Good luck have fun don’t die – Il ritorno di Gore Verbinski

A chi non basterebbe riscrivere le sorti del cinema contemporaneo con un super-cult? A Gore Verbinski evidentemente, che dopo il successo di inizio millennio con The ring (2002) sembra ben poco intenzionato a fermarsi. Dopo la saga di Pirati dei Caraibi, il curioso caso di Rango e altri esperimenti più o meno riusciti (The lone ranger, La cura del benessere) il regista torna con un nuovo progetto. Quest’anno è infatti la volta di Good luck have fun don’t die, commedia fantascientifica di 134 minuti. Alla scrittura Matthew Robinson (già autore di Love and monsters). Al lancio settembrino nei festival statunitensi è seguito quello europeo in occasione della Berlinale. Ancora nessuna notizia certa però sulla distribuzione italiana, indicativamente prevista per la prossima stagione. 

Good luck have fun don't die

Good luck have fun don’t die – Trama 

Una monotona serata in uno spento diner urbano diventa il momento capace di decidere delle sorti dell’umanità. La porta si spalanca, e tra hamburger e caraffe di caffè americano fa il suo ingresso dirompente un uomo proveniente dal futuro (Sam Rockwell). Nulla lo sorprende, ha già vissuto quella serata decine di volte, sa tutto ciò a cui andrà incontro l’umanità. E, proprio per ovviare a questi scenari di distruzione, torna ostinato nel diner per formare un gruppo di volenterosi che lo aiutino a cambiare il destino del mondo. Gruppo che puntualmente fallisce, costringendolo ad azzerare temporalmente gli eventi e tornare ancora nel locale per un nuovo tentativo, con un nuovo gruppo. 

Tra lo sconvolgimento generale, sguardi stralunati e chiamate alla polizia, l’uomo racimola alcuni malcapitati. Mark (Michael Peña) e Janet (Zazie Beetz), una coppia di insegnanti alle prese con giovani ossessionati dagli schermi. Susan (Juno Temple), una madre che ha perso il figlio in una sparatoria scolastica. Ma anche, tra altri sventurati, Ingrid (Haley Lu Richardson), appena rimasta sola dopo che il suo partner l’ha abbandonata in favore di una realtà virtuale. Per il loro vissuto, ognuno soffre le derive iper-tecnologiche verso cui il presente sta andando. E ognuno sente sulle proprie spalle il peso di un trauma, di un pericolo. Ma saranno elementi sufficienti a unirli rendendoli la squadra vincente, una volta per tutte? 

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Good luck have fun don't die

Good luck have fun don’t die – Recensione

Con la sceneggiatura che porta sul grande schermo, Verbinski prova a dare forma ad un discorso sul nostro presente. Sulle sue criticità, sul suo potenziale di fallibilità e sulla sua portata disumanizzante. Lo fa con uno sguardo deliberatamente distante (e distanziante) rispetto al nuovo. Uno sguardo forse, direbbero le nuove generazioni più pungenti, un po’ “boomer”. Che fa di tutta l’erba della tecnologia un fascio di pericolo, senza operare distinzioni al suo interno, guardandola da lontano e perdendone le diramazioni per considerarla come un insieme inscindibile. Una visione dunque, quella che permea Good luck have fun don’t die, intrisa di intenso pessimismo rispetto all’elemento tecnologico e al rapporto che le nuove generazioni intrattengono con quest’ultimo. 

Se già il titolo richiama un ritmo da slogan, una cantilena che riecheggia quelle della modalità d’accesso ai videogiochi, l’impostazione della trama e il modo in cui è affrontato il tema ricalcano quella premessa. Pur mettendo in campo un effettivo problema del nostro presente, il tono sfiora talvolta la tendenza al paternalismo. Good luck have fun don’t die scade così, più spesso che non, in una modalità iperbolica, eccessiva. Che, curiosamente, si erge a stampo e caratteristica tonale del film; prerogativa da cui far scaturire la cifra comica. Al netto del “too much”, comunque, il piglio resta quello (pur sempre amabile) di chi tenta una riflessione sul reale, da una prospettiva sì ironica ma evidentemente carica di preoccupazione. 

Good luck have fun don't die

Te lo ricordi Black Mirror?

Schiere di giovani controllati da un monolitico schermo che controlla le loro menti. Salti temporali che permettono di cancellare l’esistenza di intere avventure ripartendo dal “primo livello”. Un’intelligenza artificiale incorporata in un bambino demoniaco che tiene sotto scacco l’universo. Come tante puntate di Black Mirror tenute insieme da un collante tematico, Good luck have fun don’t die fa della distopia tecnologica il campo su cui giocare la propria partita. A differenza della serie antologica, però, lo fa condendo la sua trama da una vena isterica (determinata dall’eccesso di cui sopra). Il risultato è così un quadro pseudo-comico, che nel dramma angoscioso del quadro inserisce strizzate d’occhio divertite e qualche risata grazie all’impianto narrativo e al tono della scrittura. 

Aiutato dalle sue innegabili doti registiche, Gore Verbinski confeziona un prodotto visivamente godibile. Il suo squisito occhio per la composizione del quadro si incanala in una pacata e sempre attenta costruzione del livello iconico, dell’immagine. Spalleggiata da interpretazioni centrali e centrate – sorprendentemente credibili date le coordinate di trama – la regia porta a casa il film. Good luck have fun don’t die finisce così per impostare un quadro delirante, caotico e per questo inevitabilmente intrattenente – pur nel trattare un tema così urgente in modo assoluto, senza possibilità di contemplazione delle eventuali zone grigie. 

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Lasciandosi parzialmente prendere la mano dall'eccesso, Verbinski confeziona un racconto distopico denso di cocente ironia e pessimismo, aiutato dalle efficaci interpretazioni dei suoi protagonisti.
Eleonora Noto
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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