Andata in onda nel novembre 2025 su Peacock – e poche settimane dopo, da noi, per Sky – All her fault è diventata presto la miniserie evento sulla bocca di tutti. Con la sua scansione in otto puntate da cinquanta minuti circa affronta un intreccio thriller di intrighi, rapimenti e vendette. La serie si appoggia sul romanzo omonimo di Andrea Mara edito nel 2022, ma spostando l’ambientazione da Dublino a Chicago. L’ideatrice della serie, Megan Gallagher, ha scritto il contenuto con James Smythe e Phoebe Eclair-Powell per poi affidare la regia a Minkie Spiro e Kate Dennis. Da quando è arrivata al pubblico, la serie ha raccolto curiosità e consensi. A suggellarne il successo sono giunte le candidature ai recenti premi di circuito: due per i Golden Globes e quattro per i Critics’ Choice Awards – di cui una vittoria alla miglior interpretazione femminile protagonista. Ad oggi la miniserie è disponibile su Sky e Now.

All her fault: la trama
È un giorno qualsiasi per Marissa Irvine (Sarah Snook), che va a riprendere il suo piccolo Milo dopo un pomeriggio di giochi in casa di un compagno di classe. Se non che, una volta suonato il campanello, ad aprirle la porta non è la madre di un altro bimbo. È una signora di mezza età, che nulla sa di suo figlio né di altri bambini. Parlando con lei, con il passare dei minuti, Marissa non tarda a mettere a fuoco quanto sta accadendo: suo figlio è scomparso. La donna corre di ritorno alla sua lussuosa casa e informa nel più totale stato di panico il marito Peter (Jake Lacy). Ben presto la polizia si concentra sul caso, adoperando i suoi migliori agenti tra cui il lungimirante Detective Alcaras (Michael Peña).
La ricostruzione degli eventi non tarda a far emergere un dato: Milo è stato rapito da Carrie Finch (Sophia Lillis), la babysitter di un compagno. In attesa che giunga l’intuibile richiesta di riscatto, la famiglia si raccoglie per metabolizzare gli eventi. I coniugi vengono allora raggiunti da Brian (Daniel Monks) e Lia (Abby Elliott), fratello e sorella di Peter. Ma anche da Colin (Jay Ellis), socio e migliore amico di Marissa, e Jenny (Dakota Fanning), madre di un compagno del bimbo nonché colei che aveva in assunzione la babysitter che lo ha rapito. Con il passare delle ore però la richiesta di riscatto si fa attendere, e in parallelo emergono i più svariati pregressi tra il gruppo di adulti. A fronte di questi eventi, che rischiano di avere un peso sulla scomparsa del bimbo, resta perenne l’interrogativo più pressante: dov’è Milo?

All her fault: la recensione
La miniserie nata dal romanzo di Mara chiede al suo pubblico di avvicinarsi ad una famiglia estremamente abbiente, dalle risorse finanziare pressoché illimitate. Non è certo l’unico prodotto contemporaneo a mettere in campo questa operazione – basti pensare al successo planetario del caso The white lotus. Ma non solo porta sullo schermo questo ambiente e questi personaggi; All her fault fa un ulteriore e controintuitivo passo in avanti: ci chiede di empatizzare con loro. E quale miglior strumento per costruire un ponte di empatia se non la scomparsa di un bambino innocente. Scomparsa che però non tarda a far emergere una rete di storture in quell’ecosistema così apparentemente idilliaco e imperturbabile.
Al di là della questione economica, emerge con forza il fil rouge dell’ipocrisia dei protagonisti (specialmente di alcuni, curiosamente tutti maschili). E, per contro, si insinua tra le maglie del testo a punteggiare la trama gialla un eterno ritorno al tema delle donne assoggettate ad un sistema fondamentalmente patriarcale. Sia Marissa che Jenny, ma anche Lia e la stessa Carrie a modo loro, sono le vittime di una struttura che non vede le loro fatiche. Che trova in ogni caso il modo di attribuire loro una colpa, anche a fronte del loro azzeramento individuale in funzione della famiglia. Ma a fronte di questa tendenza sistematica a schiacciarle, quanto le protagoniste di All her fault possono sopportare prima di reagire?

All her fault: le interpretazioni risolvono gli inciampi di scrittura
La scrittura della miniserie sfida l’idea di suspense innescando un meccanismo di tensione a tutti i costi. Questo porta ad una rincorsa, dalla prima puntata fino all’ultima, al colpo di scena che tolga il fiato. Certo è che, per mantenere questo tipo di ritmo, le soluzioni narrative adottate si fanno di volta in volta più estreme (e fantasiose). Tanto da mettere a repentaglio, in più di un frangente, la sospensione dell’incredulità spettatoriale. La trama di All her fault si infittisce, inframmezzata da flashback più o meno ampi a seconda dei casi così come da qualche flashforward. Tutto è volto a lasciare di atto in atto il pubblico con il fiato sospeso, in una dinamica che più di una volta rischia di risultare quantomeno forzata.
A stemperare questa sensazione giungono in soccorso le interpretazioni dei capaci protagonisti, che riescono in più di un’occasione a rubare l’attenzione proiettandola su di sé. Se Sarah Snook troneggia per qualità interpretativa, anche aiutata da un personaggio ultra-protagonista, chi la circonda non è da meno. Tra attori emergenti (ma comunque dalla carriera florida) e solide conferme, il cast rinsalda il prodotto complessivo rendendo All her fault, se non un contenuto eccellente, quantomeno una fruizione scorrevole e gradevolmente disimpegnata.

