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Riposare in pace – Recensione dell’ultimo film di Sebastian Borensztein

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Riposare in pace è un film del 2024, disponibile su Netflix, ispirato all’omonimo romanzo di Martin Baintrub, è un melo-thriller, che promette e poco mantiene rispetto alla sua gittata ambiziosa, smarrendo per via svolte, nessi di causalità ed una certa incisività complessiva del plot.

A metà tra film televisivo, respiro seriale e lungometraggio in purezza, Riposare in pace intreccia insieme gli instabili scenari economici dell’Argentina degli anni novanta, ed un dramma familiare, scomposto, ricomposto e schiacciato da cambi d’identità e richiami di sangue.

Melo-thriller che sviluppandosi tradisce l’ambizione della premessa

Diretto dal regista, scrittore e sceneggiatore argentino Sebastian Borensztein, che abbiamo conosciuto in arguzia per lavori come Un cuento cino (Cosa piove dal cielo?) del 2011 e Criminali come noi del 2019, opere custodi di uno sguardo appassionato, ironico e consapevole sul proprio paese, Riposare in pace rielabora il materiale letterario di partenza, ma non riesce nella sfida di riprodurre la tensione della pagina scritta sul grande schermo.

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Riposare in pace 1

I temi toccati sono ingombranti e seducenti: il peso del debito, il lato oscuro del capitalismo, il sentimento di rivalsa, forse quello di vendetta, l’incapacità di dimenticare, di ovviare alla propria dannazione, una sorta di fato che stigmatizza la condizione di un individuo e di uno Stato intero.

Il crac argentino, il fallimento di uno stato, topos immaginifico nazionale

Come per il Giappone bomba atomica, robot distruttori, catastrofi naturali e spiriti strappati alla morte, colonizzano un chiaro immaginario storico-artistico da anni, così si può dire che l’Argentina non è mai uscita dalla china del suo drammatico crac di fine millennio: il fallimento di uno Stato non può che presagire, agevolare o diventare incubo-costante del fallimento di una persona. Trasfigurazione facile nonchè processo di esorcizzazione di un dolore collettivo.

Riposare in pace – Trama

Anno 1994, Sergio Duyàn (Joaquin Furriel) è un intraprendente uomo d’affari, sull’orlo della bancarotta: i suoi investimenti non hanno fruttato come sperava, per via dell’inaspettato blocco dell’import-export deciso a livello nazionale; i debiti lo stanno assalendo. Retta per la scuola della figlia, spese di famiglia, carte rifiutate, ed una finanziaria gestita dal minaccioso Hugo Brenner (Gabriel Goity) in cima alla lista dei creditori inferociti.

Un attentato realmente accaduto contro l’Association Mutual Israelitica a Buenos Aires lo fa rientrare momentaneamente nel novero dei dispersi. L’uomo decide di utilizzare questo frangente per sparire e ricostruirsi altrove una vita nuova, sfuggendo definitivamente alle responsabilità dell’attuale, divenuta per lui un incubo. Sergio Duyan muore e rinasce Nicholas Nieto, in Paraguay, dove trova casa, lavoro e quasi una nuova famiglia, per ben quindici anni, senza mai riuscire, però, a dimenticare le sue origini.

Riposare in pace 3

Finchè qualcuno e qualcosa dal passato gli ritornano davanti agli occhi e l’uomo decide di riaffacciarsi nella vita della sua vecchia famiglia che non ha, in fondo, perso il ricordo di chi c’era ieri, ma che nel frattempo si è rinnovata, intrecciando il proprio destino a quello di persone non immaginabili.

Riposare in pace – Recensione

Un fantasma che non smette di pensare alla vita passata: così appare Sergio/Nicholas per tutto il tempo. Un uomo con un fardello, con un peso che non si capisce se debba essere espiato, maledetto, perdonato o accettato.

Non c’è un vero e proprio taglio dei ponti, come se consegnare all’oblio chi si è stati per metà della propria esistenza non sia una cosa realmente fattibile per un essere umano. Il piano mentale può spingere in una direzione; la coscienza dei fatti e dei volti prende tutt’altra strada.

Riposare in pace 4

Non riuscì a morire fino in fondo Mattia Pascal, pirandellianamente portatore del dramma ontologico dell’identità personale, beffa dell’anima perennemente sfrattata da sé, al punto da non esistere più se non dietro una maschera e lo stesso fa Sergio/Nicholas. Quasi incapace di abbracciare la sua nuova vita, con un ‘ombra sul cuore imperitura, naturalmente portato a non dimenticare, dunque a ricongiungersi con il suo sbaglio più grande.

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Incapaci di tagliare i ponti con il passato, il destino di una rovina

Ma è qui, nel secondo movimento che il film perde una direzione precisa: si fa generico con i fatti, superficialmente affastellati uno dopo l’altro come un insieme di escamotage-coincidenza che aiutano il nostro a ritrovare fin troppo agilmente il filo spezzato con i suoi durante quindici anni di latitanza e diventa morbido nei comportamenti messi in scena.

Riposare in pace 5

Il protagonista oscilla tra una voglia di conoscere e farsi riconoscere dai familiari, cresciuti, sulla soglia della maturità, impegnati in nuove relazioni, e la necessità di farsi giustizia contro chi lo ha in qualche modo costretto a sparire dal suo primo mondo, consegnandolo ad un limbo di sensi di colpa, nostalgia e rapporti irrecuperabili.

Secondo atto pigro e generico nel rapporto causa-effetto

Quella che fu sua moglie ora abbraccia quello che fu il suo acerrimo nemico e questo toglie lucidità a Sergio consegnando lui e il suo antagonista ad un finale-duello con poco senso concreto e ancor meno necessità, in cui ritroviamo il punto di chiusura di un destino che non ammette alternativa a ciò che sembra scritto per una vita.

Se uno solo è il tragitto da compiere, virare dal processo sembra non essere consentito. Pena la fine amara, l’abisso cui si cercava di scampare, pronto a ricomparire in forma differente da come lo si immaginava, ma allo stesso modo devastante.

Torna sull’espressione estatica che nel finale attraversa lo sguardo di Sergio un’ineffabile calma che lo trasporta finalmente nella dimensione di pace e riposo di cui per anni è stato privato, prima per via dei debiti, poi per via di un senso di vuoto non colmabile che non gli dava requie.

Riposare in pace possiede un’interessante premessa, ma è pigro nello sviluppo; dunque sceneggiatura non all’altezza e inerzia di azione nell’incanalare gli eventi, che lasciano una sensazione di insoddisfazione nello spettatore e di eccessiva leggerezza del tutto.

Finale sensazionale, molto mal assortito, di un calibro fuor dalle righe, righe che pure erano riuscite a farsi rispettare durante tutto il film. Seppur il materiale letterario qui è stato ingentilito, Riposare in pace resta un film televisivo, dispersivo, in cui sembra essere stato portato a termine consciamente solo il primo atto. Il resto della storia non ha motivo di stare in piedi. Ed infatti crolla progressivamente.

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Riposare in pace – Cast

Se c’è un elemento solido in questo lavoro sono gli interpreti: Sergio, Hugo e la moglie Estrella (Griselda Siciliani), hanno corpi, voci e volti assolutamente significativi, capaci di racchiudere quella tensione che il testo non sembra loro regalare, nobilitando le situazioni non sempre interessanti che si vengono a creare.

Rilasciano la giusta emotività che le differenti atmosfere richiedono, riuscendo anche fisiognomicamente a restituire parzialmente quell’enigma, quella frattura, quel silenzio oneroso e doloroso che cronologicamente si respirava negli anni argentini del film.

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Riposare in pace aveva dei buoni strumenti per restare impresso nella memoria, ma sfugge il bersaglio e si perde in se stesso, smettendo di farsi ascoltare e rendendosi, purtroppo, un lavoro sostanzialmente dimenticabile.

Riposare in pace – Trailer

PANORAMICA

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Sergio è un'imprenditore sull'orlo della bancarotta nell'Argentina degli anni '90 che approfitta di un attentato in cui risulta disperso fingersi morto e rifarsi una vita in Paraguay: ma non riesce a dimenticare il passato e dopo quindici anni, rientra in contatto con la sua vecchia famiglia. Melo-thriller dall'intrigante premessa che si perde in se stesso, si appnna, si dilunga, risultando pigro nello sviluppo, superficiale nella concatenazione dei fatti, con finale sensazionale, fuor di calibro, Non memorabile.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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