Priscilla – La regina del deserto ha compiuto trent’anni e ancora oggi detiene il ruolo di manifesto LGBT, grazie all’attualità delle tematiche che espone.
È un film australiano del 1994, diretto da Stephan Elliott e vincitore del Premio Oscar per i migliori costumi. Presentato nella sezione Un Certain Regard del 47º Festival di Cannes, mescola commedia, dramma e musical, celebrando la diversità, l’amicizia e la libertà di essere sé stessi. E’ disponibile su Prime Video.
Priscilla – Trama
Tre Drag Queen, Mitzi (Hugo Weaving – V per Vendetta, Matrix Reloaded e Revolutions, Il Signore degli Anelli La Compagnia dell’Anello, Le Due Torri e Il Ritorno del Re), Bernadette (Terence Stamp) e Felicia (Guy Pearce) intraprendono un viaggio avventuroso lungo l’arido deserto australiano, a bordo di un vecchio autobus color lavanda, ribattezzato Priscilla.
L’obiettivo è quello di raggiungere ed esibirsi presso il Lasseters Hotel Casino, diretto da Marion (Sarah Chadwick), ex moglie di Mitzi. Molte cose, però, durante il rocambolesco iter, non procedono secondo i piani.
L’autobus si rompe. La prima volta lascia le tre Drag nel deserto, mentre la seconda permette loro di incontrare Bob (Bill Hunter), un meccanico dall’animo gentile e dalla mentalità aperta, che si unirà nel viaggio insieme a loro.
Tra ricordi e aspirazioni future, le tre Drag dovranno affrontare le proprie paure, ma anche la brutalità dei pregiudizi di una parte di società non del tutto accogliente con ciò che considera “fuori dagli schemi”.

Priscilla – Recensione
Il film è diventato una vera e propria icona per la comunità LGBTQ+. Ha contribuito a normalizzare le tematiche Queer e a promuovere l’accettazione della diversità sessuale e di genere, sfidando le convenzioni sociali e abbattendo i pregiudizi. La sua influenza si è estesa nell’immaginario collettivo, dalla cultura pop alla moda, fino alla musica. I costumi sgargianti, le parrucche eccentriche sono diventate icone di stile, ispirando designer e appassionati del settore.
Il successo di un film così innovativo e irriverente non poteva non conquistare un pubblico internazionale, andando anche oltre i confini australiani. Dal film è nato un musical, che ha ulteriormente consolidato la popolarità della storia. Nel 1995 ci fu la “risposta” Hollywoodiana intitolata A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar.

Cult educativo che non fa la morale. Ha contribuito a rendere visibili le persone LGBTQ+ e creato modelli positivi oltre le mere categorie. Bob, uomo semplice che si innamora di Bernadette, superando l’ostacolo della transessualità e Marion, che educa il piccolo Adam ad amare il padre per ciò che è.
L’apertura infatti, spesso, parte proprio da un’educazione scevra da convenzioni restrittive. Adam insegna che l’unica famiglia è quella felice e placa una delle più grandi paure del padre, essere accettato dal figlio (liberandolo da quelle catene che lui stesso si era creato).
Il dramma dietro il colore
L’allegria di alcune scene e la vivacità del linguaggio non escludono gli aspetti drammatici vissuti dai protagonisti. La transizione di genere di Bernadette viene raccontata e ricordata intensamente, con dolore e malinconia, ma anche con tanta convinzione. Fa sorridere il suo fastidio ogni volta che Felicia, da burlona, la chiama con il nome maschile di battesimo.
Allo stesso modo, l’apparente superficialità di Felicia nasconde, in realtà, un carattere sfrontato, sfacciato e profondamente legato al desiderio di libertà nell’essere semplicemente sé stesso. Ci si inorridisce quando viene picchiato da un gruppo di omofobi e si sorride, con amarezza, quando racconta di una tentata violenza subita dallo zio (andata male proprio grazie al suo spirito da mattacchione).

Anche Mitzi vive nella costante paura del giudizio altrui, ma soprattutto di quello del figlio Adam e nasconde ai suoi amici sia di aver avuto una moglie che un bambino. Comprenderà, proprio grazie al figlio, la naturalezza di essere sé stessi, senza vergogna.
All’interno del film, inoltre, c’è una scena, tra le tante divertenti, piena di gioia e comicità, ma che cela un dettaglio non di poco conto. Perdute nel deserto, le tre Drag vengono accolte da una comunità di aborigeni. Inizialmente scettiche sulle reazioni del gruppo di nativi, si esibiranno comunque con gli abiti da Drag Queen. Coinvolgeranno uno di loro, che rivelerà un forte entusiasmo. È un momento esilarante che, però, porta a chiedersi: “tra emarginati ci si intende?!”.
Mamma mia, Here We Go Again
Mamma mia, Siamo di nuovo qui! Si ricomincia da dove si è partiti (in questo caso Sydney) ma in maniera diversa, con l’audacia e il coraggio di chi ha inseguito e raggiunto una meta, nonostante gli ostacoli del percorso.
Il viaggio delle tre Drag è ovviamente simbolico e porta ognuna di loro a fare una scelta, quella più giusta, per sé stesse, con e senza quelle paure che rendono umani gli esseri umani (semplici e straordinari).

Conclusioni
Priscilla è un film che critica senza critica. E’ un’ode, un inno che va oltre l’intrattenimento. Sa far ridere senza prendersi gioco di ciò che racconta. Si mostra come un road movie stracolmo di avventure comiche e toccanti e porta chi lo guarda a riflettere sui pregiudizi e sull’importanza di accettare gli altri per quello che sono. Lo fa attraverso le vite di queste tre straordinarie Drag Queen, tenendoci per mano e con una naturalezza spontanea disarmante.
