Origami su origami per pensare, per piegare e spiegare il pensiero piatto, a due dimensioni, in qualcosa di nuovo, tridimensionale, a tutto tondo, complesso.

Se entri nelle dinamiche de La Casa de Papel nel bel mezzo dell’ultima stagione appena sfornata – il 3 aprile 2020 – e conosci i protagonisti e la trama della storia solo a grandi linee, di primo acchito non sembra che una patetica telenovela spagnola.

la casa di carta

E, in effetti, quella è la sua origine: un telefilm trasmesso da un canale nazionale spagnolo alla tv. Con la puntata successiva però, flashback dopo flashback la trama si crea sotto i tuoi occhi, e individui la mappa dei protagonisti, che è geografica, come l’ossatura di tutta la serie: così la telenovela diventa – grazie anche alla distribuzione Netflixla serie tv più guardata a livello globale – miglior serie drammatica agli Emmy, ai Premios Fénix e sei riconoscimenti ai Premios Iris.

Davanti allo spettatore si delineano due universi: uno chiuso e uno aperto.
Quello della Banca e quello del mondo intero, attraverso nomi di città famosissime, sconosciute, esotiche.
Quello chiuso, ben visibile, tangibile nelle dinamiche e nei drammi che si svolgono all’interno delle monumentali mura del palazzo; e quello aleatorio, solo immaginabile, desiderabile, sperabile che va dalla piazza ai continenti, segni di evasione collettiva e personale.

I protagonisti de La Casa di Carta sono bellissimi. Hanno marcati caratteri del volto o delle peculiarità fisiche che li denotano: profondi occhi neriÚrsula Corberó, Tokyo; Najwa Nimri, Alicia Sierra; Belén Cuesta, Manila –; nasi affilatiAlba Flores, Nairobi –; bocche carnoseMiguel Herrán, Río –; mascelle squadrate con ricci scolpiti come qualche busto romano – Jaime Lorente, Denver –; barbe folte in corpi tarchiatiDarko Peric, Helsinki; Roberto García Ruiz, Oslo.

casa de papel

Rappresentano un ventaglio di tipi umani che probabilmente abbiamo già incontrato nel quotidiano, per questo viene spontaneo instaurare con loro subito rapporti di simpatia o antipatia. Nessun sotterfugio, nessuna doppia faccia.

Tutto si svolge come dovrebbe in una situazione assurda come quella raccontata.

I colori saturi, a partire dalle smaglianti tute rosse come divisa, e alcuni dialoghi fuori luogo ti ricordano che è tutta una finzione. Però per come viviamo le notizie annunciate dai giornali ogni giorno, non sarebbe poi così strano stesse accadendo davvero una rapina al Banco di Spagna. Non sarebbe strano e forse qualcuno se lo auspicherebbe anche.

Nairobi

La Casa di Carta è una rivoluzione simulata da osservare, in cui tanti piccoli Robin Hood, guidati da Il ProfessoreÁlvaro Morte –, sovvertono lo stato attuale evidenziando le falle del sistema bancario, giudiziario e penale che ci sta stringendo nella sua morsa da anni.

Senza dimenticare di fare una più profonda rivoluzione ideologica. I principi quali l’amore e l’amicizia regnano sovrani e sono sempre vincenti. Con questa sommossa vengono smascherati, nella loro autoevidenza, – come infimi – la violenza fine a se stessa, lo stupro, i pregiudizi di genere, sessualità e razza.

Tutti siamo potenti in ugual modo contro le ingiustizie. Qualsiasi etichetta possano metterci addosso – di meticci, gay, transessuali, madri single, visi d’angelo, brutti, belli – è messa in risalto per quello che è: un’inutile etichetta.

la casa di carta


Esistono le differenze, ma solo come tratto di bellezza e autenticità.
Ne La Casa di Carta la differenza diventa una sorta di kalokagathìa moderna.
Il denaro, che dovrebbe essere il leitmotiv della serie, non è che un pretesto eccentrico per chiedere a tutti di concentrarsi sulle reali ricchezze che fanno girare il mondo.

Guardiamolo fino in fondo, perché ha qualcosa da dirci.

Pronti a fare un nuovo origami.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars

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