Il silenzio grande – recensione dell’ultimo film di Alessandro Gassmann su Prime Video

Su Amazon Prime Video è disponibile Il silenzio grande, diretto da Alessandro Gassmann, lungometraggio presentato alle scorse Giornate degli Autori di Venezia.78, ispirato all’omonima pièce teatrale di Maurizio de Giovanni, che qui ne cura anche soggetto e sceneggiatura. Il regista ne aveva già realizzato una trasposizione teatrale nel 2019, esperienza che gli ha infuso padronanza del testo e sicurezza di accenti nella messa in scena, impreziosita dagli effetti fotografici di Sterzynski.

Il silenzio grande è un dramma ironico e melanconico, ambientato a Napoli negli anni Sessanta, erede meno vitale di certi fantasmi eduardiani: riflette sui delicati equilibri interrotti ed interrompibili all’interno di una famiglia, comunità-nido di conflitti e passioni, fondanti e discriminanti, in cui le singole scelte così come le singole personalità hanno sempre una ricaduta ed un impatto collettivi di non intuibile calcolo.

Il silenzio grande

In particolare sono le figure paterne ad essere oggetto di discussione, ripensamento e crisi ed il fatto che sia Gassmann figlio a toccare l’argomento non è certamente casuale.

Il carisma di un padre, oggettivo o soggettivo che sia, è qualcosa di destabilizzante, a livello conscio, inconscio ed ancestrale; le responsabilità che da loro ricadono sui figli, le aspettative fatalmente tradibili, le distanze siderali che lasciano germogliare nutrendosi del culto della propria personalità ed esercitandolo con vari strumenti, primo tra tutti il silenzio, sono crismi del rapporto tipico che intercorre tra genitore e figlio ed in misura diversa tra marito e moglie.

Il silenzio grande – trama

Il silenzio grande dipinge lo spaccato di una famiglia napoletana colta in un momento di crisi per i troppi debiti accumulati e costretta perciò all’angosciosa situazione di doversi decidere a vendere il luogo in cui ha abitato per tanti anni, la sontuosa villa Primic, antico e pregiatissimo edificio che contiene molteplici storie, quella propria, scritta tra i muri, gli arazzi ed i giardini del suo spazio e quella della famiglia ospite. Valerio (Massimiliano Gallo), il capostipite, è contrario alla vendita.

Costui è un letterato di prim’ordine, umanista viscerale, scrittore stimatissimo e di successo egli stesso, autore di un mai-definito capolavoro realizzato chissà quanti anni addietro, in perenne ricerca dell’incipit giusto per il prossimo, chinato sulla propria macchina da scrivere Urania, blindato nel suo studio assieme agli amatissimi libri, tutti ordinati per omogeneità emotiva e non per arido ordine alfabetico, afflitto e consolato dalla voce e dalla presenza spavalda ed ingenua della fida cameriera Bettina (Marina Confalone), con cui condivide l’amarezza ed il privilegio di quell’isolamento creativo.

Il silenzio grande

La moglie Rose (Margherita Buy) e i due figli Adele (Antonia Fotaras) e Massimiliano (Emanuele Linfatti) varcano la soglia del suo limbo sacro per parlargli più di una volta, rivelandogli la situazione critica in cui versa la famiglia e i cambiamenti in atto nelle rispettive vite; Valerio ascolta, risponde, sembra interagire, ma il silenzio grande accumulato negli anni tra lui ed i suoi cari sembra sovrastare e nullificare ogni tentativo.

Il silenzio grande – recensione

La mancata parola è errore, piccolo progressivo disfacimento capace di minare ogni rapporto, la causa di una lontananza che alla lunga non è più ripercorribile, sembra definitiva e diventa estraneità. Finchè c’è tempo per rimediare è sempre meglio esprimersi, confrontarsi, probabilmente contraddirsi e scontrarsi, non per amore di verità, ma per economia di funzionamento dei legami umani. Il pensiero intercettato fiacca, il pensiero verbalizzato aiuta a conoscere e comprendere; specie in una famiglia dove spesso ci si ritrova soli senza sapere ben dire il perché.

A nulla sembra servire la letteratura che lo stesso Valerio sciorina di tanto in tanto: la sua cultura alta, fatta di parole, citazioni, riflessioni epocali e senza tempo, non pare aver trovato le parole giuste quando servivano, anzi è stata un alibi, un rifugio perfetto per nascondersi, per non doversi occupare di qualcosa di vicino e scomodo, per evadere da una certa responsabilità.

I libri impolverati che Bettina inutilmente lamenta di non riuscire a pulire, sono simbolo di grandezza e condanna, la prova del suo reato di padre non sensibile, preso da sé, dal fare ciò che egli credeva giusto per gli altri, dimenticando che se gli altri non si conoscono, non si può ragionevolmente sapere cosa sia per loro giusto o meno. Valerio vola alto, ignaro della sua condizione al limite, Bettina lo riporta al basso, alle cose della vita di cui non è assiduo frequentatore.

Il silenzio grande

Dunque peso condizionante di un capofamiglia eroico su consorte e figliolanza, fallacia della letteratura nel sanare fratture concrete di vita, creatività quale terribile schiavista sequestratrice di energie: tutto raccontato con garbo ed eleganza dentro gli ambienti unici di una dimora-vestigia di grandezza e di bellezza passate, in una luce vintage e personale che oscilla tra compita seppiatura d’ordinanza e tinte vivaci consone alla vitalità immaginativa del protagonista.

Difetto che lede l’interesse ne Il silenzio grande è una certa ripetitività dello schema, che sempre uguale reitera se stesso tanto da rendersi abbastanza prevedibile nel lungo termine: povertà di eventi che non siano le singole visite al padre, affastellate da una poco incuriosente unicità di luogo e da struttura fin troppo lineare, priva di accadimenti determinanti o svolte narrative.

Tutto è intuibile molto, forse troppo in anticipo, visto poi il normalissimo svolgimento, privo di sorprese nella modalità, che il resto riserva: come si parte, così, grosso modo, si arriva; la decisione vera è già presa, le confessioni dei figli sono in nuce facilmente indovinabili da atteggiamenti abbastanza espliciti, il segreto di Valerio è chiaro fin dalle coartate angolature degli occhi cui gli interpreti durante i dialoghi sono costretti a piegarsi, pur di non intercettare lo sguardo altrui, regola logica di scena, implicita ma evidente.

Il silenzio grande – cast

Di fatto però onore va reso agli attori capaci di rendere godibile una trama-non-trama abbastanza piatta, dal tempo-ritmo pigramente identico a se stesso: da Massimiliano Gallo, ironico sempre, profondo quando deve, presenza estremamente umana pur con la sua colpa di mutismo passato, cui fa da contraltare la parlantina senza filtri della Confalone, di cui si vede la preziosa esperienza teatrale.

Il silenzio grande

Fotaras e Linfatti, sono in ottimo agio a monologare/dialogare con il padre in una finta/reale solitudine in cui non perdono autenticità, dolore e piglio umoristico. Di quest’ultimo è pieno il cameo che il regista si concede, una auto-presa in giro sorridente e colorata, che si fa ricordare e strappa sorrisi.

Il silenzio grande risente della sua natura teatrale, che si trascina anche sul grande schermo, anzi ne risulta monotona estensione: accenni di commozione per alcuni momenti testuali, che restano più cerebrali che fisici, specie quelli destinati ai due coniugi, mentre di questa favola familiare, comunque in dirittura d’arrivo felice, restano sapori ed odori di un passato non troppo lontano, glorioso, severo, di grande talento e sano buon gusto, di cui pare non riusciamo a fare, comunque, a meno.

Il silenzio grande – trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Napoli anni '60: Villa Primic deve essere messa in vendita per saldare i debiti di famiglia eValerio capostipite, autore leggendario e stimatissimo non è d'accordo. La famiglia si alterna nel suo studio, limbo sacro, per cercare di parlare con lui. Dramma ironico, familiare nostalgico, di presenze e dialoghi mancati, sul peso corrosivo dei padri e la loro dannosa assenza: quando la letteratura e la creatività non bastano a saldare insieme i cuori. Ironia, garbo, una certa ripetitività teatrale della situazione, prevedibilità di sviluppo, stemperata da ottime interpretazioni. Dall'omonima pièce teatrale di de Giovanni.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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