domenica, 17 Ottobre, 2021

Aspettando il re: la recensione del film con Tom Hanks

Che ci fa Alan Clay, alias Tom Hanks, solo al centro di un crocevia di cui non si vede la fine (e non per gioco ottico, ma perché la costruzione stradale si interrompe), in mezzo al deserto, con una valigetta da lavoro in mano, la sabbia in faccia ed uno sguardo parecchio perplesso? Sta aspettando il re dell’Arabia Saudita, o uno dei suoi innumerevoli uomini di fiducia per portare a casa il più importante affare della sua vita.

Obiettivo è vendere ai ricchissimi arabi e alla loro futuribile città in costruzione in mezzo al nulla, un sistema informatico basato sugli ologrammi, così da portare a casa un ottimo contratto e avere la liquidità necessaria per porre riparo a vari problemi: debiti, divorzio impellente, college della figlia diciottenne che lavora come cameriera nell’attesa di poterselo permettere, cronica sfiducia paterna, carriera calante, segnata da infelici licenziamenti imposti ad operai in nome della feroce delocalizzazione cinese, ed uno spaesamento che la sua vita di adulto medio americano sembra aver preso, spaesamento che il panorama, i modi, i tempi, le parole, le tradizioni di un paese come quello saudita, pare, in un primo momento, sintetizzare e riacutizzare ancor più. Ma il famoso re, non arriva ed il nostro eroe si lascia catturare dall’esotico territorio, grazie ad un’autista più estroverso di qualunque occidentale in viaggio vacanza e ad un’affascinante dottoressa capace di curare un sintomo fisico, sciogliere un disagio psicologico e rubargli il cuore.

Recuperato su RaiPlay, frutto di un adattamento del romanzo A Hologram for the King di Dave Eggers, il film del 2016 firmato dal tedesco Tom Tykwer è girato principalmente tra Marocco ed Egitto, ed affidato al volto popolare ed amato di Tom Hanks, perfetto per il ruolo di uomo comprensivo ed aperto, un occidentale maldestro a casa di orientali, disponibile alla diversità e al cambiamento; accanto a lui due comprimari di sangue misto arabo, americano ed indiano (Sarita Choudhury e Alexander Black). Ci racconta di un mondo descritto pochissimo per ciò che realmente è, semmai appena accennato, esattamente come negli intenti originari dell’autore del romanzo, ossia senza volontà politica, giornalistica, di denuncia o di inchiesta: infatti quello che ci troviamo di fronte è piuttosto un luogo di occasione e di rinascita.

Lontano da casa si ritrovano radici, si fanno i conti con se stessi, si riescono a focalizzare meglio i problemi: complice la solitudine imposta da un diverso panorama, la bellezza a cui non si è addomesticati, la curiosità verso qualcosa di mai visto, la sensazione di non essere più il centro del mondo e con esso del problema, ma di esserne uno dei tanti risvolti possibili, la necessità di rimettersi in gioco partendo da zero, smettendo ogni finzione o accontentamento.

A fronte di uno stato in cui le esecuzioni capitali sono spettacoli pubblici (non che non lo siano, in altro modo, anche in America), in cui donne sole in una stanza con uno o più uomini non possono stare, in cui esistono città accessibili solo a chi appartiene a certe religioni, spazi riservati solo a maschi, grattacieli extralusso costruiti nel vuoto del deserto e mendicanti bambini ad ogni semaforo, adulteri puniti con la pena capitale, divieto assoluto di circolazione di alcolici esclusa l’ovvia possibilità di contrabbando, a fronte ecco di un simile orizzonte, esistono energie, coincidenze saltate, incontri fortuiti e fortunati che capitano nel momento giusto, al posto giusto e possono essere rivelatori.

Aspettando il re
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In Aspettando il re a svolgere questa funzione è l’ambiente straniero e chi lo abita: profili geografici di una bellezza intraducibile, spazi fisici e mentali incalcolati e non equiparabili a quelli spettanti ad un dirigente di un ufficio occidentale, ascolto ed affezione speciali da parte delle persone, che in un limite vedono la potenzialità, o al posto di una bruttura raccolgono bellezza. Non è l’America dei miti e delle possibilità a far rinascere gli uomini, ma è la misteriosa, ostica ed affascinante Asia: è la crisi del capitalismo, del turbo-occidente, delle multinazionali che cercano fortuna nei territori economicamente in ascesa, i quali sanno benissimo chi sono e con chi trattano.

Fin troppo semplice il paradigma inscenato, abbastanza inverosimile la facilità con cui si intessono relazioni, soprattutto viste le nazionalità di provenienza: donna saudita sulla via del divorzio-uomo americano, dovrebbe essere una relazione meno agile di quella raccontata, più accidentata, meno disinvolta nello sviluppo, anche solo ricordando il ruolo riservato all’essere femminile in quelle terre o il sospetto con cui ogni locale equipara l’americano alla diabolica CIA. Anche con l’autista, personaggio spigliato al punto da sembrare un taxi-driver logorroico in una commedia newyorkese, si crea un rapporto di fiducia e parità probabilmente impensabile, un po’ sopra le righe, a volte tirato per la corda, come nel momento in cui Alan decide di seguirlo nella casa paterna, ad un’ora di distanza dalla città, sulle colline, senza un chiaro motivo.

Aspettando il re

Ci sono perciò passaggi ostentati, non necessitati, un dilagare che immerge nel viaggio, ma anche perde di vista il percorso principale, tanto da intercettarne la sensazione anche in alcune espressioni tra lo sbalordito e l’irrisolto con cui il buon Hanks spesso chiude i dialoghi. Aspettando il re tende più a dimostrare facilmente una favola che a farla accadere, nonostante lo spunto di partenza sia buono e lasci in mano ad un’attesa sospesa le sorti di un uomo.

Il re del titolo è un falso Godot post litteram: falso perché a differenza del dramma beckettiano alla fine compare, ma non è assolutamente un fatto risolutivo o importante; anzi è un dettaglio, l’epilogo di un escamotage con cui sancire e confermare il nuovo imprinting che la vita di Alan ha preso; post litteram perché non è certo la trovata più originale in circolazione, anche se è una delle più seducenti, quando viene ben architettata. E’ nelle attese che sorgono le domande e che ci sorprendono le risposte: in Aspettando il re, dalla seconda metà in poi, sia l’una che l’altra diventano retoriche, lasciando già intuire che sorgeranno determinati interrogativi e che la risposta sarà di un certo tipo. E questo pesa negativamente sulla soddisfazione complessiva, nonostante o forse proprio perchè si tratta di una commedia.

Aspettando il re

Nota di merito per la fotografia che inquadra pieni e vuoti, lussi e sfasci, tende e metropolitane, appartamenti lussuosi sopra muri fatiscenti, fondali incontaminati e lande desolate, cammelli in terra e lupi tra pecore, con indistinta simmetria, insieme a rumori e silenzi in alternanza quasi musicale; si susseguono paesaggi non tipici dell’Arabia Saudita, la quale ha negato il consenso alle riprese, ma ugualmente ascrivibili a quella grazia del nulla e del tutto con cui la natura ha distribuito a quelle latitudini, pace, vastità e piccolezza dell’uomo.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

In Arabia Saudita Alan Clay aspetta di poter incontrare il re: deve vendergli un nuovo sistema informatico e deve trovare nuova linfa per la sua vita non proprio felice. La terra straniera cura, la propria terra ammala: anche se a salvare è un Medio Oriente più da cartolina che reale. Commedia dagli splendidi paesaggi, ben interpretata: la semplicità nello schema e nello sviluppo dei rapporti ne mina la credibilità.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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