lunedì, 27 Settembre, 2021

Non odiare recensione del film di Mauro Mancini

Nella scorsa edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, all’interno della Settimana Internazionale della critica, debutta registicamente Mauro Mancini con Non odiare, suo primo lungometraggio, opera dal titolo simile ad un comandamento, di cui, fortunatamente non ricalca la vis profetico-didattica, al contrario lascia aperta la natura contraddittoria data dall’infinito negativo utilizzato e dal punto tematico prescelto che ruota attorno a pensieri e comportamenti emotivi, restii alla schematizzazione, facili da indicizzare se non vi si è coinvolti in prima persona.

Dunque da un titolo assoluto a fatti concreti effettivamente accaduti in Germania, che hanno ispirato la costruzione studiata di questo dramma delle verità nascoste e lampanti, personale, familiare e sociale, schivo e parzialmente sospeso, che essenzializza i passaggi e ciò che gli gira intorno, inanellando eventi, suggerendo cause, mostrando sprazzi di giudizio e loro amare conseguenze, lasciando il problema e le sue domande gonfie e poderose lì dove spesso si fa finta di non vederle.  

Non odiare

Non Odiare trama

Ad Alessandro Gassman è affidato il ruolo del protagonista, il non odiatore, o meglio colui che dovrà per primo confrontarsi con limiti, illusioni e confusioni che un odio intellettuale e fisico porta con sé, un odio subito dalla sua famiglia ebrea in un tempo che pare non essere passato mai, e che oggi trova nuovi portatori in chi riabbraccia idee di estrema destra, filofasciste e filonaziste.

Non odiare

Così a Simone Segre, chirurgo di successo, impegnato a fare canottaggio in un piccolo corso d’acqua, poco fuori città, capita di correre in soccorso di un uomo in fin di vita, vittima di un incidente automobilistico, lasciato moribondo nella sua vettura dal presunto colpevole: nel tentativo di salvarlo, il medico scopre alcuni tatuaggi chiaramente nazisti ed in quel momento decide di non prestare aiuto al malcapitato.

La morte dell’uomo, porta con sé una piccola grande rivoluzione per Simone: si riaffaccia nella sua vita l’eredità paterna, una grande casa isolata colma di oggetti antichi, impossibile da vendere, in cui risuonano gli abbai di un cane perennemente aggressivo; riassapora nella memoria l’ombra di ricordi duri ed evanescenti che un sopravvissuto al nazismo ha voluto lasciare al proprio figlio, un’idea grezza, ostinata, lucida e brutale di barbara sopravvivenza; sente crescere un senso di colpa e di dovere verso la famiglia dello sconosciuto deceduto, economicamente in difficoltà, alla quale decide di dare una mano.

Entra in contatto con i tre figli della vittima: Marika (Sara Serraiocco), la sorella più grande, rientrata da Roma per aiutare i fratelli, Marcello (Luka Zunic), suo fratello minore, faccia pulita, occhi azzurri e limpidi, idee naziskin in testa, allenate nei bar e nelle palestre-propaganda di estrema destra e il piccolo Paolo (Lorenzo Buonora), che conosce e sparge amore perchè dell’odio del padre e del fratello non sa niente.

Simone assume Marika come colf personale, combatte il disprezzo antisemita di Marcello che non vorrebbe mai che la sua famiglia fosse aiutata da un ebreo e mette in gioco se stesso ribaltando prospettive ed abitudini mentali, per superare gli impasse morali che bui destini paterni hanno cucito male sui propri figli: dello stesso demone odiatore che tenta e coopta forze quando più si è impotenti ed ignoranti lui diventa cacciatore e preda posseduta.

Non odiare

Non odiare recensione

Girato nella grigia Trieste, di cui, esclusi i ricordi iniziali da bambino, sono ripresentati i colori, sfuggenti e sommessi, Non odiare scivola secco e diretto tra le braci di un disagio transgenerazionale, di una scomodità esistenziale silenziata e gridata, messa all’angolo o esibita nelle ronde notturne, controllata come il taglio di un bisturi o lasciata sfogare in branco, che pare dividersi agli antipodi, in realtà si assomiglia, ed appartiene a chi non riesce a scegliersi il destino, o l’ educazione, perchè scelta in un senso buono o cattivo, non ne ha avuta.

L’importante è sentirsi forti, ed inattaccabili, non avere paura, o comunque non dimostrarla, non sentirsi ostacolati o frenati nella vita da ingombri altrui: allora va bene qualunque credo purchè si esca dall’anonimato, purchè si faccia squadra, purchè si dimentichi, purchè si metta a tacere un’infelicità congenita, una mancanza d’amore cronica e mai tradotta, che qualche odio domestico e più risalente nel tempo ha imposto, anche inconsapevolmente.

Non odiare

Simone risponde alle allusioni non troppo velate di Marika sugli extracomunitari che per definizione aggrediscono le persone, dichiara in faccia a Marcello che non lo teme, gli salverà la vita come non ha fatto al padre, ma resterà un figlio che ha odiato fino all’ultimo giorno il proprio genitore, un lucido professionista che non sa nulla degli strozzini che ricattano i fascistelli di periferia, un benestante indaffarato che non esita ad apostrofare violentemente un lavavetri di chissà quale nazionalità durante un banale tragitto in macchina. Così come Marcello, il naziskin minorenne è bravo a scuola, gioca con il fratello più piccolo, non perde mai d’occhio la propria famiglia e non ha occhi cattivi nel suo profilo appuntito e rasato.

Se cerchi l’odio, lo trovi, se lo coltivi, anche, poichè l’odio è tra noi, è quotidiano, è nostra fisiologica pulsazione, nostra ossessione non dichiarata, non esplorata, che incastra ed evidenzia una sofferenza prodotta e sviluppata altrove. Dove? Alle pendici sprofondate di un’epoca indifferente, caotica, superficiale, che freneticamente schiavizza uomini e donne, incatenandoli ad un risultato, ad un’accettazione, ad un conto in banca; non è un tempo per gli ideali, che sono morti lontano e male, ed oggi appaiono come tossine semplificate con cui riempire di veleno giorni spiccioli, sistematicamente vuoti, e più o meno, profondamente infelici.

Toccare questo discrimine è la grazia capitata a Simone, l’opportunità che è balenata a Marika e ai suoi fratelli, che qualcosa di diverso sia possibile attuare oltre un tracciato predefinito: quando le solitudini smettono di schierarsi e si alleano, combinano rivoluzioni ed il problema non è più dato dai soldi a fine mese o dalla vergogna di un cognome. Finchè esiste la libertà di scelta, il meglio è ancora via percorribile, il meglio è ancora da venire.

Non odiare è un’opera che non si addentra nè ha la forza di spostare tematiche dalle radici insidiose, ma ne dimostra i possibili intrecci contraddittori, senza provare a scioglierli, dimostrando che la realtà è banale e complicata insieme e non c’è formula ideologica che la risolva in pieno; la sceneggiatura sottrae in tutto, riduce all’osso il parlato, indirizza e suggerisce senza scoprirsi mai, a cede in parte a dei clichè, ma dei clichè stessi è parziale rappresentazione.

Non odiare

La terra friulana restituisce un senso di estraneitudine e di alienazione, un’atmosfera interdetta, statica in modo inquietante, dal sapore noir, sapore che l’intera vicenda porta con sé, come se volesse toccare senza toccare l’immaginazione e la ragione di chi guarda, ipnotizzandola e affondandola quando meno se l’aspetta. Ad hoc il cast che brilla nel suo resistere, nello stare della situazione senza strafare, con ogni mezzo disponibile, compreso lo sforzo e il trattenimento del protagonista, che proietta ombre, tenerezze e comprensioni sfiorate sulle proprie e le altrui vicende.

Il Non odiare che emerge da Mancini è un attimo di interferenza illuminante ed una lotta quotidiana al male che ci facciamo, un cuore gettato oltre se stessi, ossia oltre il principale ostacolo da superare, poiché solo diventando indipendenti dalla propria stessa storia, odi compresi, si può accettare la responsabilità di scriverne un’altra.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Un chirurgo ebreo non salva la vittima di un pirata della strada poichè scopre dai suoi tatuaggi che è filonazista. Poi si avvicina alla famiglia del defunto ed affronta presente e passato, proprio e loro. Un dramma schivo, essenziale, quasi gelido, che affronta il problema dell'odio intellettuale e fisico, del pregiudizio e della vulnerabilità, senza spostare radici ingombranti o descriverne la morale, ma dimostrandone peso, intrecci e banale complessità. Che l'odio dei padri non ricada sui figli. Tratto da una storia vera.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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