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Il talento del calabrone

La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non sarebbe adatta al volo. Eppure il calabrone vola eccome. Il suo presunto talento starebbe tutto nel compiere un’azione che da lui proprio non ci si aspetterebbe. Ciò che non si prevede si giudica impossibile. È questa la sublime aspirazione de “Il talento del calabrone”: stupire quanto l’ostinata caparbietà del cocciuto insetto. Un thriller italiano costruito per lasciare a bocca aperta gli estimatori della patinata fotografia d’oltreoceano che bramano coinvolgimento, testosterone e trepida-azione.

Intento ambizioso, ma imprudente, per un film che non appassiona tanto quanto vorrebbe e affascina solo esteriormente grazie ad una computer grafica, quella sì sorprendente. Perché in Italia si è soliti ricercare pazientemente il posto giusto affinché la narrazione prenda vita. Qui si è scelto di ricostruirla in studio.

Ciò che accade intorno è irreale, proiettato. Lo studio radiofonico in cui il film è quasi interamente ambientato fluttuava ad un paio di metri da terra, mentre le pareti circostanti venivano invase dagli sfondi precedentemente composti. Gli attori recitavano già immersi nella realtà ricostruita per loro. Così quella che sembra una seducente Milano notturna, è un’illusione realizzata a Roma Tiburtina. Quello che pensiamo essere un grattacielo è poco più di una piattaforma rialzata. E il trucco si lascia scorgere allo spettatore nell’inatteso finale, preservando lo stupore nei confronti di ciò che l’artificio filmico possa rendere reale.

Nulla è ciò che sembra ne “Il talento del calabrone”, tutto è abilmente costruito. Tutto tranne il film stesso. I suoi personaggi sono ben lontani dallo spiccare il volo insperato del calabrone, inchiodati da una sceneggiatura che non riserva loro alcuna plausibilità.

Il film di Giacomo Cimini, destinato alle sale ma per ragioni pandemiche reso disponibile su Amazon Prime, ha incontrato il favore di molta critica nazionale e un po’ di contrarietà di pubblico. Da un lato si è decisi a mostrare, e premiare, una nuova mentalità registica dal sapore internazionale, dall’altro si fatica a sospendere l’incredulità quando lo sforzo realizzativo pare limitarsi ad un impegno imitativo che spoglia i personaggi della loro legittima consistenza.

Il talento del calabrone

Steph (Lorenzo Richelmy) è un giovane conduttore radiofonico. Lo conosciamo lì dove resta per tutta la durata del film. Davanti al suo caro microfono dal quale parla a tutta Milano. La sua trasmissione notturna è molto seguita, gli ascoltatori lo adorano e i colleghi in radio quasi lo venerano. Il suo faccione da belloccio di successo troneggia appiccicato agli edifici più alti della città, accanto al logo imperante di Radio 105 (forse troppo evidente in numerosi fotogrammi del film?). Tutto sembra suggerire che la carriera del giovane stia andando alla grande, fino a quando un uomo irrompe nel programma con una telefonata. L’uomo (Sergio Castellitto) è disperato. Dice di volersi suicidare. Il dj poco incline a sentimentalismi vorrebbe interrompere quella scomoda conversazione. Ma siamo in diretta. E le regole dell’audience dicono che non si abbandona un apprendista suicida.  

Steph, seppur scocciato, resta in ascolto. L’uomo dice di essere in auto, sta attraversando la città. Ha una bomba con sé. Un ordigno che non ha paura di far esplodere. Esige di essere ascoltato, fino alla fine. Steph è tentato a non credergli, ma ecco che salta in aria l’ultimo piano di un edificio sullo sfondo dello studio. Non è uno scherzo. L’attentatore fa sul serio. Ha precise richieste dirette al dj, se non si sarà in grado di soddisfarle causerà una strage.

La cornice narrativa è chiaramente qualcosa di inedito nel panorama italiano, sebbene sia estremamente facile invece trovare riferimenti oltre il confine nazionale. Si tratta di una storia dal potenziale colmo di tensione, palpitazione e paura. Si dovrebbe temere che il giovane speaker radiofonico non riesca a mantenere la calma, che il terrorista perda le staffe, che le forze dell’ordine non identifichino l’identità dell’attentatore in tempo. Che la strage non possa essere scongiurata. In realtà non ci importa poi molto che la corsa del villain Castellitto stia giungendo al termine. Forse perché attraverso l’immagine di un elegante sessantenne che conversa di paradossi e pretende di ascoltare Bach e Beethoven, la situazione non sembra mai sull’orlo di precipitare.

Il talento del calabrone

Quando si vuole tensione è necessario che i personaggi siano costruiti con spessore, che siano credibili, dotati di sguardi capaci di esprimere ciò che le parole in tempi narrativi come questo non trovano il tempo per comunicare. Ne “Il talento del calabrone” invece i personaggi non funzionano. Il giovane Steph è amato, giovane e bello, ma non se ne capisce la ragione. Non è chiaro quali grandi doti oratorie o ingenti dosi di fascino il giovane sia in grado di dispiegare, ma questo personaggio che si dovrebbe distinguere per estro e intraprendenza dialettica in realtà si esprime con battute poco incisive e sembra agitato da pochissime emozioni. Salvo nel finale, quando viene direttamente accusato di un crimine morale talmente mortificante da scuotere persino lui.

Il delinquente che tiene sotto scacco la città con le sue minacce traboccanti di rabbia sembrerebbe l’unico reale ingombrante personaggio. I suoi occhi sembrano davvero vuoti di rassegnazione. Ma forse a questo cattivissimo si sta domandando un po’ troppo. Attentatore, hacker, attento pianificatore, genio della matematica e grande amante della musica classica. Ci ricorda quasi “il Professore” de “La Casa di Papel“, che in quanto a credibilità delinquenziale non è certo un gran maestro.

Sebbene Castellitto faccia il possibile per regalare un po’ di credibilità al suo terrorista nostrano, nemmeno la scena dell’esplosione da lui provocata suscita un sussulto. solo un botto in lontananza, quel che basta per far arrivare lei. Il tenente colonnello Rosa Amedei (Anna Foglietta, sempre brava, solo un po’ in overacting in questo caso). Un mediatore in divisa, ben addestrato a gestire l’angosciante situazione, dotato di sensibilità, arguzia e sangue freddo. Questo perlomeno è ciò che ci si sarebbe aspettato.

Qui invece c’è una poliziotta in abito da sera (perché non indossa altro una volta arrivata in radio per dirigere le operazioni) costretta dal copione a caricare di continuo una pistola che chiaramente non userà mai. Si lascia scappare anche un “Ti faccio saltare le cervella!” così, per gradire. Alle prese con un genere di per sé iperbolico si dovrebbe fare molta attenzione che ogni dettaglio risulti plausibile. Pur demandando allo spettatore l’onere di abbandonare la rigida composizione del reale per abbracciare la finzione, è necessario essere credibili.

Giocano a favore del calabrone e del suo presunto talento i ritmi narrativi e il tema di fondo, abilmente dissimulato fino alla repentina svolta conclusiva. 84 minuti di durata sono quelli che servono alla storia in questione che, grazie ad un montaggio agile, di mantiene lineare senza annoiare, non troppo perlomeno. Lodevole l’intenzione di affrontare la tematica centrale della faccenda (che non sveliamo per non spogliare il film dell’unico elemento davvero sorprendente) per mezzo di un involucro cinematografico diverso rispetto alla solita impronta sociologica. Ma sfortunatamente per questa pellicola il cinema non giustifica i mezzi.  

Il film ha una confezione più che dignitosa: la fotografia sembra quella di un film di Refn (anche il giubbino dell’insipido dj sembra quello di Ryan Gosling in “Drive” ma invece dello scorpione qui troviamo un serpente) e la scenografia resa con la retroproiezione è cosa assai interessante.  Ma banalità e irragionevolezza si sommano prepotentemente nella sceneggiatura tramutando incredibili colpi di scena in svolte narrative inammissibili, rovinando quella briciola di tensione drammatica faticosamente messa insieme.

PANORAMICA DELLA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SOMMARIO

Un film dalla (bella) confezione internazionale per un incubo notturno che si riempie di personaggi poco credibili. Il talento è effettivamente tutto del Calabrone (Castellitto): malinconico e elegante è l'unico a meritare il volo. Il resto, dialoghi e soggetto, non funziona.
Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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