalle schitarrate di Buster, alle poesie esistenziali di un viaggiatore che caccia anime: alto e basso, inteso come nobile e non nobile, riuniti insieme in una confezione impeccabile ed elegante che offre piacere agli occhi in ogni momento, regalando orizzonti geografici impressionanti e vividi, buchi in fronte simmetrici, inverosimili virtuosismi balistici e fiotti di sangue disciplinati.

Temperatura che mescola John Ford, Il buono, il brutto ed il cattivo, a Lo chiamavano Trinità, con disinvoltura straniante, mentre i personaggi sono densi e compressi, interpretati con tratti decisi e folgoranti, ognuno con una qualità che lo vede complice e vittima della propria condanna: la boria di Buster-Nelson, la leggerezza del bandito James Franco, l’ostinata indipendenza del cercatore d’oro Tom Waits, l’onestà di Alice-Zoe Kazan, la paura egoista dell’impresario Liam Neeson. E dietro ogni micro parabola la sottile freccia che denuncia il percorso di ostacoli, abissi e complicazioni di artista del visivo, stroncato sul più bello, giustiziato ad orologeria, isolato pur se grande, estromesso da innocente, con l’anima da buttare qualora arrivi, superstite, alla meta.

La Ballata di Buster Scruggs

Premio Osella alla sceneggiatura, nella 75. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, in cui a dispetto della logica e delle previsioni gareggiava in concorso e non in fuori-concorso, candidato agli Oscar per la stessa categoria, La Ballata di Buster Scruggs è distribuita non casualmente da Netflix, piattaforma pioniera delle serie televisive, genere cui, in origine, il film doveva appartenere. E’ sempre molto piacevole assistere all’assurdo nel profondo e viceversa, qui catapultato in una Spoon River spietata che legge chi siamo, scivola via fin troppo velocemente e si chiude come farebbe una piccola bibbia da viaggio, scomoda, profetica e laica, pur contemplando l’aldilà.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Antologia-omaggio al Far West in sei episodi riadattati da altrettanti racconti di genere: reale che diventa surreale; giustizia terrena paradossale almeno quanto quella non terrena; ambizione e perdizione; vita, morte e piccoli miracoli, in un universo western da manuale, ironicamente crudele; metafora della turbolenza, dell'eccesso e della caducità dell'arte tutta, da Hollywood in giù. Da serie televisiva a film: il pregio del cinema, il difetto della brevità.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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