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Black Mirror: recensione della sesta stagione

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Black Mirror debuttò con la prima stagione nell’ormai lontano 2011, con la sua carica dai tratti talvolta iperrealisti, surreali o sarcastici e disturbanti, Charlie Brooker ci presentava un mondo dispotico, schiavo della tecnologia, sempre più presente nella vita dell’essere umano.

Il cinismo di Black Mirror potrebbe apparire eccessivo, ma ad oggi sembra quasi aver anticipato e predetto alcune caratteristiche di un futuro oggi diventato presente.

La tecnologia e la vita “smart” imperano nella contemporaneità, spesso allontanando l’uomo dal buon senso e dalla sua più pura umanità.

Lo schermo nero della tv, dei cellulari è fin dall’inizio il protagonista assoluto di questa serie tv, che ha conosciuto un ampio successo a livello internazionale, appassionando il pubblico di ogni generazione: in questa ultima stagione, però, Charlie Brooker ed i vari registi dei cinque episodi che compongono la sesta stagione hanno dovuto fare i conti con una realtà che giorno dopo giorno supera le aspettative, persino le più futuristiche ed in qualche modo apocalittiche.

Black Mirror, il cast

Il cast vanta attori di rilievo quali Aaron Paul, Annie Murphy, Josh Hartnett, John Hannah, Kate Mara, Zazie Beetz e Salma Hayek, oltre ad un cameo di Cate Blanchett: il prodotto, come nelle precedenti stagioni, risulta di alto livello e di qualità, ovviamente con differenti punti di arrivo nei vari episodi, come sempre autoconclusivi e tra loro indipendenti.

black mirror

Recensione

Il primo episodio della sesta stagione è probabilmente il più fedele agli esordi di Black Mirror: Joan è terribile, con Annie Murphy, Salma Hayek e (anche se molto brevemente) Cate Blanchett, è un’estremamente inquietante messinscena, in cui persino Netflix si autocita, mentre lo spettatore si ritrova davanti a una serie di matrioske, per scoprire poi quale sia la sconvolgente sorpresa finale. 

Il carattere scioccante della puntata sta nel fatto che inevitabilmente viene rappresentata una certa sfaccettatura della società odierna: ossia la mancanza di privacy.

Inoltre lo studio sull’individualità da parte dei media, che qui assume una potenza sconfinata, è già una realtà e dunque l’episodio sembra semplicemente anticipare un possibile futuro, alquanto prossimo, ma estremamente negativo e sempre più distopico, innaturale e soprattutto disumanizzante.

Una critica aspra

Di grande impatto la critica evidente al rapporto tra le piattaforme di streaming e il cinema, e naturalmente quella, fortissima, contro l’intelligenza artificiale e il deep fake.

Quest’ultima polemica è più attuale che mai e ultimamente è il fulcro di numerosi dibattiti e film, come ad esempio l’ultima opera di Sokurov, Fairytale.

Il secondo episodio, Loch Henry, ancora una volta cita le ultime produzioni Netflix, in particolare i documentari di carattere investigativo su crimini reali. Non vi è un’anticipazione di un possibile scenario reale, ma solo un’attenta analisi dell’interesse, moderno ma in fondo molto antico, dell’uomo verso il male. Ad un livello più profondo si potrebbe far riferimento alla “banalità del male” di Hannah Arendt, in quanto la malvagità si cela dietro il volto apparentemente più tranquillo che ci sia (in questo caso i genitori del protagonista, di cui uno è addirittura un poliziotto, dunque un garante della legge).

Gli altri episodi di questa stagione, invece, tecnicamente di buona qualità e con un’ottima recitazione, non hanno una trama del tutto convincente, da sottolineare però è la presenza di elementi comunque di grande pregio, estremamente intelligenti.

Forse l’unico vero episodio non riuscito è il quarto, Mazey Day, l’atmosfera horror non raggiunge la qualità del resto della stagione ed appare nella sua totalità un po’ banale, o perlomeno piuttosto scontato.

Beyond the Sea si concentra sul concetto di anima, sulla disumanizzazione e la malvagità. Ambientato in un alternativo 1969, tra navicelle spaziali che citano 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, mentre in sottofondo suona La mer di Charles Trenet.

Black Mirror: una società alla deriva

Con Demone 79 Charles Brooker sembra invece voler proiettare Black Mirror nella tutto sommato nuova frontiera della contaminazione tra generi, unendo commedia ed horror, con uno spiazzante ed intelligentissimo finale di carattere apocalittico.

Episodio a prima vista straniante ma di ottima qualità: il senso conclusivo e totale risulta estremamente potente. La commistione di elementi estremamente surreali, quali la presenza del demone nei panni del cantante dei Boney M. o l’onniscenza con conseguente visione del futuro, lo rendono unico e forse, subito dopo la visione, leggermente ostico per lo spettatore affezionato allo stile già consolidato di Black Mirror.

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Demone 79 invece sfrutta, come già fatto dai grandi dell’arte, la collocazione temporale nel passato per criticare aspramente un presente sempre più difficile, per parlare ancora una volta della “banalità del male”, per mettere in ridicolo i cliché, il razzista che ascolta Wagner, ad esempio,  è un elemento geniale proprio perché si prende gioco di chi crede agli stereotipi di questo tipo, che altro non sono che strumentalizzazione pura dell’arte.

In finale, estremamente pessimista e cinico, seppur con un fondo di “romanticismo rovesciato” anticipa forse allo spettatore l’avventura di Black Mirror ed evidenzia alcuni aspetti della società contemporanea post-moderna che forse volutamente si tende ad ignorare, per difesa personale.

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Charles Brooker con Black Mirror racconta, in fondo con una disarmante sincerità, della natura umana e della deriva dell’uomo del XXI secolo  e questa è un’azione che solo i grandi sono in grado di compiere, sconvolgendo di fatto solo chi sa guardare con criticità a ciò che ci circonda. 

 Gli altri vedranno solo la mancanza di teorie applicabili al futuro e rimpiangeranno le stagioni precedenti di una delle serie tv più influenti ed intelligenti del momento.

PANORAMICA

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Charles Brooker con Black Mirror racconta, in fondo con una disarmante sincerità, della natura umana e della deriva dell’uomo del XXI secolo  e questa è un’azione che solo i grandi sono in grado di compiere, sconvolgendo di fatto solo chi sa guardare con criticità a ciò che ci circonda.

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